Resa dei generali cinesi ai giapponesi, Migida Toshihide, 1894

BREVE STORIA DEL GIAPPONE MODERNO

La storia del Giappone moderno trova le sue radici nel periodo del cosiddetto Shogunato, che ebbe inizio nel 1600 ad opera dello Shogun Tokugawa. La città di Edo, l’odierna capitale Tokyo, divenne il centro politico del Giappone per merito di Tokugawa che riunì, sotto il suo controllo, tutti gli shogun, i signori che governavano le varie regioni del Giappone. L’imperatore in quel periodo aveva solo un potere simbolico poiché quello effettivo era nelle mani dei nobili che controllavano il territorio. L’imperatore non aveva un esercito. In caso di necessità gli uomini armati venivano fornito dai vari shogun. Ognuno di loro aveva il suo esercito personale che era formato, oltre che dai propri guerrieri, da soldati forniti dai vari signorotti che erano sotto il suo personale potere.

LO SHOGUNATO

La popolazione giapponese era suddivisa in caste, al vertice delle quali si ergeva la figura dell’imperatore. La classe più elevata era formata dai samurai, guerrieri sempre pronti alla battaglia. Con il tempo si trasformarono in burocrati e funzionari dello stato. La seconda casta era formata dai contadini. Venivano poi gli artigiani e, ultimi nella scala sociale, i mercanti.

I nobili erano considerati al di sopra delle caste. shogun era il titolo che spettava ai nobili di ceto più elevato. In origine era di pertinenza dei generali nominati dall’imperatore. Questi nel tempo si trasformarono in signori di vaste regioni del Giappone. Il titolo divenne ereditario. I daimyo erano i nobili che, insieme ai religiosi, si trovavano un gradino più giù ed erano sottomessi allo shogun. Al di sotto delle caste vi erano gli eta e gli hinin, considerati impuri. A questi venivano affidati i lavori più umili. Erano macellai, becchini, spazzini, guardie cittadine.

Il Giappone fino alla metà dell’ottocento evitò qualsiasi rapporto con il mondo esterno. Ai giapponesi che si recavano all’estero veniva impedito il ritorno in patria. Le navi straniere non potevano attraccare nei porti del paese. Un’eccezione era rappresentata da Dejima, un’isola artificiale posta nei pressi del porto di Nagasaki, dove navi olandesi e cinesi avevano il permesso di operare. Nel 1807 lo shogunato si estese anche alle isole di Hokkaido, Sachalin e Curili. In tal modo si cercò di contrastare l’espansione della Russia su quei territori, dove si erano insediate alcune colonie formate da cacciatori e pescatori di etnia russa. La politica di contrasto alle influenze straniere causò l’avversione verso il cristianesimo. Questa trovò il suo culmine con la messa a morte di tutti i cristiani presenti in Giappone. I giapponesi perseguitati e uccisi a causa della loro fede furono 300.000.

LA SPEDIZIONE DEL COMMODORO PERRY IN GIAPPONE

Nel 1852 il presidente degli Stati Uniti Millard Fillmore decise di allacciare relazioni commerciali con il Giappone nonostante la politica di chiusura verso gli stranieri delle autorità di quel paese. In precedenza altri americani avevano tentato di stabilire contatti. A inizio ‘800 alcune navi statunitensi avevano operato con il Giappone sotto bandiera olandese, l’unica ammessa ad entrare nel porto di Dejima. Nel 1846 il capitano James Biddle era stato inviato dal governo degli Stat Uniti per aprire una via commerciale. Arrivò nel porto di Edo (Tokyo) con due navi armate con 72 cannoni. La sua spedizione si rivelò un fallimento. Tornò in patria senza alcun accordo con le autorità giapponesi. 

