Enrico Mattei, 1960

ENRICO MATTEI E LE SETTE SORELLE

Enrico Mattei era nato nel 1906 in una modesta famiglia di Acqualagna, un paese delle Marche. Il padre era brigadiere della locale stazione dei carabinieri. Dopo un percorso di studi non completato a causa del suo poco impegno si trasferì a Milano dove intraprese l’attività di rappresentante di vernici. Presto aprì una sua azienda che si occupava di prodotti chimici diventando fornitore del Ministero della Difesa.

Sposato con una cittadina austriaca si accostò alla resistenza durante il periodo della Repubblica di Salò. Apparteneva all’area cattolica partigiana detta dei “Guelfi” che operava nelle Marche, sua regione di origine. Poiché era dotato di ottime qualità diplomatiche, riuscì ad avere stretti rapporti con tutte le anime della resistenza. Poi passò nelle file della resistenza lombarda con il nome di battaglia “Marconi”. Fu a capo di una formazione partigiana attiva nell’Oltrepò pavese. Nel 1945, alla fine delle ostilità, la formazione di Mattei contava più di 40.000 volontari.

Durante la sua attività clandestina ebbe modo di fare la conoscenza dei maggiori esponenti dell’ala cattolica della resistenza, che furono poi tra i fondatori della Democrazia Cristiana. Inoltre riuscì a proseguire gli studi conseguendo il diploma di ragioneria e iscrivendosi alla facoltà di scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

ENRICO MATTEI A CAPO DELL’AGIP

Nel 1945 Cesare Merzagora nominò Mattei liquidatore dell’Agip, una piccola azienda pubblica che aveva la missione di estrarre petrolio dai pochi giacimenti italiani, procedere alla raffinazione e curare la commercializzazione della benzina attraverso una rete di distributori.

Enrico Mattei, che aveva una visione strategica, intuì le capacità inespresse dell’azienda in relazione alla motorizzazione delle famiglie italiane che sarebbe sopraggiunta con la ricostruzione postbellica. Inoltre attraverso la controllata Snam, nata pochi anni prima per lo sfruttamento dei giacimenti italiani di gas metano, ebbe l’intuizione di creare una rete capillare di gasdotti per portare il metano in tutte le case italiane.

La politica di sviluppo delle fonti energetiche promosse da Mattei si scontrava con le pretese dei trust mondiali, soprannominate da Mattei le “Sette sorelle”, di avere il monopolio di fatto della distribuzione del carburante in Italia. Le “Sette sorelle” erano le società petrolifere Exxon, Shell, British Petroleum, Mobil, Chevron, Gulf e Texaco. A parte la Shell, olandese, e la British Petroleum, britannica, le altre cinque erano tutte società statunitensi. In quei primi anni del dopoguerra gli americani occupavano l’Italia e avevano voce in capitolo anche per le scelte relative alle politiche economiche. Enrico Mattei ebbe una dura opposizione da quelle forze politiche che più erano influenzate dai desiderata americani, i quali non vedevano di buon occhio la formazione di una impresa petrolifera che sfuggisse al controllo delle “Sette sorelle”.

In risposta alle pressioni degli Stati Uniti alcuni esponenti politici chiesero che si procedesse alla liquidazione della società. Il ministro dell’industria Gronchi chiese una relazione a Enrico Mattei prima di decidere. Nel frattempo arrivarono dagli Stati Uniti offerte all’Agip per rilevarne le attrezzature al prezzo esorbitante di 250 milioni. Mattei, nel redigere la relazione, ebbe modo di verificare l’esistenza del giacimento di Caviaga, in concessione alla società, che gli era stato tenuto segreto. Questa scoperta diede forza alla sua decisione di non liquidare l’azienda. Le pressioni provenienti da oltreoceano determinarono la progressiva emarginazione di Mattei dai ruoli strategici della società.

Nell’aprile del 1948 Mattei fu eletto deputato nel partito della Democrazia Cristiana. Nel frattempo continuò la sua attività in seno all’Agip. In seguito alla nomina a presidente della società di Arrigo Boldrini, a Mattei fu affidato l’incarico di vicepresidente con la delega di amministratore della stessa. Invece di curarne la liquidazione si fece ricevere dal capo del governo in carica, Alcide De Gasperi, al quale sottopose l’idea di sviluppare le società AGIP e SNAM per farne un polo di approvvigionamento per l’Italia di petrolio e gas. Il capo del governo approvò il progetto annullando la precedente decisione di chiudere la società.

LA RETE DI GASDOTTI IN ITALIA

In quegli anni furono scoperti numerosi giacimenti di gas in pianura Padana, tanto che l’Italia divenne autosufficiente per il consumo interno di gas metano. Enrico Mattei diede il via al programma di costruzione di metanodotti per coprire capillarmente l’Italia. Per superare gli intralci burocratici, inevitabili quando i metanodotti dovevano attraversare città e luoghi abitati, formò una “task force” di 300 tra tecnici e operai. Questi, nottetempo, entravano nelle città con bulldozer e attrezzi. Scavavano nel giro di poche ore chilometri di solchi dove installare i tubi del metanodotto. Al mattino quando i sindaci e le autorità comunali chiedevano conto di quello che stessero facendo, Mattei in persona interveniva per scusarsi dell’imperdonabile errore delle sue maestranze, offrendosi di interrompere immediatamente i lavori. I sindaci per non rimanere con le strade scombussolate davano il permesso per la posa dei tubi, a condizione che nello stesso giorno fossero ricoperte le buche e ripristinata la viabilità.

