Luigi Alonzi detto Chiavone, 1862, Ange Louis Janet

BRIGANTI

Il brigantaggio affondava le sue radici nella notte dei tempi. Si sviluppò in modo particolare nel meridione d’Italia, come via di fuga per la sopravvivenza tra i contadini salariati che venivano espulsi dalle terre che coltivavano per i più svariati motivi. Trovandosi senza alcuna possibilità di procurarsi il minimo necessario per sopravvivere, si univano a una delle numerose bande di malviventi che si davano ad azioni di brigantaggio rurale: ruberie, rapimenti, assassinii. In questi piccoli centri lo stato era assente, rappresentato il più delle volte solo da quelle quattro, cinque famiglie ricche e imparentate tra loro, il cui benessere si reggeva esclusivamente sullo sfruttamento della manodopera agricola.  

Francesco Saverio Sipari, nonno materno di Benedetto Croce, in una riflessione espressa nel 1863 nella “Lettera ai censuari del Tavoliere”, mise l’accento sulle cause del brigantaggio presente nel sud d’Italia, soffermandosi sulle condizioni di sofferenza e di profonda miseria dei contadini meridionali. Essi non avevano altra possibilità oltre al lavoro nei campi, se non il brigantaggio. In quei ceti sociali rappresentava una valvola di sfogo alle ingiustizie sociali e comunque unica alternativa valida al salario contadino, un salario talmente misero che spesso non assicurava nemmeno di che mangiare. I contadini erano allora conosciuti come “mangiatori di foglie” poiché spesso si cibavano di erbe e frutta, prodotti allora considerati lo scarto della produzione agricola che, non esistendo mezzi di conservazione, difficilmente riuscivano a raggiungere i luoghi di mercato.

Già prima del fenomeno del brigantaggio post-unitario, i briganti rappresentavano, assente completamente la legge dello stato, i vendicatori delle ingiustizie e dei soprusi che da sempre i ceti più deboli della popolazione pativano nei confronti dei proprietari terrieri. Essi erano considerati anche benefattori, poiché non disdegnavano di dividere con i contadini i risultati delle loro ruberie che consistevano, nella maggior parte dei casi, in derrate alimentari “pregiate”, grano e carne, sottratte ai padroni nei loro poderi. Francesco Saverio Nitti scrisse del brigantaggio “… il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell’unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell’abate Cesare e di Angelo Duca (due tra i più famosi briganti, n.d.a.) e dei loro più recenti imitatori”.

Questa storia è tratta dal volume “NAPOLI AL TEMPO DI … Episodi e personaggi della storia partenopea” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Il brigantaggio non fu peculiare del meridione, poiché era abbastanza diffuso nel resto d’Italia, anche se con caratteristiche diverse, meno fenomeno di pura sussistenza e più rivolta sociale. Brigante famoso nelle campagne della Romagna fu Stefano Pelloni “il Passatore”. Nel Lombardo-Veneto imperversava Giovanni Carciocchi, detto “Carcini”. Giuseppe Mayno agiva in Piemonte e Giovanni Tolu in Sardegna.

Un preludio nell’utilizzo dei briganti da parte delle autorità borboniche si ebbe nel 1799 quando il re di Napoli, Ferdinando IV, si rifugiò in Sicilia con tutta la corte reale a causa dei movimenti rivoluzionari che interessarono Napoli e che sfociarono nella costituzione della Repubblica Napoletana. Egli diede incarico al cardinale Fabrizio Ruffo, appartenente a una nobile famiglia calabrese, di costituire una forza militare con cui riconquistare il regno di Napoli. Il cardinale, sbarcato in Calabria, mise insieme un esercito, soprannominato della “Santa Fede”, riunendo tutte le bande di briganti, allora numerose, presenti in quel periodo in Calabria. Con l’aiuto di pochi soldati borbonici e di molti contadini, riconquistò il regno causando un vero disastro sociale, a causa della ferocia con cui i briganti “sanfedisti” ristabilirono l’ordine voluto da Ferdinando IV nelle province del regno e nella città di Napoli.

