Morte di Carlo Pisacane, incisione ottocentesca.

CARLO PISACANE ED ENRICHETTA DI LORENZO

Carlo Pisacane nacque a Napoli il 22 agosto 1818. Il padre Gennaro, Duca di San Giovanni, era un nobile decaduto, la madre Nicoletta Basile De Luna era anche lei di famiglia aristocratica.

Rimasta vedova precocemente, la madre si risposò con un generale borbonico. Carlo, con il fratello, entrò nel collegio militare di S. Giovanni a Carbonara, per poi proseguire gli studi presso la scuola militare della Nunziatella.

Dopo il diploma si arruolò nell’esercito borbonico come alfiere del genio. Fu trasferito a Gaeta dove partecipò alla costruzione della strada ferrata Napoli Caserta. Anche il fratello Filippo entrò nell’esercito, dove fu nominato tenente degli Ussari.

Enrichetta Di Lorenzo era nata a Orta di Atella il 5 giugno 1820 in una famiglia di piccola nobiltà. Già da ragazza aveva conosciuto Carlo Pisacane, poi, con un matrimonio combinato, aveva sposato un cugino del Pisacane, Dioniso Lazzari, dal quale aveva avuto tre figli.

Nel 1844 Carlo incontrò di nuovo Enrichetta, sua amica di infanzia, a un ricevimento. Tra i due sbocciò l’amore.

A causa della relazione nata tra Carlo ed Enrichetta, il marito di questa mandò due sicari sotto l’abitazione del rivale per farlo uccidere. Carlo salvò la vita ma rimase seriamente ferito.

Nel 1847 i due amanti, con passaporti falsi, fuggirono da Napoli per rifugiarsi a Marsiglia, poi andarono a Londra e infine a Parigi, dove frequentarono i circoli degli esuli italiani, nonché ambienti anarchici e socialisti francesi. Lì conobbero Guglielmo Pepe, Lamartine, George Sand, Hugo e Dumas.

Questa storia è tratta dal volume “NAPOLI AL TEMPO DI … Episodi e personaggi della storia partenopea” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

A Parigi furono raggiunti dalla polizia borbonica e arrestati per adulterio, ma nonostante le insistenze dell’ambasciatore del regno di Napoli, Enrichetta rifiutò di ritornare dal marito. I due furono rilasciati poiché il marito di Enrichetta, temendo conseguenze per il tentato assassinio di Carlo, non aveva mai presentato denuncia formale alle autorità per adulterio. In questo frangente, a causa della prigione, Enrichetta, che era incinta, ebbe un aborto.

In seguito a difficoltà economiche Carlo Pisacane si arruolò nella Legione Straniera, mentre Enrichetta si trasferì a Marsiglia tentando, senza esito positivo, la riconciliazione con la propria famiglia di origine. In questo periodo Enrichetta partorì una bambina, Carolina, che morì prematuramente.

Nel 1848 scoppiarono i moti di Parigi, ai quali Carlo ed Enrichetta parteciparono attivamente. La sommossa si concluse con la caduta di Luigi Filippo D’Orleans. Il Pisacane si recò quindi a Milano dove era in corso la rivolta contro gli austriaci. Ferito, fu raggiunto dalla moglie che lo curò a Salò, sul lago Maggiore.

Nel 1849 Enrichetta e Carlo parteciparono alla liberazione di Roma e alla fondazione della seconda Repubblica Romana. Enrichetta fu nominata responsabile delle ambulanze nelle battaglie tra le truppe francesi e i patrioti. Fu la prima volta che si organizzarono ospedali ambulanti per il soccorso dei soldati feriti.

Dopo sei mesi, con il decisivo intervento dei militari francesi, finì l’avventura della Repubblica Romana. Carlo Pisacane, che nonostante gli inviti della moglie a lasciare per tempo Roma, rimase fino alla fine a difendere la città, fu arrestato e rinchiuso a Castel S. Angelo. Enrichetta si adoperò con un ufficiale francese per ottenerne la scarcerazione, che avvenne poco dopo.

Seguì un periodo di separazione tra i due, nel quale Enrichetta ebbe una relazione con Enrico Cosenz, poco dopo si riconciliarono e si trasferirono a Genova dove ebbero una figlia chiamata Silvia.

