Assedio di Leningrado, truppe sovietiche, 1941

ASSEDIO DI LENINGRADO

La Germania di Hitler lanciò l’operazione Barbarossa il 22 giugno del 1941. L’inizio dell’operazione, che mirava a conquistare l’Unione Sovietica, era stato previsto per il 15 maggio, in modo da avere almeno 5 mesi di tempo prima delle nevi dell’inverno russo. Nell’ottobre dell’anno precedente Mussolini aveva dato il via all’invasione della Grecia senza informare il suo alleato tedesco. L’operazione militare fu un fallimento. L’esercito italiano non era preparato a sostenere l’impresa. Mussolini sperava in una resa senza combattimenti di quel paese. Si ritrovò invece di fronte a forze greche che furono in grado di attuare una controffensiva, respingendo gli italiani in Albania. Hitler non poteva dare inizio all’operazione Barbarossa. Doveva prima sistemare le faccende dei Balcani. Invase la Jugoslavia e si sostituì agli italiani nella conquista della Grecia.

Tutto ciò ritardò di un mese l’inizio dell’operazione Barbarossa. Un ritardo che alla fine si rivelò fatale per l’esito dell’invasione della Russia. L’attacco fu lanciato nonostante il patto Molotov-Ribbentrop che prevedeva un accordo di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica.

OPERAZIONE BARBAROSSA

I segnali dell’imminente ingresso su suolo sovietico dell’esercito tedesco erano tanto evidenti che gli americani si sentirono in dovere di informare l’ambasciatore sovietico a Washington. I loro servizi di informazione avevano osservato massicci movimenti di truppe verso il confine orientale della Germania. Queste informazioni furono confermate anche dalla spia sovietica a Tokyo, Richard Sorge. Riferì di un messaggio della Germania al proprio alleato Giapponese in cui veniva comunicata l’imminente invasione dell’Unione Sovietica. Questi avvisi non furono tenuti in considerazione da Stalin. Il dittatore russo, inspiegabilmente, riponeva una fiducia cieca nel patto Molotov-Ribbentrop.

L’unione Sovietica era pertanto impreparata all’attacco tedesco che avvenne su tre fronti. Sul fronte centrale operò un’armata, forte di 57 divisioni tra cui il 2° e 3° panzergruppe con 2.000 carri armati, che puntò su Mosca. Il fronte meridionale era supportato dall’armata del sud con 48 divisioni e il 1° panzergruppe di 600 carri armati, coadiuvato anche dalle forze italiane dell’ARMIR. L’armata del sud aveva il compito di conquistare Stalingrado, la porta del Caucaso, per poi dirigersi tra il mar Nero e il Caspio, dove erano presenti ingenti giacimenti petroliferi. Il fronte nord poteva contare su 31 divisioni e sul 4° panzergruppe, inoltre era supportata da truppe reclutate durante l’avanzata nei territori delle repubbliche baltiche, insofferenti all’occupazione sovietica. L’armata del nord contava di occupare Leningrado, per congiungersi con le truppe della Finlandia alleata con la Germania.

Nel 1940 la Finlandia era stata costretta alla cessione della Carelia meridionale e della città di Viipuri all’Unione Sovietica dopo la sconfitta, nel marzo del 1940, nella cosiddetta “Guerra d’inverno” tra i due paesi. L’entrata delle armate tedesche in Russia convinse il governo finlandese ad affiancare la Germania per riconquistare i territori ceduti.

A seguito di questa alleanza Stalin ordinò di aprire le ostilità contro la Finlandia. Il 25 giugno, appena tre giorni dopo l’inizio dell’invasione tedesca, le artiglierie sovietiche bombardarono le città di confine del paese scandinavo. Era in pratica la continuazione della Guerra d’inverno, chiusa nel marzo precedente.

Nella breve estate russa le truppe tedesche avanzarono velocemente. L’armata centrale, entrata in Unione Sovietica dalla Polonia, riuscì a conquistare la città di Smolensk in un solo giorno, chiudendo in una sacca 15 divisioni sovietiche che avrebbero dovuto sbarrare la sua avanzata. La strada che conduceva a Mosca fu sgomberata in sole quattro settimane. Giunti nei pressi della capitale, le truppe tedesche trovarono ad attenderle 1.250.000 soldati russi, 1.000 carri armati, migliaia di pezzi di artiglieria e circa 1.000 aerei. L’invasione di Mosca avrebbe costretto il governo sovietico a riparare in Siberia. L’ingente schieramento difensivo riuscì a bloccare l’avanzata. Ormai si era in pieno inverno, con temperature che toccavano punte di 40 gradi sotto zero. Le controffensive dei russi ebbero successo grazie all’abitudine delle truppe a operare nelle condizioni climatiche più avverse.  

