Autoritratto, Artemisia Gentleschi, 1615.

ARTEMISIA GENTILESCHI, UNA DONNA CORAGGIOSA

Artemisia Lomi Gentileschi nacque a Roma l’8 luglio 1593. Era figlia di Prudenza Montone e di Orazio Gentileschi, un affermato pittore caravaggesco, di origine toscana ma con bottega d’arte a Roma. Orazio cambiò il suo cognome da Lomi a Gentileschi per distinguersi dal fratello Aurelio, anche lui pittore.

Fin da piccola Artemisia mostrò di aver passione per la pittura. Frequentava regolarmente lo studio paterno dove imparò tutti i segreti dell’arte. A 18 anni fu affidata dal padre al pittore Agostino Tassi, di 31 anni, perché insegnasse ad Artemisia l’arte della prospettiva.

Un giorno, dopo varie proposte amorose che il Tassi fece alla giovane pittrice, tutte rifiutate, approfittando di essere solo con lei, le usò violenza nella casa della famiglia Gentileschi in via S. Spirito in Sassia (Borgo S. Spirito). In un primo momento sembrava che la cosa potesse essere appianata, poiché Artemisia iniziò una relazione con Agostino. Ben presto scoprì che il pittore era regolarmente sposato e non avrebbe potuto regolarizzare la loro unione. Artemisia confessò al padre quel che era successo. Agostino Tassi fu trascinato in tribunale, accusato da Artemisia e dal padre di violenza carnale.

Nel successivo processo ci furono molte difficoltà per appurare la verità, poiché il Tassi negava ogni responsabilità e accusava Artemisia di aver avuto molti amanti, tanto da poter essere considerata una prostituta. Furono ascoltati molti testimoni, per lo più in favore del Tassi, che però era sospettato di corrompere i testi. Il pittore era stato già condannato più volte per reati sessuali. Anche Artemisia fu interrogata e, per dare maggior peso alla sua deposizione, si disse disposta a rendere testimonianza sotto tortura. Nel successivo interrogatorio confermò le accuse e la promessa del Tassi di sposarla, cosa a cui aveva creduto. Solo in seguito aveva saputo che egli era già sposato ed era stato abbandonato dalla moglie.

Il processo durò a lungo per verificare la sincerità delle tante testimonianze a favore di Agostino Tassi. Molte di queste non ressero alle successive verifiche. Inoltre pesarono a sfavore del pittore le esagerate, con tutta evidenza false, accuse che muoveva nei confronti della onestà di Artemisia. Alla fine del processo fu condannato a cinque anni di lavori forzati o, a sua scelta, all’esilio perpetuo da Roma. Agostino Tassi scelse l’esilio.

Questa storia è tratta dal volume “NAPOLI AL TEMPO DI … Episodi e personaggi della storia partenopea” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Artemisia, nonostante l’ostracismo che il chiuso ambiente romano mostrava nei suoi confronti durante e dopo il processo, continuò nella sua passione per la pittura. Risale a questo periodo il quadro “Susanna e i vecchioni” dove i critici d’arte vedono il disagio della pittrice nei confronti del padre e di Agostino Tassi, rappresentati dai due vecchioni che insidiano Susanna (Artemisia) che si nega. In questo quadro si può già verificare l’influenza del Caravaggio nella potenza della luce e nei forti contrasti nell’uso del colore. Il padre Orazio era in grande amicizia con Michelangelo Merisi (Caravaggio), del quale frequentava lo studio spesso accompagnato dalla figlia Artemisia, dove aveva libero accesso a tutti i segreti della pittura di Caravaggio.

Un altro quadro, impressionante per la crudezza della rappresentazione e per il potente richiamo della pittrice alle sue vicissitudini, fu dipinto dalla Gentileschi nel 1612, “Giuditta che decapita Oloferne”, che riprende la stessa scena dipinta dal Caravaggio. Giuditta non è altro che l’autoritratto di Artemisia. Nel volto della bellissima Giuditta si nota la soddisfazione della vendetta nei confronti di Oloferne che, nella simbologia della scena, rappresenta il Tassi. In questo quadro si ritrova tutta la scuola del Caravaggio, stessa scenografia, stessa drammaticità, con una Giuditta attenta e concentrata nell’utilizzare il pugnale per decapitare Oloferne.

