Amedeo Guillet

AMEDEO GUILLET, IL “LAWRENCE D’ARABIA” ITALIANO

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NAPOLI AL TEMPO DI …
Episodi e personaggi della storia partenopea

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Amedeo Guillet apparteneva a una famiglia di origine sabauda stabilita da lungo tempo a Capua. Era nato a Piacenza nel 1909, figlio del colonnello dei carabinieri Alfredo e nipote del generale Amedeo Guillet, senatore del regno. Dopo aver frequentato l’Accademia Militare di Modena entrò nell’esercito. Abilissimo cavaliere fu assegnato ai “Cavalleggeri di Monferrato”. Nel 1936 avrebbe dovuto partecipare alle olimpiadi di Berlino come componente della squadra italiana di equitazione ma, a causa della guerra di Abissinia dove il suo reparto fu destinato, non poté essere presente sul campo di equitazione di Mayfield, dove si svolsero le gare.

Nel 1935, con il grado di tenente, partecipò alla guerra per la conquista dell’Etiopia. Fu ferito alla mano sinistra nella battaglia di Selaclacla. Venne decorato da Italo Balbo per il suo coraggioso comportamento in battaglia. Terminata la conquista dell’Impero Etiopico Amedeo Giullet fu prima a Tripoli, in Libia, e poi a Roma. Era comandante delle unità a cavallo “Spahis”, formate da truppe coloniali.

Partecipò alla guerra di Spagna a comando del reparto carri armati “Fiamme nere”. Quando tornò in Italia, con sua somma delusione, non ottenne la meritata promozione a capitano. Fu destinato al comando delle truppe coloniali a cavallo “Savari” dislocate in Libia. Nel 1939 fu trasferito in Eritrea dove fu messo al comando del Gruppo Bande Amhara, una formazione di 1700 unità indigene. Un vero e proprio reggimento che di solito veniva comandato da un colonnello.

Con il suo gruppo doveva far fronte alla guerriglia delle formazioni irregolari eritree. In uno degli scontri il cavallo del tenente Guillet fu abbattuto. Dopo che anche il secondo cavallo aveva fatto la stessa fine, Guillet si posizionò a una mitragliatrice uccidendo gli ultimi nemici che ancora combattevano. La vittoria in questa battaglia gli valse una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Fu in tale occasione che i suoi uomini gli diedero il soprannome di “Comandante Diavolo”. Questo soprannome e le sue gesta, che venivano raccontate dai suoi soldati indigeni, gli valse una grande notorietà in tutta l’Africa Orientale. I suoi uomini erano convinti che fosse immortale. Era particolarmente amato dalle truppe coloniali perché aveva la massima considerazione dei suoi soldati e ne rispettava le loro credenze e tradizioni.

Il 20 gennaio del 1941 gli fu ordinato di affrontare le truppe britanniche ad Agordat dove una formazione italiana stava per soccombere. La sua azione doveva far guadagnare tempo prezioso affinché gli italiani potessero mettersi al sicuro dentro la fortezza di Agordat.

Le truppe a cavallo di Guillet nella notte aggirarono furtivamente la formazione inglese, formata da fanteria e da carri blindati. La mattina del 21 Guillet, in sella al suo destriero bianco, diede il comando di carica. I suoi uomini si lanciarono in una carica a cavallo penetrando all’interno delle linee nemiche. I britannici erano stati presi completamente di sorpresa dall’attacco. I cavalieri di Guillet erano armati solo di spade, pistole e bombe a mano. Riuscirono a mettere un completo scompiglio tra i soldati e i carri armati nemici. Quando Guillet richiamò i suoi uomini per riorganizzare le linee e condurre una seconda carica, i carri nemici ebbero il tempo di riposizionarsi. Il fuoco dei loro cannoni, alzo zero, iniziò a falcidiare i cavalieri che combattevano sotto bandiera italiana. Per dar il tempo di sganciarsi al grosso della formazione un manipolo di trenta uomini comandati dal tenente Renato Togni effettuò una manovra diversiva attirando il fuoco nemico. Morirono tutti, uomini e cavalli, ma permisero a Guillet e ai suoi di mettersi al riparo.

L’obiettivo era stato raggiunto. Le truppe italiane erano ormai al sicuro nella fortezza di Agordat. La formazione di Guillet aveva perso in battaglia 800 uomini tra morti e feriti. Quella del Comandante Diavolo ad Agordat fu l’ultima carica di cavalleria in Africa.

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RACCONTI DA CAPRI
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Nel 1941 gli inglesi entrano ad Asmara, la capitale dell’Eritrea, dopo aver sconfitto ad Amba Alagi le truppe italiane comandate dal duca Amedeo d’Aosta. Amedeo Guillet si rifiutò di tornare in Italia e decise di continuare la sua personale guerra contro gli inglesi. Si spogliò della divisa di ufficiale italiano e si pose al comando di un piccolo esercito formato da un centinaio dei suoi più fedeli soldati di nazionalità eritrea ed etiope. Essi credevano ciecamente nel loro “Comandante Diavolo”. La guerra privata di Guillet contro gli inglesi era di un’efficacia letale. Con continui scontri teneva impegnate le truppe britanniche aiutando i soldati italiani che si avviavano a lasciare il Corno d’Africa. I britannici decisero di porre una taglia sulla sua testa, mille sterline d’oro, una somma enorme destinata a chi lo avesse tradito, permettendo la sua cattura o uccisione. Fu una mossa inutile. Nessuno degli indigeni, che pure sapevano tutto di lui, lo tradì. Si era conquistato amore e rispetto nelle popolazioni locali. Nell’ottobre del 1941 la situazione di Amedeo Guillet si era fatta difficile. Il maggiore Max Harari dell’esercito britannico, che aveva l’incarico di catturare l’imprendibile Comandante Diavolo, era ormai sulle sue tracce, tanto che era riuscito a catturare Sandor, il suo amato cavallo grigio.