Carlo cominciò a ideare una spedizione nel regno borbonico, onde provocare un’insurrezione popolare, nonostante l’opposizione di Enrichetta, conscia dell’improvvisazione e della pericolosità dell’impresa. Carlo Pisacane, Nicola Fabrizi e Giuseppe Fanelli organizzarono la spedizione. Essa sarebbe dovuta partire da Genova, fare sosta a Ponza, dove i prigionieri politici rinchiusi nella locale prigione avrebbero dovuto essere liberati e cooptati nell’impresa, per poi dirigersi a Sapri per lo sbarco.

Il 6 giugno del 1857 un primo tentativo fallì poiché Rosolino Pilo, incaricato di procurare le armi, si imbatté in una tempesta e perse il carico di armi in mare. Ritentarono il 25 giugno. Carlo si imbarcò sul piroscafo Cagliari della società Rubattino, diretto a Tunisi, insieme a Giovanni Nicotera, Giovan Battista Falcone e altri 17 patrioti. Anche questa volta Rosolino Pilo, che con un peschereccio avrebbe dovuto rifornire di armi i patrioti imbarcati, per un contrattempo non riuscì a incrociarsi in mare con il piroscafo Cagliari.

Carlo Pisacane e i suoi compagni decisero comunque di continuare nell’impresa, prendendo possesso della nave con l’aiuto di due marinai inglesi loro complici. Si impadronirono delle armi di bordo e si diressero a Ponza.

Il 26 giugno sbarcarono sull’isola e liberarono i 323 reclusi della locale prigione, tra i quali solo pochi erano detenuti per motivi politici, gli altri erano in carcere per reati comuni. Continuarono la navigazione sul Cagliari facendo rotta verso Sapri dove i congiurati sbarcarono la sera del 28 giugno nei pressi di Uliveto, un piccolo agglomerato di case.

Da Sapri si diressero verso Napoli, sperando nell’aiuto dei contadini che, nel caso si fossero uniti ai patrioti, avrebbero contribuito a costituire una notevole massa d’urto, facilitando l’ingresso dei rivoltosi in città. Arrivati a Padula, dopo aver sobillato i contadini alla rivolta e iniziato a saccheggiare le case dei nobili, furono affrontati dai “Ciaurri”, una milizia rurale, presto affiancati dai gendarmi borbonici. Negli scontri morirono 53 rivoltosi mentre altri 150 furono fatti prigionieri.

Pisacane, Nicotera e Falcone con i restanti patrioti si rifugiarono a Buonabitacolo, dove furono quasi tutti trucidati dalle bande contadine di fede borbonica e dai gendarmi. Il 2 luglio 1857 Carlo Pisacane, dopo un’ulteriore sconfitta in cui furono uccisi 83 compagni, si suicidò per non cadere in mano nemica. Pochi altri, tra cui il Nicotera, furono fatti prigionieri e condannati a morte. La condanna fu tramutata nel carcere a vita. Vennero liberati con l’ingresso di Garibaldi a Napoli nel 1860.

Questi patrioti furono ricordati dal poeta Luigi Mercantini nella poesia “La spigolatrice di Sapri”, di cui questa è l’ultima strofa:

“…. / Eran trecento, e non vollero fuggire; / parean tremila e vollero morire: / vollero morir col ferro in mano, / e avanti a loro correa di sangue il piano: / fin che pugnar vid’io per lor pregai; / ma a un tratto venni men, né più guardai; / io non vedeva più fra mezzo a loro / quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro. / Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!”

Enrichetta Di Lorenzo rimasta sola a Genova con la figlioletta Silvia, passò un periodo di ristrettezze economiche. Dopo la Spedizione dei Mille del 1860, tornò a Napoli dove, con l’intercessione del suo grande amico Giovanni Nicotera, sopravvissuto alla spedizione di Sapri, che in seguito diventerà ministro degli interni del Regno d’Italia, ebbe assegnata da Garibaldi una pensione a favore della figlioletta Silvia. In seguito Silvia venne adottata dallo stesso Nicotera.

Enrichetta Di Lorenzo continuò la sua battaglia per la riunificazione dell’Italia nel “Comitato di Donne per Roma Capitale”. Morì a Napoli nel 1871. Riposa nella tomba della famiglia Nicotera.

(Immagine in alto: morte di Carlo Pisacane, incisione ottocentesca)