Eruzione del Vesuvio, 1944, USAF

1944, ULTIMA ERUZIONE DEL VESUVIO

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NAPOLI AL TEMPO DI …
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Marzo 1944. I bombardamenti su Napoli erano terminati da pochi mesi.  Solo nell’ottobre dell’anno precedente la sollevazione delle Quattro Giornate di Napoli aveva contribuito alla liberazione della città dai tedeschi permettendo alle forze alleate, americani in testa, di entrare in essa senza colpo ferire.

Dopo i gravissimi danni alle persone e alle cose che il conflitto aveva provocato mancava solo che il Vesuvio si risvegliasse in uno dei suoi ricorrenti periodi di attività. E infatti così fu. Il giorno 18 di quel mese di marzo, mentre la città faticosamente riprendeva a vivere, il Vesuvio volle che si sapesse che lui c’era, ed era pronto a fare la sua parte di danni.

L’eruzione del lontano 1641 aveva segnato il risveglio dell’attività vulcanica del Vesuvio. Le manifestazioni eruttive erano state abbastanza frequenti. Dal 1914 piccole eruzioni e fuoriuscite di lava erano una costante. Nei giorni precedenti il 18 marzo si aprì una fessura sulla sommità del vulcano dalla quale eruttò lava che riempì in poco tempo il cratere.

Il 18 marzo il cono eruttivo era colmo. Il crollo di una delle pareti dello stesso determinò la fase effusiva con l’avanzamento del fronte lavico. Erano le 16 e 30 quando due colate si incanalarono procedendo una verso sud-est e l’altra verso nord. Quest’ultima trovò sul suo cammino l’ostacolo del monte Somma. Cambiò direzione dirigendosi verso ovest.

Il direttore dell’Osservatorio Vesuviano Giuseppe Imbò, nonostante che l’edificio dello stesso si trovasse a poca distanza del sentiero lavico, restò al suo posto rischiando la vita e riuscendo a documentare con precisione le fasi dell’eruzione.

Il giorno seguente l’attività stromboliana che accompagnava l’eruzione divenne intensa. Si udirono delle forti esplosioni. La lava aumentò la sua velocità. La colata ovest avanzò in direzione dell’abitato di San Sebastiano. A un certo punto si suddivise in due parti minacciando anche l’abitato di Massa. Quella diretta a sud-est avanzava nelle campagne puntando la linea di costa tra Torre del Greco e Torre Annunziata.

La seconda fase eruttiva ebbe inizio il 21 marzo e durò circa 24 ore. Le fontane di lava si innalzarono verso il cielo ad un’altezza che l’Osservatorio calcolò di circa due chilometri, per poi ricadere sotto forma di lapilli in una vasta area che comprendeva gran parte del territorio che era già stato interessato al tempo della distruzione di Pompei. Questa pioggia incandescente arrivò fino alle cittadine di Angri e Pagani.

Terminate le fontane di lava iniziò la fase delle esplosioni miste. Le esplosioni determinarono la completa rottura delle pareti del cratere. Un continuo tremore della terra impediva finanche di camminare alle falde del vulcano senza doversi reggere. Un enorme fungo di cenere e materiale piroclastico si innalzò verso il cielo per ben cinque chilometri. Il direttore dell’Osservatorio osservò piccole nubi ardenti che scivolavano lungo i versanti del Vesuvio. La notte del 22 fu caratterizzata da nubi a forma di cipresso, formate da cenere e gas che si innalzarono ripetutamente verso l’alto. Tutto questo materiale lanciato nel cielo ricadde sui paesi e sulle cittadine che si trovavano a est del vulcano. Le ceneri e i lapilli una volta a terra ricoprirono tutto con uno spessore di mezzo metro.

Nel pomeriggio del 23 iniziò la quarta e ultima fase dell’eruzione: la sismo-esplosiva. Violenti scosse di terremoto furono provocate della occlusione del condotto eruttivo causato dal crollo parziale delle sue pareti. L’occlusione determinò il rallentamento del getto lavico. Il giorno seguente iniziò una pioggia di cenere leggera che preludeva alla fine dell’eruzione. Il 7 aprile l’emissione di lava ebbe termine. Da quel momento il condotto, completamente occluso, emise solo fumarole.