Subito dopo la Spedizione dei Mille e la caduta delle roccaforti borboniche di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto, ultima ad arrendersi alle forze piemontesi guidate dal generale Luigi Mezzacapo, si sviluppò in tutto il meridione una ribellione. Questa era determinata dalla mancata attuazione delle promesse dei patrioti meridionali, fatte proprie da Giuseppe Garibaldi, di distribuire la proprietà della terra ai contadini che la lavoravano. La ribellione, dato il ceto sociale interessato, contraddistinto da analfabetismo e da duro lavoro, non poteva che esprimersi sotto forma di rivolta violenta contro chi rappresentava le istituzioni. La rivolta si appoggiò a strutture già esistenti e ben conosciute dai contadini, bande di briganti sommariamente armate dette “masse”. Esse, temute e rispettate dai proprietari terrieri per la loro violenza e crudeltà, erano considerate con simpatia e benevolenza dai contadini. I loro membri erano figli, fratelli, nipoti di questi umili lavoratori della terra.

I briganti furono utilizzati dalle forze della restaurazione borbonica per cercare di scalzare il potere sabaudo sul meridione. Ancora si combatteva a Gaeta che già Francesco II e Maria Sofia provarono a fermare l’esercito piemontese diretto verso sud, inviando una “massa” di briganti guidati da Theodor Friedich Klitsche de la Grange che si diresse verso Civitella del Tronto, fortezza borbonica che ancora resisteva, per bloccare i piemontesi in Abruzzo. A questa prima spedizione fecero seguito altre due colonne di irregolari, guidate dal generale borbonico Luigi Scotti Douglas e dallo svizzero Von Mechel, che subirono una sconfitta da parte dei piemontesi nella battaglia del Macerone, tra Castel di Sangro e Isernia, dopo la quale l’esercito sabaudo raggiunse Napoli senza altri impedimenti.

Dopo il trasferimento della corte borbonica a Palazzo Farnese in Roma, edificio ereditato da Carlo III dalla madre Elisabetta, l’ultima dei Farnese, Francesco e Maria Sofia organizzarono il “grande brigantaggio”. Questo, tra il 1861 e il 1865, fu contraddistinto da una partecipazione di grosse “masse”, guidate da capi che ricevevano disposizioni dai Borbone per cercare di sovvertire l’ordine post-unitario, con la speranza di ripristinare il regno borbonico. Tutto ciò avveniva sotto gli occhi benevoli del papa che mal sopportava la dinastia Savoia per la loro dichiarata avversione al potere temporale della chiesa, e con la compiacente non ostilità dei francesi, presenti nell’Urbe con le loro truppe, che evidentemente si erano pentiti della benevolenza data alla conquista del sud da parte dei Savoia.

Il brigante più famoso fu Carmine Crocco, detto “Donatello”, il “generale dei briganti”, nato a Rionero in Volture nel 1830. In gioventù era stato nell’esercito borbonico dove in un duello rusticano aveva accoltellato e ucciso un commilitone che lo aveva accusato di furto. Era poi passato nell’esercito garibaldino dove si era comportato valorosamente. Ritornato al suo paese natio chiese che gli venisse applicata l’amnistia per i suoi numerosi reati. Non gli fu concessa e venne imprigionato. Riuscì a evadere con l’aiuto della famiglia Fortunato (la stessa di Giustino Fortunato).

Carmine Crocco si mise al comando di una “massa” di circa duemila uomini, dichiarandosi agli ordini di Francesco II. Imperversò nella regione del Volture che riuscì a liberare dalle strutture dello stato post-unitario. Occupò Venosa, dove fu ucciso Francesco Saverio Nitti, nonno dello statista, poi Melfi e Lavello. Dopo aver praticamente occupata l’intera Basilicata, iniziarono le prime sconfitte, inflitte loro dai bersaglieri piemontesi comandati dal generale Enrico Cialdini. Crocco, sentendosi abbandonato dai Borbone, cercò di negoziare un’onorevole resa con il Cialdini. Non ottenendo le assicurazioni richieste, fuggì nello Stato Pontificio, dove fu catturato e imprigionato dalle forze papaline.

Esiliato ad Algeri, la nave francese che lo trasportava, diretta a Marsiglia, fu fermata delle autorità italiane a Genova dove Carmine Crocco fu arrestato. Dopo le veementi proteste francesi per il sopruso subito da una nave della propria marina, il Crocco venne consegnato ai francesi. Fu riconsegnato allo stato italiano dopo una regolare richiesta di estradizione. Fu processato a Potenza e condannato a morte. Ebbe concessa la grazia con la pena tramutata in ergastolo, pena che scontò nel penitenziario di Portoferraio, dove morì nel 1905.