Fillmore incaricò il Commodoro Matthew Perry, che era stato uno dei fautori della motorizzazione della marina ed era un esperto delle usanze nipponiche, di aprire una rotta commerciale con il paese del Sol Levante. Perry attraversò il Pacifico con una flotta formata da quattro navi di colore nero, adeguatamente armate, giungendo nel porto di Uraga, poco distante dalla capitale Edo. Le autorità locali gli intimarono di spostarsi all’isola di Dejima, unico porto abilitato a ricevere navi straniere. Perry rifiutò l’ordine minacciando di bombardare la capitale con i suoi cannoni. Pretese di consegnare un messaggio del presidente degli Stati Uniti diretto alle autorità del paese nipponico. Per meglio far intendere le sue intenzioni si spostò con le navi a ridosso della baia di Tokyo. Il timore delle “navi nere” e dei loro potenti cannoni indusse il governo locale a ricevere la lettera del presidente americano.

L’imperatore, volendo anche reagire alle minacce del commodoro, avrebbe dovuto chiedere ai vari shogun di fornire soldati per formare un’armata in grado di agire contro i militari americani, con i tempi che tale procedura richiedeva. La marina militare giapponese era formata da vascelli a vela poco armati che nulla potevano contre le “navi nere” statunitensi.

Perry informò i delegati del governo che sarebbe tornato al più presto per ricevere la loro risposta. Partì con le sue navi dirigendosi prima verso la Cina per poi raggiungere gli Stati Uniti.

Nel 1854 tornò nell’isola nipponica con una flotta formata da otto navi. I giapponesi accettarono le condizioni poste dagli Stati Uniti e fu firmata la Convenzione di Kanagawa. Con i “Trattati ineguali”, così chiamati poiché i giapponesi si ritennero obbligati a firmare per evitare ritorsioni, il Giappone dovette giocoforza confrontarsi con la modernità, se non altro con quella delle navi militari americane fornite di motori a vapore, tecnologia sconosciuta nell’isola nipponica, e armate con cannoni di grosso calibro.

Dopo l’umiliazione subita dagli americani seguirono anni in cui il sistema degli shogun entrò in crisi a causa delle numerose rivolte, se ne contarono ben 80, contro il potere degli shogun. Le proteste investivano anche gli europei e gli americani che avevano imposto che il governo locale riconoscesse l’inviolabilità delle basi che avevano stabilito nei vari porti. Gli stranieri residenti nelle basi si consideravano al di sopra della legge giapponese.

LA MODERNIZZAZIONE DEL GIAPPONE

Nel 1867 salì al trono l’imperatore Meiji. Era deciso a modernizzare il paese. Il primo atto, il più difficile, fu togliersi di torno i vari shogun che fino ad allora avevano fatto il bello e il cattivo tempo nei territori di loro pertinenza. Meiji si riprese il potere e organizzò un’amministrazione centralizzata. Il vecchio potentato non volle sottomettersi. Nel 1868 scoppiò una guerra civile, detta “Boshin”. L’esercito dell’imperatore era piccolo ma modernamente armato. Ebbe il sopravvento sui guerrieri degli shogun, i samurai, che combattevano ancora con sistemi e armi medievali.

Dopo la vittoria nella guerra “Boshin” l’imperatore, con il “Giuramento dei 5 articoli” cancellò il sistema delle caste. Ogni giapponese era libero di esercitare la professione e il mestiere che preferiva. Inoltre contrastò il potere delle varie missioni estere presenti nel paese. Contemporaneamente mise fine alle limitazioni di spostamento a cui erano soggetti gli stranieri.

Il territorio fu riorganizzato. I nobili furono costretti a cedere allo stato i loro possedimenti. In cambio ottennero la nomina a governatori di quei territori. Il sistema militare fino ad allora incentrato sulla casta dei samurai fu sostituito da un moderno esercito sotto il controllo del potere centrale. Ai samurai fu perfino impedito di portare la spada che rappresentava il simbolo del loro potere. Questo divieto provocò rivolte e gesti di disobbedienza tra i membri della casta guerriera.