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Già dal 20 marzo era stato chiaro che i centri abitati di Massa e di San Sebastiano si trovassero sulla strada della colata lavica. Questa aveva dato origine ad un altro ramo che era diretto verso il paese di Pollena Trocchia. Il tenente colonnello Robert Kincaid, commissario degli alleati responsabile della zona vesuviana, dispose che i due centri abitati più minacciati venissero evacuati. Duecento camion militari inglesi e americani si diressero verso Massa di Somma e San Sebastiano per procedere allo spostamento della popolazione. Massa contava 1500 abitanti mentre San Sebastiano sommava 6000 anime.

L’evacuazione di Massa terminò solo alcuni minuti prima che il ponte che collegava i due centri venisse distrutto dalla lava, alle 3 e mezzo del mattino del 21 marzo. Tutte le case del borgo furono investite dalla colata. La chiesa galleggiò per interminabili minuti sulla lava, trasportata dalla stessa verso valle, prima di venir inghiottita da quel mare infernale. Nel frattempo anche gli abitanti di San Sebastiano erano stati portati in salvo. Il torrente di fuoco e rocce investì subito dopo quest’ultimo paese. Una provvidenziale deviazione della colata fece in modo che la chiesa parrocchiale si salvasse. Tutto il restò andò distrutto.

Il giorno 22 iniziò il raffreddamento della lava e il rallentamento del suo cammino. Questa si fermò del tutto il giorno seguente. Anche gli altri rami della colata rallentarono. In particolare quello diretto verso il mare, che si arrestò prima di raggiungere i centri abitati.

Le cittadine di San Sebastiano, Massa di Somma e Cercola subirono i danni più gravi. Numerosi furono gli edifici distrutti. Danni subirono anche le cittadine a est del Vesuvio a causa della pioggia di cenere e lapilli. Molte case di Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera Inferiore e Superiore, Pagani, Poggiomarino e Cava dei Tirreni ebbero i tetti sfondati a causa del peso dei materiali piroclastici caduti dal cielo. Si contarono 26 morti. Quasi tutti a causa del crollo dei tetti sovraccarichi. Due vittime di San Sebastiano, due bambini, morirono per lo scoppio di un deposito di materiale esplosivo causato dal forte calore prodotto dalla lava incandescente.

In quei giorni il fronte di guerra era a Cassino dove le truppe alleate da alcuni mesi cercavano di superare lo sbarramento tedesco. I militari americani e inglesi che si trovavano in retrovia a Napoli furono mobilitati per portare soccorso elle popolazioni colpite. Il loro intervento permise agli abitanti dei due centri interessati alla colata lavica di lasciare appena in tempo le loro case. 88 bombardieri americani B-25 Mitchell che si trovavano in sosta su una pista d’atterraggio tra Poggiomarino e Terzigno si incendiarono a causa dei lapilli ardenti caduti dal cielo.

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Norman Lewis, scrittore statunitense, in quei giorni si trovava militare a Napoli con le truppe americane. Descrisse l’eruzione del Vesuvio nel suo romanzo “Napoli ’44”. Ebbe parole di meraviglia per quel paese, San Sebastiano, costruito su uno sperone di roccia che nell’eruzione del 1872 era stato risparmiato, ma si era comunque trovato circondato di lava da ambo i lati. Poi scrisse che numerose persone, a pochi metri dal fronte lavico, pregavano e agitavano stendardi con immagini di santi. Raccontò che la statua di San Gennaro fu portata dal duomo di Napoli fin davanti alla lava, mentre i fedeli lo invocavano perché ne fermasse l’avanzata. La stessa fu poi ricoperta da un drappo per non portare offesa a San Sebastiano, patrono del paese omonimo.

Anche Curzio Malaparte, scrittore fiorentino, si trovava in quei giorni a Napoli. Nel suo romanzo “La Pelle” descrisse a forti tinte scene di disperazione nelle strade di Napoli a causa della pioggia incessante di cenere e lapilli, la cui caduta fu  comunque minima a causa dei venti che spiravano in direzione contraria.

Da allora il Vesuvio è entrato in una fase di quiescenza. L’attività attuale del vulcano si limita e fumarole e lievi tremori.

(Foto in alto: eruzione del Vesuvio, 1944, USAF)