A sud, dopo aver attraversato velocemente l’Ucraina, i tedeschi riuscirono a vincere la strenua resistenza sovietica sulla “Linea Stalin”, penetrando nel cuore della Russia meridionale. La loro avanzata verso il Caucaso era condizionata alla conquista di Stalingrado. In caso contrario le divisioni tedesche si sarebbero trovate chiuse in un imbuto con alle spalle le forze russe. La resistenza eroica dei sovietici e il sopraggiungere dell’autunno con le piogge, che trasformarono le strade in pantani dove i panzer e i mezzi di trasporto si muovevano con grande difficoltà e lentezza, frenarono la marcia tedesca. Sopravvenne la stagione invernale. I russi erano abituati a operare nel gelo e nella neve. Le truppe d’invasione si muovevano invece con difficoltà su strade innevate e fangose.

IL FRONTE NORD E LE REPUBBLICHE BALTICHE

Sul fronte nord i tedeschi valutarono l’importanza strategica del porto sovietico di Murmansk sul mare di Barents, all’estremo nord della penisola scandinava. Il porto, grazie alla corrente del golfo, era sempre libero dai ghiacci ed era collegato con Mosca con una linea ferroviaria. Era destinato a diventare la via d’accesso degli aiuti inglesi e americani in Unione Sovietica. L’operazione “Volpe d’argento” iniziò il 29 giugno. Forze tedesche situate in Norvegia, coadiuvate da forze finlandesi, avanzarono verso la città di Murmansk. Le truppe che attaccavano si ritrovavano completamente allo scoperto a causa della mancanza di vegetazione nella zona artica. I sovietici riuscirono a bloccare i tedeschi e i finlandesi con l’aiuto dell’artiglieria che bombardava incessantemente l’unica via di accesso alla città.

Nel giugno del 1941 l’armata del nord, comandata dal generale Georg von Küchler, era entrata in Lituania. Proseguì per la Lettonia senza trovare resistenza. Le truppe sovietiche coadiuvate da 600 carri armati aspettavano i tedeschi al confine con l’Estonia. Gli scontri si protrassero per tre giorni. Il compattamento delle truppe tedesche sul confine ebbe alla fine la meglio sui sovietici. Questi si ritrovarono circondati nella sacca di Curlandia dove furono sconfitti. La “Linea Stalin” era stata superata. Agli invasori non restava che conquistare Leningrado distante solo 115 chilometri e congiungersi con le forze finlandesi che si trovavano a nord della città.

Nel frattempo la divisione delle SS comandata da Theodor Eicke, con l’aiuto della milizia locale, formata per lo più da delinquenti liberati dalle prigioni, rastrellava per le strade della Lituania i membri della folta e antichissima comunità ebraica di quel paese che contava 220.000 persone, di cui 100.000 abitavano a Vilnius. Gli ebrei vennero massacrati a migliaia. I superstiti si rifugiarono in Inghilterra e in America. Molti di quelli rifugiati nell’America del Sud rientrarono in Europa dopo la guerra. Numerosi furono gli ebrei lituani che si stabilirono definitivamente in Italia.

LA BATTAGLIA DI LENINGRADO

Il 30 agosto del 1941 le truppe tedesche si posizionarono a sud di Leningrado, l’antica capitale zarista, fondata nel 1703 con il nome di Sankt-Peterburg. Il nome era poi stato cambiato nel 1925 subito dopo la morte di Lenin. La città rappresentava la capitale culturale della Russia. L’8 settembre furono interrotti i collegamenti ferroviari e stradali con il resto dell’Unione Sovietica. A nord della città erano posizionate le forze finlandesi, comandate dal maresciallo Mannerheim. I finlandesi non obbedirono alla richiesta tedesca di bombardare la città, e non avanzarono oltre la linea tracciata dal fiume Svir, limitandosi a bloccare le vie di accesso.

