Afghanistan, gruppi etnici, Mappa CIA, Library of US Congress, 2005

AFGHANISTAN TRA MUJAHEDDIN, TALEBANI E AL-QAIDA

Fino al 1919 l’Afghanistan era un emirato sotto il controllo inglese. In seguito, con la guerra santa contro l’impero britannico, il paese acquisì una piena indipendenza e l’emiro Amānullāh Khān, che aveva guidato la lotta contro gli inglesi, divenne re del Regno di Afghanistan. Amānullāh Khān, durante una visita ufficiale in Turchia, apprezzò l’opera di rinnovamento culturale e sociale che Atatürk aveva promosso nel suo paese. Di ritorno in patria applicò alcune di tali innovazioni per promuovere la modernizzazione dell’Afghanistan.

Nel 1929 l’opposizione interna costrinse Amānullāh Khān a presentare le dimissioni a favore di Habibullah Kalakānī che aveva invaso la capitale Kabul con i suoi uomini armati. Dopo pochi mesi il nuovo re fu ucciso dagli uomini di Mohammed Nadir Shah, cugino di Amānullāh, che godeva dell’appoggio dell’etnia Pashtun, la più numerosa del paese.

L’Afghanistan è un crogiuolo di etnie che, al tempo del dominio inglese, erano state artificiosamente unite in un unico stato. La più diffusa è l’etnia Pashtun che rappresenta circa la metà degli abitanti. L’etnia Tagika, seconda come diffusione, è presente con un quarto della popolazione. Le altre etnie sono: hazara, uzbeca, aimak, turkmena e baluca, con percentuali di diffusione che non superano il 10%.  

Nel 1933, in seguito all’assassinio di Mohammed Nadir Shah da parte di uno studente, salì al trono il figlio Mohammed Zahir Shah, che governò fino al 1973. In quell’anno, mentre si trovava in visita ufficiale in Italia, Mohammed Zahir Shah fu detronizzato da un suo cugino, Mohammed Daud Khan, che mise fine al regno, proclamando la Repubblica Afghana.

Il potere di Mohammed Daud Khan durò cinque anni. Nel 1978 un colpo di stato, conosciuto come la Rivoluzione di Saur, portò al governo il Partito Democratico Popolare di ispirazione marxista-leninista. Il leader del partito Nur Mohammad Taraki divenne Primo Ministro della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. L’anno seguente il nuovo capo di stato venne assassinato dal suo vice Hafizullah Amin, che lo sostituì alla guida del partito e del paese.

Invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica

L’unione Sovietica, guidata dal segretario del PCUS Leoníd Bréžnev, sospettò che l’ultimo complotto fosse stato eteroguidato dagli Stati Uniti. Riteneva che Hafizullah Amin fosse legato alla CIA. Il 24 settembre del 1979 truppe sovietiche entrarono in Afghanistan, iniziando di fatto l’occupazione del paese. Le forze armate della Repubblica Democratica dell’Afghanistan si schierarono al fianco dei sovietici. Ad opporsi all’invasione russa e all’esercito regolare erano i guerriglieri afghani conosciuto con il nome di Mujaheddin, appoggiati dalle potenze occidentali con Stati Uniti e Regno Unito in prima linea. Inoltre i Mujaheddin erano affiancati da Pakistan, Iran, Arabia Saudita e Cina.

L’intervento sovietico fu determinato da due motivi: il timore dell’URSS di perdere l’influenza sul governo della Repubblica Democratica Afghana e il timore, ancora maggiore, che un eventuale instaurazione di un regime fondamentalista islamico nel paese potesse avere una negativa influenza sulle popolazioni islamiche delle repubbliche dell’Unione Sovietica confinanti con l’Afghanistan. Queste, che contavano complessivamente 60 milioni di abitanti, erano Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. Quest’ultima non ha confini in comune con l’Afghanistan ma è di gran lunga la più importante delle repubbliche islamiche sovietiche.