Amedeo Guillet decise di sciogliere il suo personale esercito, i cui uomini si dispersero, raggiungendo i propri villaggi. Guillet si trasferì a Massaua, città portuale situata a pochi chilometri da Asmara. Si vestì come un arabo e prese la falsa identità di Ahmed Habdallah al Redai, aiutato in questo dalla perfetta conoscenza della lingua araba. Fu fermato dagli inglesi. Il suo vecchio attendente arabo, che lo aveva seguito, convinse i militari britannici a rilasciarlo, dicendo loro che quello che avevano fermato non era altro un povero arabo sordo.

Guillet riuscì a imbarcarsi su un vascello locale per raggiungere lo Yemen. Purtroppo i marinai del Sambuco su cui si trovava erano dei pirati che lo depredarono e lo sbarcarono su una spiaggia eritrea. Lo ospitò un anziano cammelliere che lo accolse nella sua casa come un figlio. Dopo qualche mese si imbarcò per la seconda volta con destinazione Yemen. Fu però imprigionato dagli Yemeniti che lo sospettavano di essere una spia dei britannici. Gli inglesi chiesero la sua estradizione. Il re, l’Imam Yahiah, prima di decidere, volle ascoltarlo. Restò affascinato dal racconto delle sue avventure e della profonda conoscenza dell’arabo e della religione maomettana dell’ufficiale italiano. Rifiutò l’estradizione e nominò Amedeo Guillet palafreniere capo delle sue scuderie. Inoltre ebbe l’incarico di precettore dei figli del re e istruttore delle guardie a cavallo della casa reale.

Nel giugno del 1943, ebbe notizia che una nave della Croce Rossa italiana si trovava nel porto di Massaua. Si congedò da re Yahiah e raggiunse di nuovo il porto eritreo. Sotto il naso degli inglesi che ancora lo cercavano, si imbarcò sulla nave della Croce Rossa fingendosi pazzo. Arrivò a Roma il 3 settembre del 1943 dove, a riconoscimento dei suoi meriti, fu promosso maggiore. Era sua intenzione tornare in Africa per continuare la guerra segreta contro i britannici. Il S.I.M., Servizio Informazioni Militare, che avrebbe dovuto gestire l’operazione, ritenne inutile un ritorno nel Corno d’Africa. Il suo coraggio e la conoscenza delle lingue erano più utili in patria. Dopo l’8 settembre abbandonò Roma e raggiunse Brindisi operando per il S.I.M. e per il ricostituendo esercito italiano.

Nel 1945 entrò nell’organico dei servizi con la qualifica di agente segreto. Ebbe l’incarico di recuperare la corona imperiale del Negus d’Etiopia che, dalla Repubblica di Salò, era finita nelle mani della Brigata Garibaldi. L’operazione fu portata a termine e la restituzione della corona facilitò la riappacificazione con l’imperatore Hailé Selassié.

Dopo essersi sposato a Napoli con il suo amore giovanile e avuto due figli, Amedeo Guillet, che nel frattempo aveva continuato gli studi laureandosi in Scienze Politiche, diede le dimissioni dall’esercito. Superò brillantemente il concorso presso il Ministero degli Esteri e fu inquadrato nel corpo diplomatico italiano. Nel 1954 venne inviato all’ambasciata dello Yemen. Ritrovò i figli del defunto re Yahiah, di cui era stato precettore, che lo accolsero in modo fraterno. Nel 1967 ebbe l’incarico di ambasciatore d’Italia in Marocco. Durante un tentativo di colpo di stato Guillet e altri diplomatici furono coinvolti in un violento scontro a fuoco. Con la sua esperienza militare e con il suo coraggio riuscì a mettere in salvo gli altri diplomatici presenti. Il governo tedesco gli concesse la Gran Croce con stella e striscia dell’Ordine al Merito della Repubblica per aver salvato la vita all’ambasciatore della Germania Federale. Nel 1971 fu inviato quale ambasciatore in India, dove strinse uno stretto rapporto d’amicizia con il primo ministro Indira Gandhi.

Nel 1975 lasciò il corpo diplomatico per raggiunti limiti di età. Si stabilì in Irlanda, dedicandosi all’allevamento dei cavalli. Nel 2000 fece un viaggio in Eritrea dove venne accolto dal Presidente di quella Repubblica con grande onore. Lo stesso anno il Presidente Carlo Azeglio Ciampi gli concesse una delle massime onorificenze della Repubblica, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia. Inoltre il consiglio comunale di Capua gli conferì la cittadinanza onoraria di quella cittadina, dove ancora parte della sua famiglia paterna risiedeva.

Nel dopoguerra aveva incontrato il suo storico nemico, il maggiore inglese Max Harari, che per diversi anni gli aveva dato invano la caccia. Diventarono amici rimanendo in contatto per il resto delle loro vite a dispetto del fatto di essere stati grandi nemici su quel campo di battaglia situato nel Corno d’Africa. Il Comandante Diavolo si spense a Roma il 16 giugno 2010. Aveva festeggiato da pochi mesi i 101 anni di età. I suoi resti riposano nella cappella di famiglia nel cimitero di Capua. Lo stato italiano lo ha inserito nei suoi 150 funzionari più illustri. Il giornalista Indro Montanelli in uno dei suoi articoli lo definì il “Lawrence d’Arabia” italiano.