I tedeschi, che erano sicuri di conquistare Leningrado in quattro, massimo sei settimane, furono sorpresi da un’inaspettata e tenace resistenza. Il porto della città era l’unico sbocco della Russia sul mar Baltico. Inoltre erano presenti diverse industrie strategiche con produzione di acciaio e carri armati. Fallito il primo tentativo d’invasione, ai tedeschi non restò che cingere d’assedio la città. Ormai si era in settembre e l’inverno russo era alle porte.

I tedeschi e i finlandesi avevano chiuso tutti gli accessi di Leningrado, effettuando anche un blocco navale sul Baltico. Ai sovietici rimaneva solo l’immenso lago Lagoda dove i trasferimenti di uomini e merci avvenivano con le navi.

LA XII MAS IN RUSSIA

Per contrastare il traffico sul lago Lagoda Hitler chiese a Mussolini l’intervento dei MAS, imbarcazioni ritenute più adatte, per le loro dimensioni e per la loro velocità, a operare sul lago. A La Spezia fu creata una squadriglia apposita, la XII, da inviare in Russia. Era formata da quattro motoscafi d’assalto appartenenti alla classe 500. Comandante della squadriglia fu il capitano di corvetta Giuseppe Bianchini.

La partenza avvenne il 22 maggio del 1942. A causa delle dimensioni dei quattro MAS si dovette ricorrere a un trasporto effettuato con speciali autocarri. Il convoglio con le 4 imbarcazioni, accompagnato da 99 uomini tra equipaggi e personale ausiliario, di cui 17 erano ufficiali e 19 sottoufficiali, passò il Brennero. Attraversò il Tirolo e la Germania, giungendo al porto di Stettino, sul mar Baltico, il 5 giugno. Imbarcazioni e uomini furono trasbordati sul piroscafo tedesco Tielbeck. A Helsinki i MAS furono messi in acqua e trainati fino al lago Lagoda attraverso canali navigabili. Furono sistemati nella base di Sortanlhati dove il 25 luglio la XII MAS divenne operativa.

Le prime operazione degli italiani contro le numerose navi sovietiche, che navigavano incessantemente sul lago per portare rifornimenti in città, non ebbero il successo sperato. I siluri dei MAS erano inefficaci contro il naviglio lacustre che aveva un pescaggio minimo.  Passavano sotto le imbarcazioni senza esplodere. Si dovette rinunciare ai siluri e ricorrere ai cannoni. Ma a causa dei grandi serbatoi di benzina di cui erano dotati i MAS questo tipo di combattimento era molto pericoloso. Bastava che un proiettile colpisse un serbatoio perché si producesse un’immane esplosione. Nonostante ciò nell’estate del 1942 furono numerose le operazioni portate a termine dalla XII MAS. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto fu affondata la cannoniera Bira. Il 27 agosto fu affondata un’altra nave sovietica. Inoltre la XII partecipò a numerose operazioni notturne con le quali venivano infiltrate spie in territorio nemico.

Il 29 ottobre, con l’approssimarsi della stagione invernale durante la quale la superficie del lago era ghiacciata, la squadriglia fu trasferita nella base di Reval in Estonia. Il comando italiano decise d’interrompere la missione. Gli equipaggi furono richiamati in patria per essere utilizzati nel Mediterraneo. Le quattro imbarcazioni furono cedute alla marina militare finlandese. Rimasero in servizio attivo fino al 1961.

LA RESISTENZA DI LENINGRADO

La città assediata aveva il lago Lagoda quale unica via di collegamento con il resto della Russia. Questo varco fu chiamato “via della vita” poiché da esso dipendeva la vita dei cittadini di Leningrado. L’inverno tra il 1941 e il 1942 fu il più duro. Non era ancora operativa una efficace catena di rifornimenti via nave attraverso il lago. Tutti i campi attorno alla città e all’interno della stessa furono coltivati a grano per fornire alimenti alla popolazione. Leningrado veniva bombardata incessantemente dai tedeschi in ossequio all’ordine di Hitler di distruggerla insieme ai suoi abitanti. Quando il Ladoga si ghiacciò per il freddo invernale iniziò lo sgombero della popolazione più debole che non poteva dare il suo contributo nei combattimenti. Una striscia ininterrotta di autocarri proceva sul lago ghiacciato. Proveniva dalla sponda orientale portando militari, armi, munizioni e viveri per la popolazione. Gli stessi autocarri, sulla via del ritorno, trasportavano anziani e bambini verso la salvezza. I tedeschi cercavano di frenare questo andirivieni bombardando gli automezzi e la superficie del lago. I colpi di artiglieria causavano larghe fratture. Molti autocarri carichi di merci e di persone affondarono in acqua per le buche sul ghiaccio provocate dalle esplosioni.