La guerra sovietico-afghana, battezzata dai sovietici con il nome di “Operazione Štorm 333” ebbe inizio il 24 dicembre del 1979 con l’ingresso delle truppe nel paese afghano. L’intervento militare, nelle previsioni dello stato maggiore sovietico, doveva durare al massimo tre anni. Era considerato il tempo necessario per sostituire al vertice Hafizullah Amin con il moderato Babrak Karmal e consolidare il potere di quest’ultimo. Il conflitto ebbe termine invece il 15 febbraio del 1989 con il ritiro delle truppe sovietiche che, sconfitte dalla micidiale guerriglia dei Mujaheddin, rientrarono nelle loro basi nelle repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale e in Russia. Fu un disastro per l’esercito. Dieci anni di combattimenti erano costati 26.000 vite di soldati. Quella guerra viene ricordata come il Vietnam dei sovietici.

Talebani e Al-Qaida

Terminato il conflitto sovietico-afghano gli scontri in Afghanistan tra le forze della Repubblica Democratica Afghana e le varie fazioni di Mujaheddin continuarono. Le truppe della RDA potevano contare sugli aiuti che continuavano ad arrivare dall’alleato sovietico. Con la crisi dell’Unione Sovietica cessò l’invio delle armi e degli aiuti. Questo determinò il rapido indebolimento dell’esercito regolare afghano che fu presto sopraffatto dalle forze dei Mujaheddin. Il 17 aprile del 1992 questi occuparono Kabul costituendo lo Stato Islamico dell’Afghanistan.

Le divisioni interne dei Mujaheddin, le cui diverse fazioni rappresentavano le varie tribù afghane, impedirono il consolidamento del nuovo regime di Kabul. Gli elementi islamici più integralisti dei Mujaheddin Pashtun, i cosiddetti Talebani, studenti coranici educati e istruiti nelle scuole islamiche del Pakistan, si distaccarono dai moderati della stessa etnia. Questi si organizzarono in un esercito armato con i proventi del traffico di oppiacei. Iniziò una guerra civile tra le forze Talebane e i Mujaheddin. Il conflitto si concluse nel 1996 con la presa di Kabul da parte degli studenti coranici che costituirono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan guidato dal mullah Mohammed Omar. In contemporanea la formazione terroristica denominata “al-Qaida” al cui vertice c’era Osama Bin Laden, esponente di una delle famiglie più ricche e potenti dell’Arabia Saudita, trasferì il suo quartier generale in Afghanistan.

Il regime Talebano, sebbene contrastato dalle forze Mujaheddin che erano concentrate nel nord del paese, governò applicando la Sharia, la legge islamica, in un’interpretazione integralista che imponeva forti limitazioni alle libertà individuali.

Attentato alle torri gemelle e intervento Nato in Afghanistan

L’11 settembre del 2001 ci furono quattro attentati terroristici a New York. Quella tragica mattina quattro aerei di linea carichi di passeggeri, appartenenti all’American Airlines e all’United Airlines, furono dirottati da 19 terroristi. Due di questi furono diretti contro le torri gemelle del World Trade Center di New York. In seguito all’impatto dei due velivoli i due edifici presero fuoco e crollarono dopo poche decine di minuti. Il terzo aereo fu diretto contro una delle facciate del Pentagono di Washington, sede della direzione delle forze armate statunitensi, distruggendo una parte dell’immenso edificio. Il quarto, in seguito all’intervento degli eroici passeggeri dell’aereo che sacrificarono la loro vita per evitare un’ulteriore strage, si schiantò in un luogo disabitato della Pennsylvania. Questi attentati provocarono il decesso di 2977 persone, oltre ai 19 terroristi. Altre 6.000 persone rimasero ferite.

Le forze di sicurezza USA individuarono l’organizzazione che aveva portato a termine gli attentati. Gli investigatori puntarono subito su Al-Qaida diretta da Osama Bin Laden che aveva la propria base in Afghanistan.

Il presidente degli Stati Uniti, George Bush, diede ordine di stanare gli aderenti di quella organizzazione ovunque si trovassero. Il 20 settembre del 2001 gli americani presentarono una serie di richieste al governo afghano in forma ultimativa. La prima di queste era la consegna di tutti i dirigenti di Al-Qaida presenti sul territorio di quel paese. L’ultimatum fu respinto dai Talebani. Il 7 ottobre del 2001 l’Alleanza afghana del nord, ostile al governo talebano, diede il via a una guerra contro il governo di Kabul. Aveva l’appoggio esplicito degli Usa e degli altri paesi della Nato. Nel frattempo le forze Nato iniziarono l’operazione Enduring Freedon trasferendo un ingente numero di soldati sul territorio afghano. Il 12 novembre del 2001 le forze dell’Alleanza del nord, affiancate da truppe Nato, entrarono a Kabul. Il giorno precedente i Talebani avevano abbandonato la capitale.

