Varo corazzata Benedetto Brin 1901 Castellammare di Stabia

007 ITALIANI IN AZIONE: IL COLPO DI ZURIGO

Allo scoppio della prima guerra mondiale l’Italia, alleata con l’Austria e la Germania, ritenne di dichiarare guerra alla prima delle due. L’obiettivo era di portare sotto la sovranità dell’Italia le cosiddette terre irredente: il Trentino, Trieste e la Dalmazia. Il capovolgimento delle alleanze non fu però completo poiché si evitò di dichiarare guerra anche alla Germania. Fino al 1916 i suoi cittadini ebbero in Italia libera circolazione, inoltre la legazione diplomatica e le sedi consolari a Roma, Milano e Napoli rimasero regolarmente funzionanti.

I SABOTAGGI

Questo permise ai tedeschi e agli austriaci, loro alleati, di condurre su suolo italiano diverse operazioni di sabotaggio con l’utilizzo di spie e traditori prezzolati.

Il sabotaggio più eclatante e doloroso fu l’affondamento della corazzata Benedetto Brin. Il 27 settembre del 1915 la nave si trovava alla fonda nel porto di Brindisi. La mattina, alle ore 8 e 10, ci fu una tremenda esplosione nella Santa Barbara della nave. Tutti gli edifici di Brindisi tremarono peggio che durante un terremoto. La parte poppiera della nave con i suoi giganteschi pezzi da 305 mm. saltò in aria per poi inabissarsi subitaneamente. La nave, mancante della poppa, si inclinò velocemente e affondò. La Prua rimase intatta e parzialmente emersa a causa del basso fondale del porto. Ci furono 456 morti, incluso l’ammiraglio Ernesto de Rubin e il comandante della nave. I membri dell’equipaggio che sopravvissero furono 450.

A questo sabotaggio ne seguirono altri, non meno distruttivi, in tutta Italia. Furono colpiti polverifici, altre navi, una base di dirigibili, il porto di Napoli.

COINVOLGIMENTO DEL VATICANO

Rudolph Gerlach era un alto prelato bavarese, in servizio presso il Vaticano con la carica di cameriere segreto del papa. Tra le sue amicizie vantava anche quella di Maria Sofia, ex regina delle due Sicilie. Maria Sofia era una “hater” accanita dei Savoia che le avevano sottratto il patrimonio di famiglia oltre che il regno. Dalla sua abitazione nel palazzo di famiglia di Monaco di Baviera, sito in Ludwigstrasse, guidava trame contro l’Italia e i Savoia. Gerlach fu sospettato di essere uno degli organizzatori di questi attacchi al cuore delle forze armate italiane. Le eminenze vaticane più tradizionaliste erano schierate con gli imperi centrali, memori del “non possumus” di Pio IX che nel 1848 aveva rifiutato di combattere contro il cattolico imperatore viennese. L’Austria e la Baviera venivano considerate fedelissime al papa mentre l’Italia, dopo la Breccia di Porta Pia, veniva enumerata tra i nemici del Vaticano. Gerlach fu fatto rientrare di nascosto in Baviera con il consenso e la complicità di papa Benedetto XV. Questo episodio segnò in profondità i già pessimi rapporti tra il papato e lo stato italiano. In seguito a questi fatti il papa veniva citato come Maledetto XV.

L’inchiesta che seguì gli attentati portò alle dimissioni degli alti vertici della Marina Militare, accusati di non aver prevenuto le azioni di sabotaggio. Rinunciarono all’incarico il Duca d’Aosta, capo di stato maggiore e il capo della 1° squadra navale, l’ammiraglio Cutinelli.

LA REAZIONE DEI SERVIZI ITALIANI

I vertici militari della Marina Italiana decisero di costituire una “Task force” per contrastare l’attività della rete di spie austriache e tedesche sul suolo italiano. Vennero aiutati da un colpo di fortuna. Il controspionaggio era venuto in qualche modo a conoscenza di un progetto di attentato alle cascate delle Marmore. Giuseppe Larese, l’esecutore designato, fu messo sotto sorveglianza dai servizi italiani. Egli ebbe in consegna una valigia nel cui sottofondo erano nascoste delle cariche di dinamite. La valigia fu abilmente sostituita dagli agenti del controspionaggio con una identica carica di candelotti fasulli.

Il Larese si recò sulla sponda della cascata, a monte della centrale idroelettrica e gettò i candelotti in acqua. Questi avrebbero dovuto essere trascinati dalla corrente all’interno degli ingranaggi della centrale ed esplodere. Naturalmente i falsi candelotti non esplosero. Il Lanese fu arrestato mentre tentava di allontanarsi da quel luogo. Sotto interrogatorio rivelò i piani austriaci di cui era a conoscenza.

