Antro della Sibilla cumana, Mentnafunangann, 2011, CC BY-SA 3.0

CUMA E LA SIBILLA CUMANA

Cuma fu una città della Magna Grecia fondata tra il 725 e il 740 a.C.

La Magna Grecia, che comprendeva una vasta area tra l’Italia meridionale e l’Asia Minore, rappresentava lo sbocco di una parte delle nuove generazioni greche che non trovavano spazio vitale nella loro terra. Era un flusso migratorio continuo, teso a fondare colonie le quali replicavano in piccolo la patria abbandonata. Queste colonie furono denominate dagli stessi fondatori “Magna Grecia”, poiché ospitavano una popolazione numericamente superiore alla madrepatria e per gli alti livelli culturali, economici e sociali raggiunti da esse.

Le migrazioni venivano precedute da una visita dell’Ecista, capo della spedizione, al famoso oracolo di Delfi, per individuare il luogo dove fondare la nuova colonia.

Cuma fu fondata da genti originarie di Cuma Euboica e di Calcide, che erano città vicine situate sull’isola Eubea, 50 km. a nord di Atene, nonché da genti provenienti da Cuma Eolica, che si trovava sulle coste occidentali della Turchia, a sua volta colonia della Cuma Euboica.

La cittadina era situata nei pressi del lago di Averno tra gli attuali comuni di Bacoli e Pozzuoli (Campania), su una collina che da un lato era protetta da un promontorio affacciato sul mare. Gli altri due lati erano contornati da vaste paludi, oggi individuate come lago Fusaro e Nuova Colmata, che la mettevano al riparo dalle mire dei vicini.

Di fronte, sull’isola d’Ischia, si trovava Pithecusa. Nei pressi c’erano Dikaiarchea (Pozzuoli), Parthenope e Neapolis, che erano tutte colonie fondate dagli stessi greci. Queste città erano governate, come nella madrepatria, dall’aristocrazia, con una forma di governo “democratico”. Ognuna di esse possedeva un proprio esercito.

Da Cuma partì la diffusione in Italia dell’alfabeto greco, che fu adottato dagli Etruschi e dai Latini. Al predominio culturale seguì un predominio militare, poiché la stessa governò sul litorale campano fino a Punta Campanella. Tra il 500 e il 400 a.C. si ebbero diverse guerre tra i Cumani e i loro vicini di Capua, di origine etrusca, che si risolsero tutte a favore di Cuma, tanto che i Campi Flegrei venivano considerati come “Campagna di Cuma”.

Questa storia è tratta dal volume “NAPOLI AL TEMPO DI … Episodi e personaggi della storia partenopea” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Solo i romani riuscirono ad averne il sopravvento. Essi nominarono Cuma “civitas sine suffragio” e, poiché si schierò con Roma contro Annibale, fu elevata al rango di “Municipium”, adottando la lingua latina. I cavalieri campani, che avevano combattuto con Roma, divennero cittadini romani con residenza a Cuma. Essa fu scelta per la sua tranquillità e salubrità come luogo di villeggiatura dai ricchi romani.

A Cuma risiedeva la Sibilla Cumana che era la somma sacerdotessa del tempio di Apollo (divinità del Sole) e di Acate (divinità della Luna). Le varie sacerdotesse che si susseguivano nel tempo erano vergini dedicate al tempio e al loro dio. Il tempio di Apollo sorgeva sulla parte più alta di Cuma, ed era visibile dal mare a chilometri di distanza.

La Sibilla abitava in una grotta nella sottostante collina, l’“Antro della Sibilla”, che si sviluppava lungo un rettilineo lungo 144 metri, con volta trapezoidale, in cui erano presenti diverse aperture simmetriche. In tale grotta si aprivano delle stanze sotterranee che svolgevano il ruolo di tempio e di residenza della Sibilla. L’antro, a causa delle diverse aperture, era percorso costantemente dal vento.

Nel pavimento della grotta si aprivano delle fenditure da dove fuoriuscivano gas di natura vulcanica contenenti anidride solforosa che, aspirati intensamente dalla Sibilla, la facevano entrare in trance. Da questo stato di “furore” scaturivano i vaticini le cui parole venivano riportate su varie foglie di palma, le quali poi erano esposte alle correnti d’aria presenti nell’Antro (perciò i vaticini erano denominati sibillini). Le predizioni venivano lette e interpretate così come erano state confuse dal vento.

Virgilio cita nell’Eneide la Sibilla “Deifobe di Glauco”, che guida Enea negli inferi e gli fornisce il suo vaticinio. Ovidio, parlando di Enea, narra che Apollo, innamorato della Sibilla, chiese a Deifobe cosa desiderasse di più. Deifobe prese un pugno di terra e gli chiese di vivere un numero di anni pari ai granelli di sabbia che aveva nella mano, dimenticando di chiedere anche la giovinezza eterna. Così visse e invecchiò per tanto tempo da diventare sempre più esile e minuta. Divenne piccola come una cicala. Fu rinchiusa in una gabbietta che venne esposta nel tempio.

La Sibilla e i riti dedicati ad Apollo sopravvissero ancora qualche secolo dopo la cristianizzazione di Cuma, avvenuta intorno nel terzo secolo d.C.

Nel medioevo la cittadina fu conquistata prima dai bizantini e poi dai longobardi e fu sottoposta al dominio del Ducato di Napoli. Seguì un lungo periodo nel quale la città decadde a causa delle scorrerie dei pirati saraceni. Diventò un luogo di rifugio degli stessi, per la sua posizione strategica e per la presenza di numerose grotte dove i saraceni potevano nascondersi.

Nel 1207 i napoletani, sotto la guida di Goffredo di Montefuscolo, decisi a mettere fine alle scorrerie dei saraceni rifugiati intorno a Cuma, li affrontarono sconfiggendoli definitivamente e distruggendo la cittadina. Gli abitanti di Cuma trovarono rifugio a Giugliano, dove il vescovo trasferì le reliquie e il culto dei santi protettori Massimo e Giuliano.

Per molti anni Cuma rimase disabitata. Ancora nel 1600, attraverso un’incisione dell’epoca, si nota l’esistenza, in rovina, del nucleo cittadino e della cattedrale, costruita dove una volta c’era il tempio di Apollo. Durante il regno borbonico le paludi nei dintorni di Cuma vennero bonificate. Dopo la II guerra mondiale Cuma si è andata ripopolando, oggi è una frazione del comune di Pozzuoli.  Amedeo Maiuri, studioso di archeologia e sovraintendente alle antichità di Napoli e del Mezzogiorno, nel 1932 curò il recupero del sito archeologico dell’antica città di Cuma, scoprendo il luogo dove si trovava l’antro della Sibilla, occultato da una frana sull’ingresso. Oggi il sito è accessibile a turisti e studiosi.

(Foto in alto: Antro della Sibilla cumana, Mentnafunangann, 2011, CC BY-SA 3.0