Famiglia Garibaldi 1878, Jessie Mario White, Garibaldi e i suoi tempi, Treves Milano

GARIBALDI DOPO LA SPEDIZIONE DEI MILLE

Il 18 aprile del 1861 Giuseppe Garibaldi lasciò Caprera e raggiunse Torino. Tenne un discorso alla camera dei deputati in cui perorò la causa del mezzogiorno, facendo presente agli onorevoli come il brigantaggio che interessava le regioni meridionali fosse una diretta conseguenza delle condizioni di estremo bisogno dei contadini meridionali, sfruttati senza ritegno dai proprietari terrieri che rappresentavano la borghesia meridionale. Il benessere di quel ceto era diretta conseguenza dello stato miserevole in cui erano tenuti i lavoratori della terra. Visto che il suo appello di contrastare il fenomeno del brigantaggio con riforme sociali profonde e non con la repressione militare non trovò una particolare accoglienza tra le forze politiche presenti nell’assemblea, tornò deluso alla sua isola.

In quegli anni gli Stati Uniti erano alle prese con la guerra civile tra Unionisti e Confederali. Le sorti dello scontro volgevano al peggio per le truppe unioniste che, nella primavera del 1861, avevano collezionato delle pesanti sconfitte nei confronti dell’esercito confe­derale. Garibaldi fu contattato dall’ambasciatore statunitense Henry Shelton Sanford per un suo eventuale intervento nelle fila dei militari unionisti. Il generale informò di questo invito il re Vittorio Emanuele, facendo presente all’ambasciatore Sanford che un suo intervento sarebbe stato possibile solo con la nomina a comandante supremo delle forze unioniste. Di fronte a questa condizione le autorità statunitensi non ritennero di insistere nella loro richiesta.

PRIMO TENTATIVO DI LIBERARE ROMA

Il chiodo fisso del generale era la liberazione di Roma. Nelle ore di riposo dalla vita agreste di Caprera, rimuginava sulle possibili strategie per fare dell’Urbe la capitale d’Italia. Durante un suo viaggio in Sicilia, dove partecipò a una cerimonia in ricordo del sacrificio di tante camicie rosse che avevano dato la vita durante la Spedizione dei Mille, ebbe l’occasione di veder radunati attorno a sé 3.000 garibaldini che si dissero pronti a marciare su Roma. Garibaldi, che non chiedeva altro, imbarcò a Catania questi uomini su due navi, dirigendosi verso la costa calabrese. Il 25 agosto del 1862 sbarcò a Melito Porto Salvo, proseguendo con i suoi volontari attraverso l’Aspromonte, evitando la costa dove temeva un intervento della marina italiana. Il 26 agosto 3.500 bersaglieri comandati da Emilio Pallavicini gli si pararono di fronte sulla strada dell’Aspromonte. Le camicie rosse si erano intanto ridotte, nel tragitto tra Palermo e l’Aspromonte, a circa 1500 unità.

I bersaglieri iniziarono a sparare contro i volontari i quali, nonostante l’ordine contrario di Garibaldi, rispo­sero al fuoco. Il generale, per evitare una strage tra volontari e soldati, si alzò in piedi, sbracciandosi per far terminare lo scambio di colpi che già aveva provocato diverse vittime da ambo i lati. Garibaldi fu colpito da due fucilate alla gamba sinistra e al malleolo destro. Al ferimento di Garibaldi sia le Camicie Rosse che i bersaglieri si fermarono sgomenti. Dopo cure sommarie prestate a Garibaldi sul campo, il comandante dei bersaglieri Pallavicini procedette all’arresto del generale. In quella giornata si contarono 12 morti e 40 feriti tra volontari e regolari.

Il ferito fu imbarcato sulla pirofregata Città di Genova e trasferito nel forte di Varignano, vicino La Spezia, dove fu ricoverato nell’ospedale militare. I medici dell’ospedale si prodigarono al suo capezzale. Accorsero, spontaneamente e gratuitamente, i migliori medici d’Europa per curare l’eroe dei due mondi: Richard Partridge da Londra, Nikolaj Ivanovic Pirogov da Mosca e Auguste Nelaton da Parigi. Vittorio Emanuele colse l’occasione del matrimonio di sua figlia Maria Pia con il re del Portogallo Luigi I per concedere un’amnistia e liberare Garibaldi, che venne trasferito in un albergo di La Spezia. Il chirurgo Ferdinando Zannetti, dopo un’ispezione alla ferita fatta dal dottor Nelaton, che riuscì a individuare il pezzo di piombo che era rimasto conficcato nella gamba, operò il generale rimuovendo il proiettile. La nave Sardegna lo trasportò a Caprera per la convalescenza.