Il 29 novembre del 1612 Artemisia sposò Pierantonio Stiattesi, un modesto artista fiorentino, che però rappresentò per la pittrice un buon marito. I due, dopo il matrimonio, si trasferirono a Firenze per sfuggire alle chiacchiere romane. A Firenze Artemisia utilizzò l’originale cognome paterno, Lomi, liberandosi dal pesante fardello del passato. La pittrice, nel nuovo ambiente, poté pienamente esprimere la sua bravura. Nel 1616 fu accolta all’Accademia delle Arti e del Disegno frequentando i più noti artisti dell’epoca. Conobbe Cosimo II de’ Medici e la madre di Cosimo, Cristina. Ebbe rapporti con Galileo Galilei e fu apprezzata da Michelangelo Buonarroti il giovane, nipote del famoso Michelangelo Buonarroti, che le affidò l’incarico di dipingere una tela destinata alla “Magione”.

La vita fiorentina della bellissima Artemisia e di suo marito era particolarmente dispendiosa tanto da consumare i suoi notevoli guadagni realizzati con le numerose committenze che le pervenivano in quel periodo: “La conversione della Maddalena”, “Giuditta con la sua ancella”, una seconda “Giuditta che decapita Oloferne”. Questi dipinti avevano tutti la caratteristica di rappresentare la figura femminile con le fattezze di Artemisia, tanto da far ritenere che fossero gli stessi committenti a richiedere questa particolarità, in omaggio alla sua bellezza e alla notorietà della sua avventura romana.

Nel 1621 Artemisia si divise dal marito e si trasferì di nuovo a Roma, salvo un breve periodo nel quale soggiornò a Genova con il padre. Nella città ligure conobbe il pittore fiammingo Antoon Van Dick e dipinse “Lucrezia” e “Cleopatra”. A Roma si sistemò in un appartamento in via del Corso, nei pressi di piazza del Popolo, con sua figlia Prudenzia, avuta col marito Pierantonio Stiattesi. Durante il suo soggiorno romano ebbe modo di attenuare la dipendenza della sua pittura dal Caravaggio per accentuare classicismo e barocco che in quel momento erano la moda nascente nel mondo dell’arte della capitale. Uno dei dipinti più sorprendenti per l’epoca fu “L’autoritratto dell’allegoria della pittura”, dove la pittrice si ritrasse mentre dipingeva una tela, con tutta la sua attrezzatura in bella vista. È anche interessante notare come le figure femminili, che rappresentano sempre la pittrice, mostrano una bellezza che matura con l’età.  La pittrice, ormai pienamente affermata anche a Roma, dove era sempre vivo il ricordo del processo, entrò a far parte dell’Accademia dei Desiosi. Nel 1627 ebbe una seconda figlia naturale da un suo amante cavaliere di Malta.

Nonostante la sua fama, le grandi committenze in cui lei sperava tardavano ad arrivare, così tra il 1627 e il 1630 Artemisia si trasferì a Venezia dove dipinse alcune delle sue tele più significative: “Giuditta e la sua ancella”, “Ritratto di gonfaloniere”, “Venere e la sua ancella”.

Nel 1630 la pittrice venne a Napoli. In questa città conobbe il pittore spagnolo Diego Velasquez, all’epoca 32enne, durante il suo primo viaggio in Italia. Si confrontò anche con i maggiori pittori che in quel periodo operavano a Napoli: Massimo Stanzione e José de Ribera. Artemisia e Diego Velasquez lavorarono insieme per Maria Anna d’Austria, regina d’Ungheria, per la quale Artemisia dipinse alcune tele. Nella città partenopea la pittrice creò uno dei suoi dipinti più belli: “Annunciazione”, che è esposto nel museo di Capodimonte. Inoltre ebbe l’incarico di dipingere alcuni quadri destinati alla cattedrale di Pozzuoli (rione Terra): “L’adorazione dei magi”, “San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli” e “Santi Procolo e Nicea”.

Nel 1638 la Gentileschi lasciò per alcuni anni Napoli trasferendosi a Londra, dove già si trovava il padre che stava lavorando all’affresco del soffitto della Queen’s House, situata in Greenwich Village, ingaggiato dalla corte inglese. Re Carlo I e la regina Enrichetta Maria di Borbone-Francia, appassionati d’arte, acquistarono dalla Gentileschi il suo “Autoritratto dell’allegoria della pittura” e commissionarono altre tele alla pittrice.