La modernizzazione del paese prevedeva anche lo sviluppo dell’economia attraverso la creazione di un sistema bancario di tipo occidentale. Fu coniata una nuova moneta, lo “Yen”, che ha tuttora corso legale. Nel 1870 l’industria ebbe uno straordinario sviluppo. Furono costruite strade. Fu introdotto il telegrafo. La rete ferroviaria venne completamente ristrutturata e ampliata. Fu creato un sistema scolastico pubblico a cui avevano accesso tutti i cittadini. Erano sempre più numerose le persone che indossavano abiti di foggia europea. Il benessere diffuso e la ricchezza della nazione mise fine al vecchio isolamento a favore di una politica volta all’espansione in Asia.

LA GUERRA SINO-GIAPPONESE

L’obiettivo giapponese era la conquista della Corea che veniva considerata dall’opinione pubblica come un pugnale puntato al cuore del Giappone. Le mire non si fermavano però alla sola Corea. Anche la Manciuria era considerata un obiettivo. Attraverso l’espansione in Asia l’imperatore Meiji e il suo governo intendevano scoraggiare le minacce occidentali verso l’isola nipponica.

La prima guerra sino-giapponese ebbe inizio il 1° agosto del 1894. La Cina aveva gli stessi problemi del Giappone. Le potenze occidentali, approfittando dell’arretratezza della Cina avevano stabilito loro basi in Cina prendendo il controllo dei commerci e del traffico navale. Tutti i cittadini stranieri e i cinesi che lavoravano per loro erano sottratti alle autorità e alle leggi del luogo. I missionari presenti in Cina avevano ottenuto che la loro autorità fosse al di sopra di quella dei governatori locali. Il tentativo di modernizzare il paese era fallito a causa delle resistenze del vecchio apparato di potere.

Nel 1894 la Cina inviò sue truppe in Corea, un suo stato vassallo, per contrastare una rivolta contadina promossa dai fautori della politica a favore del Giappone. L’ingresso dell’esercito cinese in Corea fu considerato dal governo giapponese in contrasto con i trattati di Tientsin.

Era il casus belli che i nipponici aspettavano. Un corpo di spedizione dell’esercito giapponese, formato da 8.000 uomini, sbarcò in Corea e avanzò velocemente occupando la capitale Seul. Le truppe conquistarono il palazzo reale e sostituirono il governo in carica con uno formato da politici favorevoli a una politica di alleanza con il Giappone. Il 15 settembre del 1894 il corpo di spedizione nipponico ebbe uno scontro con le truppe cinesi nella battaglia di Pyongyang, uscendone vincitore. L’episodio più cruento della guerra avvenne il 21 novembre di quell’anno, quando le forze nipponiche occuparono la città di Port Arthur. In tale frangente furono uccisi 20.000 civili cinesi.

Nella primavera successiva l’esercito giapponese occupò la Manciuria meridionale. La marina militare nipponica, che aveva avuto un facile sopravvento su quella cinese, prese il controllo del mar Giallo e del traffico marino diretto verso i porti della Cina. Con il successivo trattato di Shimonoseki la Cina rinunciò al controllo della Corea e inoltre concesse la Manciuria meridionale al Giappone. L’isola di Taiwan e le isole Pescadores passarono sotto il controllo dei vincitori. La Cina fu anche costretta a pagare un ingente somma per danni di guerra.

LA GUERRA RUSSO-GIAPPONESE 

I russi avevano una estrema necessità di uno sbocco sull’oceano Pacifico. Il porto di Vladivostok non era sufficiente poiché era agibile solo nella stagione estiva. In inverno era bloccato dai ghiacci. Il loro obiettivo era di avere una base a Port Arthur, in territorio cinese. Dopo la sconfitta di quel paese contro il Giappone, l’intera penisola del Liaodong, dove era situata Port Arthur, fu ceduta al Giappone. La Russia, la Germania e la Francia intimarono al paese nipponico di cedere la penisola e il suo principale porto, Port Arthur. Il governo giapponese dovette acconsentire ottenendo in cambio una somma di 5 milioni di sterline. Questa enorme liquidità fu quasi totalmente spesa per acquistare navi da guerra moderne. La marina militare nipponica divenne in pochi anni una forza navale paragonabile a quelle delle potenze europee.