Queste informazioni furono confrontate con altre pervenute dal doppiogiochista Livio Bini, che si era deciso a parlare perché la sua doppia attività era stata scoperta dai servizi di sicurezza. Le notizie raccolte fecero scoprire che la centrale dell’Evidenzbureau, il servizio segreto austriaco, da dove partivano tutte le operazioni contro l’Italia, si trovava a Zurigo, nella locale sede del consolato d’Austria. Essa era guidata da Rudolph Mayer, il capo delle operazioni dirette contro l’Italia.

L’ORGANIZZAZIONE DELL’OPERAZIONE

I servizi italiani misero insieme una squadra in grado di operare su suolo svizzero. L’idea era quella di entrare nel consolato austriaco e impadronirsi dei documenti con le operazioni in progetto e con i nomi degli agenti che operavano in Italia. Capo dell’operazione fu nominato Marino Laureati del controspionaggio di Marina. Si offersero volontari per l’azione i Tenenti Ugo Cappelletti e Salvatore Brunnes, ambedue ingegneri di origine triestina che si esprimevano in un perfetto tedesco. Ai due, per proteggerli, fu dato l’incarico diplomatico di vice-console e addetto commerciale.  Vennero coinvolti anche il tenente di vascello Pompeo Aloisi e il tenente Vucevich. Inoltre venne ingaggiato Remigio Bronzin, esperto nel falsificare ogni tipo di chiave e Natale Papini, scassinatore di casseforti.

IL COLPO DI ZURIGO

Il consolato austriaco a Zurigo era situato al centro della città, all’ultimo piano del civico 69 della Bahnhofstrasse, in un edificio esistente tutt’oggi all’angolo tra la stessa Bahnhofstrasse e la Seidengasse. L’androne del palazzo collegava le due strade ed essendo aperto al pubblico era molto frequentato. Il continuo passaggio permise ai nostri agenti di sorvegliare l’edificio senza dare nell’occhio. Venne coinvolto Livio Bini che aveva libero accesso alla legazione essendo uno degli agenti del Mayer, anche se aveva confessato tutto ai servizi italiani. Bini durante le sue visite al Mayer fece i calchi delle chiavi del portone d’ingresso, del portoncino che sbarrava l’accesso alle scale dell’edifico e delle porte del consolato. Il Bronzin, esperto di chiavi, fece dei perfetti duplicati delle stesse.

La notte del 15 febbraio del 1917 si tentò l’operazione. In quattro, Tanzini, Papini, Bronzin e Bini, penetrarono nell’edificio trascinandosi dietro tutto il necessario per scassinare la cassaforte che si trovava nell’ufficio del console Mayer. I quattro aprirono tutte le porte con le chiavi false in loro possesso ma, arrivati davanti all’ultima porta che li divideva dalla cassaforte, la trovarono chiusa. Non era stato fatto il duplicato di quella chiave poiché, a detta del Bini, la stessa era sempre aperta. I quattro dovettero rinunciare all’operazione, ma prima di tornare sui loro passi, fecero il calco della serratura per poi costruire un duplicato della chiave.

Ritentarono il colpo la notte del 20 febbraio. A salire furono Papini, Bronzin e Tanzini. Gli altri restarono in strada a sorvegliare. I tre, questa volta senza intoppi, raggiunsero lo studio del Mayer. Oscurarono con dei panni le tre finestre che affacciavano all’angolo tra le due strade, quindi molto esposte. Papini, lo scassinatore, si mise all’opera sulla cassaforte. Ci vollero tre ore per aprirla, lavorando intensamente con la fiamma ossidrica. Il fumo che si sprigionava dal cannello infiammato rendeva irrespirabile l’aria. Finalmente riuscì a forzarla. I tre presero tutto il contenuto della stessa: soldi, oro e documenti. Alle 4 terminò l’operazione e la squadra si allontanò dividendosi. Ognuno andò via per suo conto.

LE CONSEGUENZE

Tanzini che stava recandosi alla stazione con una pesante valigia piena di arnesi di scasso venne fermato dai poliziotti svizzeri. Con immensa faccia tosta disse di essere un ingegnere italiano che stava tornando in patria ma, non avendo trovato un tassì disponibile, era costretto a trascinarsi da solo la pesante valigia. gli agenti svizzeri credettero alle parole di Tanzini. Lo aiutarono anzi a portare il suo bagaglio fino alla vicina stazione. Bronzin si recò alla sede del consolato italiano per comunicare l’esito dell’operazione. Dopodiché partì insieme agli altri per l’Italia.

L’esame dei documenti sottratti ai servizi austriaci contribuì a smantellare la rete di spie austriache. Anche il controspionaggio della Francia e dell’Inghilterra ne beneficiarono, riuscendo a rendere inoffensive le reti spionistiche sul proprio suolo. Dai documenti sottratti risultò il coinvolgimento austriaco nello scoppio del deposito di munizioni Black Tom avvenuto il 30 luglio del 1916 nel New Jersey. L’esplosione era stata talmente violenta da danneggiare perfino la statua della libertà. Quest’informazione contribuì a determinare l’entrata in guerra degli USA contro Austria e Germania.

(Foto in alto: Varo corazzata Benedetto Brin 1901 Castellammare di Stabia.)