Adolf Eichmann al processo, 1961, U.S. Holocaust Memorial Museum

CATTURA DI ADOLF EICHMANN

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NAPOLI AL TEMPO DI …
Episodi e personaggi della storia partenopea

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Nel 1957 giunse una lettera al Procuratore tedesco Fritz Bauer. Era proveniente dall’Argentina. Un anziano ebreo nativo della Germania, che era diventato cieco a causa delle percosse ricevute in patria da esponenti delle milizie naziste, gli raccontò nella lettera una storia interessante. La figlia aveva fatto amicizia e si era quasi fidanzata con un giovane di origine tedesca, al quale aveva nascosto di essere un’ebrea. Questo giovane si era presentato con il cognome Eichmann e sproloquiava di “mancato sterminio (degli ebrei)”. Il padre della ragazza ipotizzava che il giovane potesse essere figlio del famigerato Adolf Eichmann. La possibile presenza in Argentina dell’esponente nazista, che era considerato la mente organizzativa dal genocidio degli ebrei, era confermata anche da un’intervista che lo stesso Eichmann aveva rilasciato a un giornalista olandese.

Adolf Eichmann era nato in Germania nel 1906. In gioventù era vissuto in Austria dove il padre svolgeva la propria attività. Nel 1933 tornò in Germania e si iscrisse al partito nazista, entrando a far parte delle formazioni delle SS. Per fare carriera nell’ambito delle Schutz-Staffel studiò a fondo la situazione degli ebrei in Germania. Per approfondire le sue conoscenze in materia e metterle a disposizione del nazismo si recò in Palestina, allora sotto mandato inglese, per potersi accreditare presso il proprio comando come esperto di ebraismo. Il suo primo importante incarico fu quello di perseguitare gli ebrei austriaci subito dopo la Anschluss. Prese possesso del palazzo Rothschild di Vienna facendone la sua base operativa. Con la persecuzione degli ebrei austriaci ottenne la fuga di 50.000 di essi che lasciarono l’Austria. Le SS di Eichmann si impadronirono dei beni degli espatriati. Fece talmente bene il suo lavoro che fu chiamato a Berlino dove gli fu affidato un incarico analogo. Nel 1939 fu inviato a Praga sempre con lo stesso compito. Nel 1942, quando fu deciso la “soluzione finale”, cioè lo sterminio di tutti gli ebrei, ebbe l’incarico di organizzare le deportazioni degli stessi nei campi di sterminio. Alla fine del conflitto, approfittando del fatto di non essere mai stato tra i dirigenti apicali del partito nazista, riuscì a restare in Germania per lungo tempo, nascondendosi sotto false identità in piccoli centri agricoli prima di emigrare in Argentina, dove avevano trovato rifugio numerosi esponenti nazisti. La fuga in Argentina fu resa possibile per l’aiuto ricevuto da Alois Pompanin, un prete altoatesino di Bressanone, che gli fornì dei falsi documenti a nome di Ricardo Klement, nato nella cittadina altoatesina di Termeno.

Il procuratore Fritz Bauer era un ebreo tedesco nato a Stoccarda nel 1903. Nel 1920 si era iscritto al partito socialdemocratico. Fu uno dei capi della Reichsbanner, una organizzazione paramilitare nata per difendere la Repubblica di Weimar. Nel 1933 fu arrestato insieme ad altri esponenti della Reichsbanner. Per essere liberato firmò una rinuncia all’attività politica. Nel 1936 si rifugiò in Danimarca per poi trasferirsi in Svezia in seguito all’invasione tedesca di quel paese. Qui fondò, insieme a Willy Brandt, il periodico “Sozialistische Tribüne”.  Dopo la guerra rientrò nella Repubblica Federale Tedesca dove ottenne l’incarico di procuratore generale del distretto dell’Assia. Nel 1958 riuscì a trovare documenti che dimostravano le responsabilità nello sterminio degli ebrei di una lunga lista di responsabili del campo di Auschwitz e di militari addetti allo stesso. Grazie a lui fu possibile imbastire il processo di Francoforte sui crimini commessi ad Auschwitz. Bauer aveva cercato a lungo e inutilmente anche il famigerato dottor Mengele, il medico che aveva effettuato terribili esperimenti sui bambini nel lager.

L’Argentina era diventata la terra d’elezione dei tanti nazisti in fuga dalla Germania per sfuggire ai processi a loro carico. Il presidente Peron prima, e gli altri che lo seguirono, chiusero ambedue gli occhi sulle numerose presenze di rifugiati nazisti, facendo orecchio da mercante alle varie richieste di estradizione delle autorità tedesche, mai concedendole. I nazisti formavano una vera e propria comunità, per certi versi separata dalla società argentina. Recentemente un investigatore privato ha scoperto una lista di 12.000 tedeschi che si erano rifugiati in Argentina con al seguito ingenti ricchezze. Questa lista giaceva dimenticata un archivio di una piccola banca argentina. Si calcola che 1400 dei soggetti elencati nella lista fossero nazisti fuggiti alla fine della guerra dalla Germania.