Nel gennaio del 1904 il Giappone propose alla Triplice, l’alleanza formata da Russia, Germania e Francia, il riconoscimento del controllo sulla Corea in cambio del riconoscimento del controllo russo sulla Manciuria. Lo zar Nicola II rifiutò l’accordo. Riteneva il paese nipponico troppo debole militarmente per sostenere una guerra contro l’impero russo. Il banchiere ebreo statunitense di origine tedesca Jacob Schiff, scandalizzato dai pogrom contro gli ebrei che vivevano in Russia, finanziò il Giappone con 200 milioni di dollari. Forte di questo finanziamento l’impero del Sol Levante dichiarò guerra alla Russia a inizio febbraio del 1904.

Una parte della marina nipponica si occupò del trasporto delle truppe in Corea mentre il grosso della flotta si diresse verso Port Arthur dove si trovava all’ancora l’intera forza navale del Pacifico dell’impero russo. Il 7 febbraio le navi giapponesi attaccarono quelle russe. Nella battaglia furono affondate quattro navi russe. Più decisivo fu il blocco navale del porto, completato dalla marina nipponica con la sistemazione di mine attorno a Port Arthur. Era la prima volta che le mine venivano utilizzate in modo massiccio per bloccare la navigazione. Due unità russe, con a bordo il viceammiraglio Makarov, comandante della flotta, inconsapevoli del pericolo, tentarono di uscire dal porto. Una di esse affondò per lo scoppio delle mine mentre l’altra rimase danneggiata e riuscì a rientrare nella base. Sulla Petropavlovsk, che si inabissò in poche ore, perì il viceammiraglio Makarov.

Il 10 agosto l’intera flotta russa tentò di forzare l’assedio per raggiungere Vladivostok. Il tentativo fu un completo fallimento. Quasi tutte le navi furono affondate o danneggiate. Le operazioni di terra tra russi e giapponesi ebbero un esito simile a quelle di mare. Lo zar Nicola II decise allora di trasferire l’intera forza navale dal Baltico e dal mar Nero nel mare del Giappone e nel mar Giallo in un disperato tentativo di ribaltare la situazione e vendicare lo smacco subito a Port Arthur. I giapponesi aspettarono le navi nemiche nello stretto di Corea. Il 27 maggio del 1905 le due formazioni ingaggiarono battaglia. Lo scontro fu terribile. Le otto corazzate russe furono tutte affondate.

Nonostante che le forze di terra, trasportate con la ferrovia Transiberiana, fossero di gran lunga superiori e meglio armate di quelle giapponesi, la Russia si trovò costretta, sollecitata anche dagli Stati Uniti, a mettere fine alla guerra firmando il trattato di Portsmouth, nel New Hampshire. La metà meridionale dell’isola di Sachalin, Port Arthur e la regione circostante passarono sotto controllo giapponese. Inoltre la Russia dovette abbandonare il controllo della Manciuria.

IL GIAPPONE TRA PRIMA E SECONDA GUERRA MONDIALE

Nel 1912 morì l’imperatore Meiji. Gli successe il figlio Yoshihito che era debole e malaticcio. I militari presero il sopravvento nel governo del paese. Nel 1915 il Giappone presentò alla Cina 21 richieste. Queste furono tutte accettate dal debolissimo governo cinese determinando un controllo di fatto del Giappone su quel paese. L’anno successivo il Giappone consolidò la propria presenza nella Manciuria meridionale e nella Mongolia interna. Nel 1926 salì al trono imperiale l’imperatore Hirohito. Il suo regno durò 63 anni.