IL PETROLIO DI CORTEMAGGIORE

Nel 1949 si ebbe la svolta decisiva. Nel comune di Cortemaggiore, in Emilia e Romagna, fu scoperto un giacimento petrolifero con una piccola riserva di combustibile. Enrico Mattei, con un’abile campagna di stampa, fece intravedere una nuova era per l’Italia. Non nascondeva le reali capacità del giacimento trovato, ma metteva l’accento sulla possibilità di sviluppo proseguendo nella ricerca di altri giacimenti in pianura Padana. Il parlamento approvò una legge che riservava tutti i futuri ritrovamenti petroliferi in Italia settentrionale all’Agip, lasciando improbabili scoperte di giacimenti nel sud Italia alle compagnie straniere. Nacque in Italia “Supercortemaggiore, la potente benzina italiana” accompagnata dal logo del “Cane a sei zampe”. Con questo motto e questo logo l’Agip divenne la maggiore compagnia petrolifera italiana.

La Fiat, diretta da Valletta, aveva concentrate le sue energie industriali nella produzione di utilitarie a basso costo, la “600” e in particolare la “500”, venduta ad un prezzo equivalente a circa 13 stipendi di un operaio. La conseguente diffusione della motorizzazione aumentò il fabbisogno di carburante. La domanda superava di gran lunga la produzione. Bisognava acquistare all’estero grandi quantitativi di carburante per soddisfare il fabbisogno nazionale.

LA GUERRA DI MATTEI ALLE “SETTE SORELLE”

Nel febbraio del 1953 Enrico Mattei fondò l’ENI – Ente Nazionale Idrocarburi. L’ENI doveva essere, secondo le intenzioni del fondatore che ne fu anche presidente, la cabina di regia della politica energetica nazionale. L’ENI divenne la società capogruppo di Agip (petrolio), Snam (gas metano), Anic (chimica per l’agricoltura), Liquigas (gas liquefatto in bombole), Nuovo Pignone (attrezzature meccaniche per l’industria) e Romsa (raffineria di oli minerali).

L’ENI, guidata da Mattei, snobbando i grandi trust petroliferi, prese contatti diretti con alcuni paesi del golfo Persico e del nord Africa che avevano grandi riserve di petrolio. Fece accordi con lo Scià di Persia dal quale ottenne una concessione petrolifera a condizioni concorrenziali. Il petroliere italiano lasciava al paese produttore una ricca royalty. La cosa non fu apprezzata dai trust internazionali i quali pagavano royalty di gran lunga inferiori a quelle italiane. Le “Sette sorelle” iniziarono una guerra sotterranea per contrastare l’attivismo di Mattei.

Dopo il contratto con l’Iran seguirono accordi con l’Egitto, la Libia e la Giordania, dove Mattei ottenne contratti di concessione trattando direttamente con i governi di quegli stati. Entrò in trattative anche con l’Algeria intromettendosi nei difficili rapporti tra quel paese, solo da pochi mesi indipendente, e la Francia.

L’imprenditore entrò anche nel campo dell’editoria fondando il quotidiano “Il giorno”, attraverso il quale curava la comunicazione e la promozione delle attività del gruppo industriale. Riteneva indispensabile l’appoggio dell’opinione pubblica per poter contrastare gli attacchi alla sua persona portati avanti da ambienti vicini ai grandi gruppi petroliferi internazionali.

Mattei mostrò interesse anche nella produzione di elettricità con l’utilizzo di energia nucleare. Nel 1957 aveva fondato la SIMEA, partecipata da ENI e IRI, con la quale diede inizio alla costruzione della centrale nucleare di Latina.  

L’INCIDENTE AEREO E LA MORTE DI MATTEI

Il 27 ottobre del 1962 Enrico Mattei si trovava a Catania per un incontro con le autorità locali per discutere sulle concessioni relative ai giacimenti petroliferi dell’isola. Nel pomeriggio si imbarcò sull’aereo di servizio dell’ENI, un Morane-Saulnier MS.760 Paris per rientrare a Milano. Giunto in prossimità dell’aeroporto di Linate il piccolo velivolo precipitò al suolo nelle campagne di Buscapè, in provincia di Pavia. Nell’incidente aereo morirono Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale del “Time”, che lo seguiva per un’intervista da pubblicare sulla sua testata.

Le indagini che seguirono e l’inchiesta condotta da una commissione dell’Aeronautica Militare parlarono di guasto meccanico e di errori del pilota. Restarono forti dubbi che si fosse trattato di un attentato per eliminare uno scomodo personaggio. Un contadino del luogo testimoniò di aver visto una fiammata attorno all’aereo in volo. Un altro testimone oculare raccontò di aver sentito un boato prima che il velivolo precipitasse. In un convegno del 1982 Amintore Fanfani, che era stato primo ministro nel 1962, citò l’incidente in cui fu coinvolto Mattei parlando di “abbattimento dell’aereo” e “primo gesto terroristico del nostro paese”.

Un’inchiesta iniziata nel 1994 e chiusa nel 2003 dell’autorità giudiziaria siciliana ipotizzò che l’attentato fosse stato eseguito con una piccola quantità di esplosivo inserita nel cruscotto dell’aereo mentre era parcheggiato all’aeroporto di Catania. La carica sarebbe stata innescata dall’abbassamento del carrello di atterraggio in vista dell’aeroporto di Linate. Il procedimento fu poi archiviato poiché erano ignoti gli autori del misfatto.

Inchieste giornalistiche indicarono possibili moventi del presunto attentato. Fu ipotizzata la volontà di fermare l’attivismo italiano nel settore, oppure l’azione di esponenti dell’OAS che non avrebbero gradito l’intromissione del petroliere italiano nelle faccende politiche ed economiche algerine, infine l’azione di oscuri personaggi politici che avrebbero agito a causa del potere acquisito dal presidente Mattei. A tutt’oggi è mistero sui mandanti di questo presunto attentato che mise un freno alle iniziative dell’Eni.