LA RELAZIONE CON FRANCESCA ARMOSINO

Dopo la Spedizione dei Mille la figlia di Garibaldi, Teresita, di 16 anni, aveva sposato l’ufficiale garibal­dino Stefano Canzio, conosciuto mentre faceva da infermiera ai feriti della battaglia di Capua. Ebbe una numerosa prole e, essendo una donna poco casalinga, avendo un carattere simile a quello della madre Anita, volle assumere una balia che potesse badare ai suoi figli. La scelta cadde su una ragazza sedicenne, Francesca Armosino, appartenente a una famiglia armena che si era rifugiata in Italia a seguito delle persecuzioni religiose di cui era oggetto il suo popolo.

Ben presto Francesca divenne l’amante di Giuseppe Garibaldi. In seguito a questa relazione, che trovava fermamente contrari i figli del generale, Teresita con la sua famiglia e con il fratello Ricciotti si trasferì a Genova, città natale del marito. Garibaldi, a causa della gelosia della sua domestica Battistina Ravello, che era stata amante del generale, dalla quale aveva avuto la figlia Anita, fu costretto a licenziarla e a rispedirla a Nizza, la città dove Battistina era cresciuta.

Battistina portò con sé la figlioletta e, dagli atti del censimento della città di Nizza, dal 1866 in poi Battistina, la sorella Teresa e la figlia abitarono in una casa al medesimo indirizzo della residenza dei Garibaldi. Molto probabilmente il generale ospitò Battistina e Anita nella casa che aveva ereditato dai genitori e dai fratelli. Infatti proprio nel 1866 era deceduto l’ultimo dei fratelli di Garibaldi ancora in vita, Michele. Dalla relazione con Francesca Armosino nacquero tre figli: Clelia (nata nel 1867), Rosita (nata nel 1869 e deceduta a 18 mesi) e Manlio (nato nel 1873). Garibaldi a causa dello sfortunato matrimonio con Giuseppina Rai­mon­di, dal quale ottenne l’annullamento dopo diversi anni, sposò Francesca solo nel gennaio del 1880.

TERZA GUERRA D’INDIPENDENZA

Il 15 giugno del 1866 la Prussia dichiarò guerra all’Austria. Il Regno d’Italia, alleato dei prussiani, dichiarò a sua volta guerra a Vienna, muovendo contro l’Impero Austriaco. Era iniziata la terza guerra d’indipendenza. Garibaldi fu di nuovo in prima linea alla testa di un corpo di volontari, che prevedeva 15.000 uomini, ma che raccolse più di trentamila garibaldini. Al generale fu affidato il fronte del Trentino. Egli, con i suoi volontari, si scontrò con il generale austriaco Kuhn von Kuhnenfeld a est del lago di Garda costringendo le truppe dell’impero ad arretrare verso nord. L’azione dei volontari di Garibaldi impediva agli austriaci di rifornire le proprie truppe, che combattevano in Veneto, attraverso la via più breve. Garibaldi continuò la sua avanzata verso Trento, città che il generale voleva liberare dall’oppressione austriaca.

L’esercito regolare italiano, comandato dal generale La Marmora, fu sconfitto dagli austriaci a Custoza. Dopo la sconfitta, le truppe di La Marmora fecero saltare tutti i ponti sul Mincio temendo l’inseguimento degli austriaci durante il loro ritiro. Vittorio Emanuele inviò un dispaccio al generale Cialdini sollecitandolo ad impegnare con le sue truppe il nemico per facilitare la manovra di La Marmora. Il generale Cialdini invece si attenne al piano originario e aspettò il mattino del giorno seguente per muoversi dalle sue posizioni. Ma, invece di attaccare, diede ordine ai suoi di iniziare un arretramento verso il fiume Panaro.

Furono i prussiani a cavare d’impaccio l’Italia con la battaglia di Sadowa, dove gli austriaci subirono una pesante sconfitta. Gli austro-ungarici chiesero l’armistizio, offrendo in cambio il Veneto, attraverso una formale cessione alla Francia che avrebbe poi, a sua volta, girata la regione all’Italia. In un primo momento la proposta fu respinta dal governo italiano che considerava umiliante ricevere il Veneto attraverso la Francia e non direttamente. Pertanto continuarono le operazioni militari. Giacomo Medici, al comando di una colonna dell’esercito italiano, andò ad affiancare le truppe garibaldine che, dopo una serie di vittorie contro il generale Kuhn, poterono avanzare verso Trento.