Nel 1932 ci fu un’insurrezione tra i militari. Alcuni edifici pubblici furono occupati da truppe guidate da ufficiali ribelli. Questa prima ribellione rientrò con la messa sotto accusa di undici ufficiali coinvolti. Quattro anni dopo scoppiò una vera rivolta nell’esercito. Furono attaccati i palazzi della politica e furono uccisi alcuni ministri. I ribelli chiedevano che l’espansionismo nipponico fosse rivolto verso la Russia evitando accanimenti contro la Cina considerata più vicina ai sentimenti dei nipponici per le affinità culturali e linguistiche. La rivolta fu sedata e gli ufficiali responsabili furono giustiziati, anche se l’opinione pubblica si mostrava favorevole alle richieste dei ribelli.   

Durante la seconda guerra mondiale il Giappone era alleato dei tedeschi e degli italiani. Non entrò in guerra fino al 7 dicembre del 1941 quando la base navale statunitense di Pearl Harbour, nelle isole Hawaii, fu attaccata dai caccia-bombardieri decollati da portaerei nipponiche. L’ambasciatore giapponese a Washington consegnò la dichiarazione di guerra al segretario di stato degli Stati Uniti circa un’ora dopo l’inizio dell’attacco. Gli aerei giapponesi distrussero o danneggiarono parte della flotta americana del Pacifico causando un ingente numero di vittime. Per puro caso le portaerei americane, che di solito sostavano a Pearl Harbour, erano tutte impegnate in missioni e così venne salvato il nucleo principale della flotta.

L’attacco giapponese convinse e costrinse gli Stati Uniti a entrare in guerra al fianco degli alleati contro Germania, Italia e Giappone. Nel frattempo le forze armate nipponiche occupavano la maggior parte delle isole del Pacifico. Invasero anche molti paesi dell’Asia orientale: la Thailandia, la Birmania, Hong Kong, Singapore e le Indie Orientali Olandesi ricche di giacimenti di petrolio. Furono conquistate dai giapponesi l’isola di Guam e l’isola di Wake su cui insistevano basi americane, Giava, Bali e Sumatra. Il Giappone mosse attacchi anche contro alcune città dell’Australia: Darwin, Broone e infine Sydney. In Australia vi erano le basi da dove la marina e l’aviazione americana lanciavano i loro attacchi.  

Mentre l’esercito e l’aviazione statunitense concentravano la loro azione sullo scacchiere di guerra europeo al fianco del Regno Unito, la marina USA concentrò la sua azione nel Pacifico contro il Giappone. La marina, sebbene gravemente colpita nell’attacco di Pearl Harbour, aveva conservato buona parte della sua capacità operativa grazie alle portaerei e ai sommergibili usciti indenni dall’attacco.

Questo inaspettato raid di aerei nemici sulla loro capitale determinò un cambio di strategia delle alte sfere militari del Giappone. L’ammiraglio Yamamoto, il comandante dell’attacco di Pearl Harbour, chiese e ottenne che le loro portaerei concentrassero la loro azione contro quelle americane. Distruggendole si sarebbe azzerata la capacità offensiva degli USA nel Pacifico. Il 4 giugno tutta la forza navale giapponese fu concentrata per portare un attacco contro la flotta americana che aveva a disposizione solo 26 unità. Alcuni errori del comandante nipponico e un colpo di fortuna, che permise ad un aereo di ricognizione americano di individuare la posizione della flotta imperiale nei pressi delle isole Midway, permisero alle portaerei statunitensi di lanciare i propri aerei contro le navi giapponesi. Furono affondate quattro portaerei. La capacità operativa dei nipponici ne uscì distrutta, come distrutto fu il morale dei militari che erano convinti che le loro navi, moderne e potentemente armate, fossero praticamente invincibili.