Dopo la morte del padre, avvenuta a Londra nel settembre del 1639, Artemisia tornò definitivamente a Napoli, dove ricevette delle committenze da Don Antonio Ruffo, appartenente al ramo siciliano della nobile famiglia calabrese. La sua opera più famosa di tale periodo è “Lucrezia”. Le sue due figlie sposarono, in questo secondo e definitivo soggiorno in città, due giovani napoletani. Del secondo periodo partenopeo non rimangono molte tracce. Una lettera dell’anno 1649, inviata dalla pittrice al suo amico e committente Don Antonio Ruffo, certifica che a quella data era ancora attiva come pittrice. Artemisia Gentileschi morì a Napoli nel 1653, all’età di 60 anni.

Il coraggio di Artemisia nell’affrontare in modo indipendente la sua vita avventurosa e irta di difficoltà fa che la stessa possa essere considerata una protofemminista. Ella fu la prima pittrice donna a esercitare la sua arte al di fuori di un ambito familiare come era d’uso all’epoca nei pochi casi di donne artiste.

Il mistero del Caravaggio ritrovato

Alcuni anni fa è stato ritrovato in una soffitta di una antica casa di Tolosa, di proprietà dei discendenti di un graduato dell’esercito napoleonico, un dipinto che rappresenta Giuditta che decapita Oloferne, identificato da alcuni esperti per un quadro di Michelangelo Merisi di cui si erano perse le tracce. Di questo dipinto esiste una copia fatta da Luis Finson, pittore fiammingo dei primi anni del 600, che era stato il proprietario del quadro originale. Questa copia oggi appartiene alla collezione Banco di Napoli, esposta a Palazzo Zevallos, la vecchia sede della Banca Commerciale Italiana, in via Toledo a Napoli.

Il quadro, secondo gli studiosi che ne hanno effettuato l’attribuzione, sarebbe una seconda versione dello stesso soggetto dipinto dal Caravaggio a Napoli nel 1607. Secondo altri esperti il quadro sarebbe stato dipinto in gran parte da discepoli della bottega del Caravaggio, o essere un’altra copia del Finson, oppure opera di qualche caravaggesco napoletano.

Michelangelo Merisi, dopo l’assassinio di Ranuccio Tomassoni, fu condannato alla decapitazione dal tribunale di Roma. Protetto dalla famiglia Colonna fuggì a Napoli, accolto dal ramo napoletano della stessa famiglia. La marchesa Costanza Sforza Colonna, da sempre amante del pittore, lo ospitò spesso nella sua dimora in città. Durante il soggiorno napoletano Michelangelo Merisi era a caccia di soldi poiché, essendo ricercato come assassino, aveva in programma di recarsi a Malta per farsi nominare Cavaliere dell’ordine di Malta, acquisendo quella nobiltà da lui sempre cercata, che lo avrebbe messo al riparo dalle lunghe braccia della giustizia papale.

Probabilmente, per fare cassa, diede ordine ai discepoli del suo studio romano di completare e vendere i quadri che aveva già impostato e parzialmente dipinto. Tra questi doveva esserci la tela ritrovata a Tolosa, impostata dal pittore, che rappresentava Giuditta che decapita Oloferne. Forse aveva anche iniziato a dipingere la figura di primo piano, la faccia di Oloferne. Il completamento dell’opera fu probabilmente tentato da qualche suo discepolo, ma Oloferne risultò come una maschera su un corpo di scialba fattura. La seconda figura, quella dell’anziana serva, venne rappresentata con un gozzo enorme che richiamava il realismo drammatico di Caravaggio. L’esagerazione delle deformità non era però usuale nel maestro. Sulla tela ogni figura risulta dipinta con una diversa illuminazione, al contrario delle tele del Caravaggio che proprio con la prospettiva della luce dava unitarietà ai personaggi dei suoi quadri. Dato il modesto risultato raggiunto, è probabile che venisse incaricata di completare la tela Artemisia Gentileschi, una habitué dello studio del pittore lombardo, onde recuperare, con la sua bravura, credibilità all’attribuzione del quadro al Caravaggio. A dare forza a questa ipotesi è il fatto che Giuditta presenta le sembianze della stessa Artemisia, come era abitudine della pittrice che ritraeva sé stessa nelle figure delle eroine che dipingeva. Questa ricostruzione naturalmente attiene alla prima ipotesi fatta dagli esperti non convinti della originalità della tela.

(Immagine in alto: Autoritratto, Artemisia Gentileschi, 1615.)