Armando Diaz, Harris & Ewing, 1921

ARMANDO DIAZ, DA CAPORETTO ALLA VITTORIA

Nel novembre del 1917, durante la prima guerra mondiale, tutto sembrava perduto per l’Italia. Vittorio Emanuele III nominò il generale Armando Diaz Capo di Stato Maggiore dell’esercito in sostituzione del generale Cadorna. In un anno Diaz guidò l’Italia dalla disfatta di Caporetto alla vittoria.

L’entrata in guerra dell’Italia, che aderiva alla triplice alleanza con Austria e Germania, fu determinata dalla rottura dei patti da parte degli austriaci che dichiararono unilateralmente guerra alla Serbia, tenendo all’oscuro di tutto il governo italiano, contrariamente agli accordi di alleanza. Pertanto l’Italia si rivolse al fronte opposto formato dalla Francia, Inghilterra e Russia.

Se in un primo momento questo fronte era titubante, non volendo far concessioni territoriali all’Italia alla fine del conflitto, fu poi costretto ad accettare l’alleanza per l’aiuto fondamentale che l’Italia poteva dare nel tener impegnata l’Austria e parte dell’esercito germanico sul fronte Trentino-Veneto-Friuli, alleggerendo il fronte franco-belga.

Il comando delle forze armate italiane era affidato al generale Luigi Cadorna, un piemontese nato a Verbania nel 1859, figlio del generale Raffaele Cadorna, famoso per la conquista dello stato pontificio e per la presa di Roma attraverso la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870.

Luigi Cadorna aveva delle carenze strategico-tattiche e una rigidità caratteriale nei rapporti umani. Il generale era consapevole di essere affiancato da un corpo ufficiali impreparato ai moderni sistemi bellici che si andavano affermando proprio in quel conflitto. La maggior parte di loro era stato formato a una condotta bellica fatta con metodi napoleonici.

Dopo la dichiarazione di guerra del 24 maggio 1915 contro l’impero austriaco, Cadorna intendeva posizionarsi difensivamente nel Trentino, dove riteneva che la barriera delle Alpi permettesse a pochi reparti di alpini di fermare l’avanzata austriaca. Al contrario, sulla linea dell’Isonzo, sistemò le truppe in formazione offensiva, sperando in una veloce conquista di territori, anche in virtù degli spazi di manovra disponibili e della particolare conformazione delle Alpi Orientali, che consentivano più agevoli movimenti alle truppe di Fanteria, Artiglieria e Cavalleria. In effetti il varco di Caporetto da sempre era stato considerato il crocevia per attraversare agevolmente le Alpi e scendere fino alla pianura veneta o, in senso contrario, raggiungere il sud dell’Austria.

Questa storia è tratta dal volume “NOVECENTO. Napoli e napoletani del XX secolo” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Inizialmente la strategia sembrò avere successo con delle parziali conquiste di territorio. Al termine del completamento dello schieramento dell’esercito sulla linea di fuoco, avvenuto tra giugno e dicembre 1915, Cadorna ordinò quattro violentissime offensive contro gli austriaci.  Nonostante le ingenti perdite di vite umane, l’avanzata delle truppe risultò insignificante. Uguale risultato si ebbe sul fronte “bianco”, sulle Dolomiti, dove gli scontri si svolsero ad altitudini superiori ai 2000 metri. A inizio del 1916 l’esercito austriaco rispose a questi violenti attacchi con una controffensiva sugli altopiani, denominata Strafexpedition (spedizione punitiva), che mise in serie difficoltà le truppe italiane, che comunque riuscirono a contenere il nemico austriaco.

Nell’agosto del 1916, nel corso della sesta battaglia dell’Isonzo, le truppe di Cadorna lanciarono un ennesimo attacco riuscendo ad avere la meglio sulle truppe nemiche, conquistando Gorizia. Le offensive italiane continuarono durante tutto il 1916 e inizio 1917 senza però ottenere risultati significativi, ma con enormi perdite di vite umane nei reparti combattenti.

Questa situazione di stallo minò il morale delle truppe, in conseguenza anche del comportamento di Cadorna che aveva destituito più della metà dei suoi ufficiali per inadeguatezza al comando, creando un grave clima di incertezza tra gli ufficiali subalterni. Inoltre, per limitare i numerosi episodi di insubordinazione e di fuga, utilizzò senza remore il codice militare di guerra, facendo fucilare i soldati per le più piccole manchevolezze, a volte anche interi reparti che non avevano, a giudizio dei tribunali di guerra, eseguito gli ordini ricevuti.

Il 24 ottobre scattò la controffensiva austriaca con la collaborazione di truppe fresche dell’esercito tedesco. Gli austriaci riuscirono a sfondare le linee italiane e le truppe nemiche si infiltrarono nelle retrovie. I reparti di prima linea, attaccati su due lati, furono sopraffatti nel settore di Caporetto. Iniziò una disordinata ritirata. Si tentò inutilmente di formare una linea di resistenza sul fiume Tagliamento, senza successo. Le truppe italiane arretrarono fino al Piave dove si attestarono in posizione difensiva. Alle spalle ormai c’era solo la vasta e indifendibile distesa della pianura Padana. Fu un completo disastro, con 12.000 morti e più del doppio di feriti, una marea umana allo sbando nel basso Veneto.