Adolf Eichmann non era tra questi. Aveva raggiunto l’Argentina solo nel 1955, dopo aver cercato di mimetizzarsi nelle campagne tedesche. Aveva però trovato appoggi e si era sistemato con la moglie e i figli in una modesta abitazione unifamiliare che si era autocostruito nella periferia di Buenos Aires. Lavorava, con l’incarico di caporeparto, nello stabilimento della Mercedes Benz a Buenos Aires.

Fritz Bauer, consapevole della poca collaborazione e dei rifiuti all’estradizione delle autorità argentine nei confronti di nazisti rifugiati nel paese sudamericano, si recò in Israele, presentandosi alla sede del Mossad a Tel Aviv. Dopo aver mostrato la lettera che aveva ricevuto dall’Argentina chiese al Mossad di intervenire per assicurare alla giustizia tedesca il criminale nazista. Uno dei responsabili del Mossad si mostrò freddo verso la richiesta del procuratore. Il Mossad nei primi anni 60 era una piccola organizzazione e il suo compito principale era la sopravvivenza dello stato insidiata dai paesi arabi che lo circondavano. Dirottare diversi suoi agenti per la cattura di Eichmann non era una priorità. Inoltre mosse anche dei dubbi sulla identificazione certa di Eichmann.

Altre considerazioni convinsero il Mossad e le autorità politiche israeliane sulla opportunità di assicurare alla giustizia uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei. Fu considerato l’importanza, in termini di diffusione sui maggiori media internazionali, che un tale processo avrebbe avuto, evidenziando l’enormità della soluzione finale perseguita dai nazisti. Fino ad allora il genocidio non era emerso in tutta la sua gravità. La condizione posta dagli israeliani a Bauer fu che il processo ad Adolf Eichmann si sarebbe dovuto tenere in Israele.

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Il Mossad inviò un agente a Buenos Aires per accertarsi della effettiva identità dell’uomo segnalato dall’anziano ebreo. L’incaricato dei servizi israeliani scattò di nascosto diverse foto di Adolf Eichmann. Inoltre verificò che ogni giorno percorreva lo stesso tragitto per raggiungere la fabbrica dove lavorava e per tornare a casa. Non possedeva un’auto e utilizzava l’autobus delle linee cittadine la cui fermata si trovava ad alcune centinaia di metri dalla sua abitazione.

Le foto permisero al Mossad di indentificare con certezza l’identità di Adolf Eichmann. Fu riconosciuto da alcuni ebrei israeliani che avevano avuto la sventura di conoscerlo di persona. Inoltre rispondeva alle caratteristiche fisiche che erano in possesso del Mossad. In particolare dalle foto si potevano notare le orecchie a punta dell’esponente delle SS.

Il Mossad escluse subito di richiedere l’estradizione al governo argentino, che in passato aveva rifiutato tutte le analoghe richieste. La richiesta sarebbe servita solo a mettere in guardia Eichmann che avrebbe avuto l’ennesima possibilità di sfuggire alla cattura. Fu formata una squadra di undici agenti tra cui Zvi Aharoni, uno dei capi dei servizi, che dirigeva l’operazione. Il gruppo giunse in Argentina alla fine di aprile del 1960. Prese in affitto una villetta isolata da utilizzare come base dell’operazione. Per 10 giorni il gruppo controllò le mosse di Eichmann. Tornava dal lavoro sempre con lo stesso autobus e allo stesso orario. Percorreva a piedi il breve tragitto tra la fermata del bus e la casa in un orario del tardo pomeriggio quando era già buio. La strada dove si trovava la sua abitazione, calle Garibaldi a circa 20 km. di distanza dalla capitale, era fuori mano ed era pochissimo frequentata a quell’ora serale. Il piano era di rapirlo, tenerlo per qualche giorno nella villetta presa in fitto per far raffreddare le acque e per fargli confessare la sua vera identità, imbarcarlo su un aereo e portarlo in Israele.

La sera stabilita, il 10 maggio, era tutto pronto per il rapimento. Otto agenti del gruppo erano arrivati sul luogo con due auto prese a noleggio. Il solito autobus arrivò alla fermata ma di Eichmann non c’erano tracce. Il gruppo d’azione attese il secondo autobus che giunse dopo circa mezz’ora, verso le 8 di sera. Dal bus scese Adolf Eichmann. Gli otto uomini si erano ben nascosti. L’obiettivo del Mossad si trovava a metà strada dalla sua casa. Zvi Aharoni si avvicinò da dietro con un altro agente. Il collega di Aharoni disse a Eichmann: «Un momentito señor!». Ebbe appena il tempo di girarsi che i due gli si buttarono addosso impedendogli di gridare. Si avvicinò una delle due auto e Eichmann fu caricato sul sedile posteriore insieme a due agenti. Fu drogato con una iniezione perché non si agitasse e non gridasse. Venne condotto nella villetta a disposizione del gruppo di agenti. Qui fu interrogato finché, dopo giorni durante i quali resistette alle pressioni, confessò la sua vera identità. A questo punto era pronto per essere trasferito in Israele.