Alla fine dell’inverno era rimasto a Leningrado un milione di persone. Tutti erano occupati nel contrasto ai tedeschi. Molti di essi erano militari dell’esercito regolare. Alcuni di questi soldati andavano in combattimento disarmati a causa della carenza di fucili. Venivano schierati in seconda fila. Dovevano impadronirsi dei fucili dei loro compagni uccisi dal fuoco nemico.

Nonostante la durezza dell’assedio e le razioni di cibo ridotte al minimo le fabbriche belliche di Leningrado restarono attive e continuarono a produrre armi. Le scuole e i teatri continuarono la loro attività. Nei primi mesi d’assedio il musicista Dmitri Shostakovich rimase rinchiuso nel sottotetto del conservatorio della città, vestito da pompiere, con il compito di far fronte a eventuali incendi causati dai bombardamenti. In quei giorni compose di getto la “Sinfonia di Leningrado” in onore della città assediata. Fu l’inno della resistenza russa. Venne eseguita in tutti i teatri dell’Unione Sovietica e ebbe subito una notorietà internazionale.

LA LIBERAZIONE DI LENINGRADO

Nell’agosto del 1942 i sovietici prepararono l’operazione Sinjavino attaccando da due fronti i tedeschi. La controffensiva aveva lo scopo di liberare Leningrado dall’assedio e di distogliere parte delle truppe della Wehrmacht dal fronte di Stalingrado. Il 30 agosto le truppe tedesche erano arretrate e le truppe sovietiche poterono entrare in Leningrado.

L’azione della Wehrmacht si era ormai impantanata in tutta l’Unione Sovietica. Stalingrado resisteva. Mosca era diventata imprendibile. I tedeschi dell’armata del nord erano anch’essi bloccati nell’assedio della capitale d’inverno.

Il 12 gennaio del 1943 la Wehrmacht diede l’avvio a un’ultima offensiva chiamata “Operazione Spark”. Sul terreno la situazione era capovolta. I sovietici potevano contare su una superiorità numerica sia di truppe che di artiglieria e carri armati. La successiva controffensiva russa creò, dopo tre giorni, una larga falla nello schieramento avversario. Il 20 di quel mese le truppe sovietiche, dopo la battaglia di Voronja Gora, accerchiarono sette divisioni tedesche che iniziarono un lento indietreggiamento. Fu aperto un corridoio terrestre lungo la costa meridionale del lago Lagoda. In tal modo ripresero a giungere sufficienti rifornimenti alla città.

L’assedio era stato rotto definitivamente. La ferrovia che congiungeva Leningrado con Mosca riprese a funzionare. Le battaglie intorno alla città durarono ancora un anno. Il 27 gennaio del 1944 ebbe termine l’assedio.

Le conseguenze dei 900 giorni di battaglia furono molto pesanti. La città era quasi distrutta. I morti civili furono valutati in 642.000 ma altri 400.000 cittadini risultavano mancanti nei conteggi che vennero effettuati confrontando la popolazione prebellica di 2.500.000 abitanti con quella postbellica che ne contava solo 600.000. Il conto dei morti teneva conto di un milione di sfollati in altre località e dei militari di leva.

I finlandesi schierati a nord della città si ritirarono nel loro territorio entro l’estate. Combattevano su due fronti: il fronte sud, contro i russi, e il fronte nord dove i tedeschi, che avevano occupato la regione settentrionale oltre il circolo artico, non avevano intenzione di ritirarsi spontaneamente. La battaglia contro i tedeschi fu chiamata “Guerra lappone”. La Finlandia dovette pagare un prezzo per la sua alleanza con la Germania.  Nel Trattato di Parigi del 1947 furono ristabiliti i confini del 1940 tra Russia e Finlandia. Inoltre dovette cedere la regione di Petsamo e rinunciare allo sbocco sull’Artico a favore della Russia.

Al centro di Leningrado, in Piazza della Vittoria, si trova un memoriale, con forma circolare, a ricordo della tragedia di cui la città fu vittima durante la seconda guerra mondiale. Al centro del memoriale sorge un obelisco circondato dalle riproduzioni di scene di vita e di morte che si erano presentate nella città martire durante l’assedio tedesco.