Le sorti dell’Italia volsero al peggio, e sembrò che tutto crollasse con la disfatta di Caporetto. Il baluardo difensivo del Piave rappresentava l’ultima spiaggia, perso il Piave non sarebbe rimasta che la resa.

Vittorio Emanuele III preso atto della gravissima situazione e delle gravi responsabilità del generale Cadorna, lo destituì dal comando nominando al suo posto Armando Diaz il 9 novembre del 1917. Vittorio Emanuele, re soldato, conosceva bene il fronte e gli uomini che lo frequentavano, poiché spesso era presente sul luogo delle operazioni. Da acuto osservatore aveva apprezzato la solidità morale e le doti organizzative e umane del generale Diaz. Nel momento della quasi disfatta valutò che quelle doti, in un esercito di non professionisti, erano le più importanti per ricompattare i reparti e ricostruire il morale degli uomini.

Armando Diaz era nato a Napoli il 5 dicembre 1861, il padre Lodovico era un ufficiale di marina che apparteneva a una famiglia di militari e uomini di legge con lontane origini spagnole. La madre Irene, dei baroni Cecconi, era casalinga. In gioventù abitò con la famiglia in Via Francesco Correra, fece studi tecnici commerciali, poi frequentò l’Accademia Militare d’Artiglieria a Torino. Nel 1884 entrò nell’esercito come ufficiale di artiglieria, facendo una costante carriera che lo portò ai gradi più elevati. Nel 1912, promosso colonnello, partecipò alla guerra italo-turca al comando di un reggimento di fanteria. Durante una battaglia in Libia rimase ferito.

Nel 1915, con lo scoppio della prima guerra mondiale, fu promosso Maggior Generale ed ebbe un incarico nel Corpo di Stato Maggiore. Nel 1916 chiese di essere trasferito ai reparti di prima linea. In questo periodo, in qualità di tenente generale, gli fu assegnato il comando della 49ma Divisione della III Armata. Il generale subì una ferita alla spalla in combattimento e fu decorato con medaglia d’argento al valor militare.

Nominato capo di stato maggiore delle Forze Armate, Diaz, che aveva tra i suoi punti di forza la capacità organizzativa, iniziò una minuziosa opera di ricostruzione dei quadri di comando e dei reparti combattenti, mettendo al primo posto i rapporti umani sia con gli ufficiali che con i semplici soldati. Evitò le punizioni per le colpe lievi, che tanto avevano influito negativamente sul morale della truppa, riservando al giudizio dei tribunali militari di guerra i soli reati più gravi.

Furono migliorate le condizioni di vita degli uomini con un rancio di migliore qualità e con una regolare turnazione tra le truppe combattenti e quelle di seconda linea. Gli obiettivi che si ponevano gli alti comandi furono condivisi con gli ufficiali di rango inferiore e con i soldati, rendendo consapevoli gli stessi delle azioni belliche a cui erano chiamati a partecipare.

Il 15 giugno del 1918 gli austriaci, con l’ausilio di reparti tedeschi, diedero avvio alla battaglia del solstizio, ma non riuscirono a sfondare le linee italiane. Il 22 le truppe austro-tedesche furono costrette a ritirarsi dietro le loro linee di difesa.

Diaz sembrava non avere fretta, ben consapevole che il tempo giocava a favore dell’Italia, poiché sul fronte franco-belga le cose volgevano al meglio per i francesi, coadiuvati da reparti inglesi e americani. La Germania si trovò costretta a utilizzare tutti i suoi uomini sul lato occidentale trascurando il fronte italiano.

Il generale continuò nella riorganizzazione delle truppe, mentre le industrie belliche del paese facevano arrivare al fronte armi più moderne. Si vide all’opera il primo carrarmato italiano “Fiat 2000” che per la sua pesantezza non fu mai utilizzato in combattimento. Arrivarono le bombe a mano e le pistole mitragliatrici “Villar Perosa”, oltre agli automezzi da trasporto truppe e trasporto artiglieria.

Il 28 ottobre 1915 Diaz lanciò un’offensiva concentrata su un unico punto, Vittorio Veneto, preceduta da un’azione diversiva che fece credere al nemico che l’attacco sarebbe avvenuto sul Piave. Il colpo di maglio riuscì e le truppe italiane, coadiuvate da alcuni reparti francesi e britannici, costituirono una testa di ponte con vertice in Vittorio Veneto, riconquistata all’Italia.

Allargando man mano il cuneo all’interno delle difese nemiche, gli italiani ebbero il sopravvento sulle forze avversarie. Il 3 novembre l’esercito austro-ungarico, stanco e demoralizzato, si ritirò mentre le truppe italiane entravano vittoriose a Trento e a Trieste. Il 4 novembre del 1915 l’Impero Austriaco firmò l’armistizio che chiuse le ostilità sul fronte italiano. Lo stesso giorno Armando Diaz emise il “Bollettino della Vittoria” che informava la nazione del positivo esito della guerra.

Armando Diaz fu nominato senatore ed ebbe il titolo di Duca della Vittoria. Nel 1922, su insistenza del re che voleva una persona fidata come ministro della guerra, entrò a far parte del primo governo Mussolini. Nel 1924 diede le dimissioni da ministro ritirandosi a vita privata. Nello stesso anno fu insignito con il titolo onorario di Maresciallo d’Italia. Morì a Roma il 29 febbraio del 1928.

(Foto in alto: Armando Diaz, Harris & Ewing, 1921)