Tra il 1860 e il 1863 le forze che contrastavano il brigantaggio, che inizialmente potevano contare su 22.000 uomini dell’arma dei bersaglieri, furono portate fino a 120.000 unità, la metà di tutto l’esercito italiano. Esse erano sotto il comando del generale Enrico Cialdini. Fu una guerra combattuta senza esclusione di colpi tra le bande e le forze regolari. Per un contrasto più efficace, fu proclamato lo stadio di assedio e applicata la legge militare di guerra. Furono uccisi più di 5.000 briganti o presunti tali e altri 5.000 arrestati. Non si faceva molta differenza tra i banditi veri e propri e quelli che avevano la ventura o sventura di favorirli in qualche modo.

Nel Molise e nel Beneventano agiva la banda di Michele Caruso, detto “colonnello Caruso”, grado militare ottenuto dal governo borbonico in esilio. La sua banda, forte di circa 350 uomini, fu una delle più spietate. Caruso fece vittime sia tra i soldati, che non aveva paura di affrontare in campo aperto, che tra i civili: 14 a Colle Sannita, 27 a Castelvetere, 13 alla masseria Monacelle, altri 13 tra Morcone e San Giorgio del Sannio. Fu tradito da una soffiata e catturato. Processato a Benevento fu condannato a morte e fucilato il 22 dicembre 1863.

Nel Casertano, al confine con lo Stato Pontificio, agiva la banda di Luigi Alonzi detto “Chiavone”, formata da 400 briganti. Dopo varie scaramucce fu catturato e fucilato da Raffaele Tristany, uno spagnolo che era stato inviato in quei luoghi da Francesco di Borbone per organizzare la guerriglia. Tristany uccise per rivalità quello che avrebbe dovuto essere un suo alleato. Divenne il capo di tutte le bande che operavano in quella zona.

Il governo, non condivideva la violenza della repressione operata dal generale Cialdini nei confronti dei briganti e della popolazione contadina che per timore favoriva in qualche modo le varie bande. Questo modo di operare aveva anche un riscontro negativo all’estero, dove l’opinione pubblica veniva informata dai numerosi corrispondenti della stampa internazionale. Cialdini fu sostituito dal generale Alfonso La Marmora al comando delle forze schierate contro il brigantaggio.

Con la promulgazione della legge Pica che dava ampi poteri all’autorità giudiziaria di agire anche nei confronti dei parenti dei briganti e dei loro “manutengoli”, così erano citate le persone accusate di favoreggiamento, le bande vennero a poco a poco sconfitte e tutti i suoi maggiori esponenti uccisi o arrestati. Nel frattempo si era anche affievolito la benevolenza dello Stato Pontificio nei loro confronti, che permetteva agli stessi di trovare rifugio sul proprio territorio. Sempre più spesso questi banditi coinvolgevano, con le loro malefatte, la popolazione civile dei territori pontifici al confine con le province campane e abruzzesi.

Nel 1865 si poteva affermare che lo stato unitario aveva avuto la meglio sul cosiddetto “grande brigantaggio”, che aveva tentato di restituire il sud ai Borbone. Nel 1867 Francesco II, vista l’impossibilità di riprendere possesso del regno, sciolse il governo in esilio del Regno delle due Sicilie.

Fino al 1870 piccole bande di briganti continuarono a imperversare nel Sud Italia, avevano però perso l’aurea di forze rivoluzionarie, si limitavano a esercitare le attività tradizionali del brigantaggio: furti, rapimenti, rapine di viandanti, omicidi. Il completamento dell’unificazione, dopo la terza guerra di indipendenza, che aveva unito il Veneto all’Italia, e dopo la breccia di Porta Pia, che aveva sancito la fine dello Stato Pontificio, fece venir meno l’esigenza di mantenere una forza di repressione militare nei confronti delle bande di malviventi nel Sud Italia. Pertanto fu dichiarata la fine delle zone militari e dello stato di guerra nel meridione. L’attività delle bande di briganti continuò negli anni. Ancora oggi è presente il ricordo di questi banditi in molte persone anziane di origine contadina. Con la seconda guerra mondiale il brigantaggio fu del tutto superato da nuove forme di criminalità.

(Immagine in alto: Luigi Alonzi detto Chiavone, 1862, Ange Louis Janet)