Il 31 gennaio del 1942 iniziò la riscossa statunitense con la conquista delle isole Marshall, proseguendo poi con la liberazione di altre isole occupate dai nipponici. Il 18 aprile del 1942, mentre il Giappone si organizzava per attaccare la Nuova Guinea e l’Australia settentrionale, 18 aerei bombardieri B-25 della marina USA decollarono dalla portaerei Hornet e bombardarono pesantemente Tokyo.

BOMBA ATOMICA SU HIROSHIMA E NAGASAKI

Nonostante l’accanita resistenza delle truppe nipponiche, la marina e l’esercito americano iniziarono una vasta operazione che mirava a riconquistare i paesi dell’Asia e le isole del Pacifico occupati dai giapponesi. Pesanti bombardamenti su suolo nipponico si ebbero a partire dal 1944. La riconquista delle isole di Iwo Jima e Okinawa fu particolarmente difficile e onerosa in termini di vite umane per gli americani.

Il 26 luglio del 1945 gli Stati Uniti e i loro alleati presentarono un ultimatum al Giappone. Il primo ministro Suzuki, con un ambiguo messaggio, rifiutò l’ultimatum. Una traduzione più attenta di quel messaggio avrebbe colto non il rifiuto dell’ultimatum ma solo l’intenzione di temporeggiare del governo giapponese.

Fu in quel momento che il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, per evitare ingenti perdite di vite di soldati americani che un’invasione del Giappone avrebbe comportato, decise di usare l’arma segreta del progetto Manhattan, la bomba atomica. Cinque bombardieri C-54 trasportarono, smontata in cinque parti, la bomba alla base di Tinian, nelle isole Marianne. Le cinque parti della bomba furono ricomposte e l’ordigno fu caricato sul B-29 Enola Gay. Il velivolo, accompagnato da altri due B-29, si diresse verso Hiroshima. Alle 8 e 14 giunse sulla città e sganciò la bomba. L’impressionante esplosione causò la morte immediata di 80.000 persone. Tutti gli edifici nel perimetro di diversi chilometri rimasero distrutti.

Il 9 agosto una seconda bomba atomica fu lanciata sulla città di Nagasaki. A causa di un’imprecisione nella mira l’esplosione avvenne a circa 4 chilometri dal centro cittadino. Questo errore salvò la vita a migliaia di persone. Le vittime furono 40.000. Nel frattempo l’Armata Rossa aveva dato inizio alla riconquista della Manciuria. In una settimana un milione di soldati sovietici aveva completato l’occupazione della regione.

La mattina del 10 agosto le autorità giapponesi decisero di accettare la resa con tre condizioni, nonostante l’opposizione di alcuni generali. Il 14 agosto l’imperatore Hirokito, consapevole che le condizioni poste non sarebbero state accettate, impose la propria volontà e preparò un messaggio di resa incondizionata da trasmettere via radio. Quella notte 1000 soldati invasero il palazzo reale per non permetterne la trasmissione. I ribelli furono ricondotti alla ragione con l’intervento di alcuni generali fedeli all’imperatore. Alle 12 del 15 agosto il messaggio di resa fu trasmesso via radio al popolo giapponese.

Il 2 settembre del 1945 la corazzata Missouri, con a bordo il generale MacArthur, giunse nel porto di Tokyo. Una delegazione del governo nipponico salì a bordo. I ministri giapponesi firmarono la resa che fu controfirmata dal generale MacArthur e da rappresentanti dei paesi alleati. L’8 settembre fu sottoscritto il Trattato di San Francisco che sanciva ufficialmente la resa giapponese. Ci vollero alcuni mesi perché la notizia della resa fosse portata a conoscenza anche nelle guarnigioni nipponiche più isolate. Il generale MacArthur, con i poteri che gli derivavano dalla resa incondizionata, guidò il processo di rinnovamento democratico della nazione giapponese con una nuova costituzione e con profonde riforme che riguardarono tutti gli aspetti della vita sociale del paese sconfitto.

(Immagine in alto: Resa dei generali cinesi ai giapponesi, Migida Toshihide, 1894)