Il 20 marzo 2003 gli Stati Uniti e altri paesi Nato invasero l’Iraq in quella che viene ricordata come seconda guerra del Golfo. L’intervento militare in Iraq, che causò un rallentamento delle operazioni in Afghanistan, fu determinato dalla convinzione che Saddam Hussein stesse per dotarsi di armi di distruzioni di massa e che appoggiasse il terrorismo internazionale di matrice islamica. Il 1° maggio di quello stesso anno il presidente George Bush dichiarò conclusa la guerra del Golfo con la completa occupazione dell’Iraq.

Cattura di Osama Bin Laden

Dopo la vittoriosa conclusione della guerra irachena le forze di sicurezza USA si dedicarono alla ricerca del covo di Osama Bin Laden. Furono necessari lunghi anni per individuare il luogo deve si nascondeva l’organizzatore degli attentati dell’11 settembre del 2001. Il 2 maggio del 2011 reparti speciali appartenenti ai Navy Seals, dopo aver ottenuto il via libera dal presidente Barack Obama, diedero corso all’operazione Neptune Spear. Fonti di intelligence e voli di ricognizione avevano individuato il luogo dove abitava Osama Bin Laden e la sua numerosa famiglia. Il capo di Al-Qaida si trovava in un edificio di Abbottābād, una cittadina del Pakistan situata a circa 50 chilometri a nord della capitale Islamabad.

All’una di notte del 2 maggio due elicotteri Black Hawk con 17 Navy Seals a bordo, provenienti da Jalalabad, città afghana situata al confine con il Pakistan, atterrarono nel complesso dove si trovava Osama Bin Laden. Altri due elicotteri Chinook si erano fermati ad alcuni chilometri di distanza, in una zona desertica, pronti ad intervenire in caso di bisogno. Uno dei due Black Hawk rimase danneggiato in fase di atterraggio. Nella casa erano presenti 22 persone. Furono uccisi cinque di queste: Osama bin Laden, uno dei suoi figli, forse Khālid, il corriere Abu Ahmad al-Kuwayti, il fratello del corriere e sua moglie. Il corpo di Osama fu portato via dagli americani e seppellito nell’oceano Indiano, poiché, come dichiararono le autorità statunitensi, nessun paese si era detto disposto ad accogliere la salma.  

Ritiro delle forze occidentali dall’Afghanistan e vittoria dei Talebani

La permanenza dei militari Nato in Afghanistan, per la maggior parte americani, si protrasse fino al 2020 per garantire la sopravvivenza del governo presieduto da Ashraf Ghani. Nel febbraio di quell’anno a Doha, nel Qatar, ci furono degli incontri tra le autorità statunitensi e esponenti dei Talebani, promossi e approvati dal presidente Donald Trump. Gli incontri si conclusero il 29 febbraio con un accordo nel quale venne stabilito che le truppe Nato avrebbero lasciato il territorio afghano entro il 31 agosto del 2021. Nel mese successivo furono scarcerati circa 1500 Talebani che erano rinchiusi nelle carceri afghane.

A maggio del 2021 iniziarono le operazioni di ritiro delle truppe statunitensi e italiane, le ultime del dispiegamento Nato ancora presenti sul territorio di quel paese. In concomitanza con il ritiro Nato i Talebani incrementarono la loro azione militare tesa a instaurare un loro governo a Kabul in sostituzione di quello presieduto da Ashraf Ghani.

Il 31 agosto venne completato il ritiro delle forze statunitensi. Con un ponte aereo vennero fatti uscire dal paese anche i cittadini afghani, con i loro familiari, che avevano collaborato con le forze occupanti. Temevano rappresaglie per il ruolo svolto a fianco delle truppe occidentali.

Già dal 15 agosto i Talebani erano entrati a Kabul senza incontrare resistenza da parte dell’esercito afghano addestrato dalle forze Nato. Probabilmente ingenti somme di denaro erano state elargite dai Talebani per corrompere i vertici militari ed evitare scontri con le forze regolari. Il 19 agosto venne proclamato l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, con un governo formato da esponenti Talebani.

(Immagine in alto: Afghanistan, gruppi etnici, Mappa CIA, Library of US Congress, 2005)