Dopo nove giorni di sosta nella casa-appoggio venne trasferito all’aeroporto di Buenos Aires sedato, non in grado di reagire. Un aereo di una compagnia israeliana era atterrato a Buenos Aires con la scusa di trasportare una delegazione diplomatica che avrebbe dovuto partecipare ai festeggiamenti del 150.mo anniversario dell’indipendenza argentina. Eichmann viene fatto passare al controllo doganale come un impiegato della compagnia aerea gravemente ammalato. Alla mezzanotte del 20 maggio l’aereo lasciò l’aeroporto. Giunse a Tel Aviv il 22 maggio mattina, dopo una sosta per il rifornimento a Dakar, in Senegal. Il primo ministro Ben Gurion informò il parlamento, in quello stesso giorno, della cattura del criminale nazista.

Nacque subito un incidente diplomatico tra Argentina e Israele. Il governo argentino sosteneva che il rapimento di una persona sul suo territorio non era ammissibile per alcuna ragione. Chiedeva quindi la restituzione di Adolf Eichmann. Israele affermava che il prigioniero era venuto in Israele di sua spontanea volontà. Fu interessato della questione il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Alla fine ebbe il sopravvento la tesi sostenuta dal rappresentante polacco in seno al Consiglio che, sebbene riconoscesse le ragioni dell’Argentina nel pretendere le scuse israeliane per il rapimento, escluse la restituzione del criminale tedesco. Secondo il polacco i criminali di guerra non potevano trarre vantaggio da questioni di diritto internazionale.

L’interesse dello stato israeliano era di celebrare il processo e per questo motivo fu assicurato al prigioniero la massima sicurezza, anche contro un eventuale suicidio che Eichmann avrebbe potuto tentare. Le guardie destinate alla sua sorveglianza erano completamente disarmate per evitare pericoli per il detenuto.

Il processo si svolse davanti alla corte distrettuale di Gerusalemme, competente per le questioni internazionali. L’accusa fu sostenuta dal procuratore generale Gideon Hausner. Adolf Eichmann fu accusato di genocidio in base all’articolo 2 della Convenzione internazionale per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio e in base alla legge 64 del 1950 dello Stato d’Israele. L’avvocato difensore era Robert Servatius, di nazionalità tedesca, che aveva difeso anche altri nazisti nel processo di Norimberga.

Eichmann, alla richiesta della corte, presieduta da Moshe Landau, se si dichiarasse colpevole o innocente in merito alle accuse mossegli, affermò di essere “innocente nel senso dell’accusa”. Eichmann, che produsse anche delle memorie scritte, basava la sua difesa sull’assunto che lui si era limitato ad eseguire gli ordini. Numerosi ebrei ex prigionieri nei lager rilasciarono le loro deposizioni durante il processo che ebbe rilevanza mondiale. Giornali e televisioni riportarono e trasmisero i tragici e commoventi racconti dei testimoni. Atti del processo di Norimberga, dove era citato il contributo alla “soluzione finale” di Adolf Eichmann, furono acquisiti dalla corte.

Hannah Arendt, in merito all’atteggiamento dismesso, da piccolo burocrate dell’apparato organizzativo della “soluzione finale” quale si presentava Eichmann, coniò l’espressione “Banalità del male”.

Il processo si svolse su basi esclusivamente giuridiche. La legge israeliana, che ricalcava quella internazionale, non giustificava i reati contro l’umanità in base all’assunto che l’imputato si fosse limitato a eseguire gli ordini. Il 15 dicembre del 1961 il processo di primo grado si concluse con un verdetto di piena colpevolezza. L’imputato fu condannato alla pena capitale. L’avvocato Servatius presentò appello avverso alla sentenza, presentando richiesta di estradizione in Germania dove, secondo la difesa, si sarebbe dovuto svolgere il processo. La corte d’appello di Gerusalemme, il 29 maggio del 1962, respinse le ragioni dell’appello confermando la sentenza di primo grado. Una richiesta di grazia, presentata al presidente della Repubblica d’Israele, fu respinta il 31 maggio.

Quello stesso giorno, poco prima della mezzanotte, Adolf Eichmann fu impiccato. La salma fu cremata e le ceneri furono disperse in mare.

Il processo a Eichmann, trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo, contribuì in maniera determinante alla piena conoscenza e alla presa di coscienza del mondo intero di quanto era successo agli ebrei, di quello che avevano sofferto e dei milioni di morti registrati nei campi di sterminio nazisti.

(Foto in alto: Adolf Eichmann al processo, 1961, U.S. Holocaust Memorial Museum)