I militari italiani erano riusciti ad occupare buona parte del Veneto a seguito dello spostamento di truppe austriache sul fronte prussiano, dove le stesse erano in grave difficoltà. L’intervento deciso di Napoleone III nei confronti di Vittorio Emanuele perché accettasse l’offerta dell’Austria e la pesante sconfitta di Lissa della marina italiana, convinsero il governo ad adeguarsi alla richiesta francese. Dopo la firma dell’armistizio di Cormons, Garibaldi, il 3 agosto del 1866, ricevette un telegramma da Vittorio Emanuele che gli ordinava di ritirarsi dai territori occupati. La risposta del generale fu lapidaria e denunciò tutto il disappunto di dover lasciare il Trentino all’Austria. “Obbedisco” fu il testo del telegramma che inviò in risposta a re Vittorio Emanuele il 9 agosto del 1866.

SECONDO TENTATIVO DI LIBERARE ROMA         

Nel settembre del 1867 il generale volle di nuovo tentare la liberazione di Roma. Partì da Firenze il 23 settembre. Voleva raggiungere l’Urbe per promuovere una sollevazione dei cittadini romani e, dall’interno della città, sovvertire lo Stato Pontificio. Fu arrestato a Sinalunga dalle autorità italiane e condotto nella prigione della fortezza di Alessandria. Alla Camera dei Deputati, ospitata a Palazzo Vecchio di Firenze, numerosi parlamentari protestarono energicamente per l’arresto di Garibaldi, che godeva, tra l’altro, dell’immunità parlamentare, essendo un deputato eletto nella circoscrizione dell’Italia meridionale. Il 27 settembre fu liberato e accompagnato a Caprera dove fu messo sotto stretta sorveglianza dalle autorità. Approfittando della somiglianza con il suo assistente e amico Luigi Gusmaroli, fuggì dall’isola. L’amico lo sostituì fingendo di essere il generale. Garibaldi attraversò tutta la Sardegna cavalcando senza sosta per 15 ore e partì dal porto di Cagliari imbarcandosi per il continente.

Giunse a Firenze il 20 ottobre. Da quella città diede il via alla “Campagna dell’agro romano per la liberazione di Roma”. Raggiunse il Lazio con 8.000 volontari, coadiuvato dal figlio Menotti, da Giovanni Nicotera e Giovanni Acerbi. Il 23 ottobre i fratelli Cairoli con la loro colonna di 67 volontari presero posizione sulla collina dei Parioli a Roma. Due garibaldini erano riusciti a sistemare una bomba alla caserma Serristori. L’esplosione causò la morte di 25 zuavi dell’esercito pontificio e di due civili. I due volontari, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, furono catturati e in seguito condannati a morte. I Cairoli si scontrarono a loro volta con reparti svizzeri dell’esercito pontificio.

Enrico Cairoli fu ucciso durante il combattimento mentre il fratello Giovanni fu ferito gravemente. I superstiti, protetti dal buio della notte, riuscirono a mettersi in salvo raggiungendo le truppe guidate da Garibaldi. Dopo aver conquistato Monterotondo il 29 ottobre Garibaldi e i suoi uomini giunsero alle porte di Roma. Garibaldi attese che la popolazione romana iniziasse la rivolta. Il giorno seguente poiché la sperata sollevazione non ci fu, si ritirò verso Tivoli. All’altezza di Mentana i garibaldini si scontrarono con 3.500 soldati pontifici e 3.000 francesi. Il generale, a causa dell’inferiorità dell’armamento dei suoi uomini, poiché i francesi erano dotati di modernissimi fucili a retrocarica, comandò il ritiro. A Figline Valdarno fu di nuovo arrestato dalle autorità italiane e condotto a Varignano. Il 25 novembre del 1867 tornò a Caprera.

GARIBALDI E LA GUERRA FRANCO-PRUSSIANA

Nel 1870 Garibaldi volle intervenire in favore della Francia nella guerra franco-prussiana. L’andamento rovinoso degli scontri e l’assedio di Parigi e di altre città francesi da parte dell’esercito prussiano determinarono le dimissioni dell’imperatore Napoleone III.  Un battello francese condotto da Joseph-Philippe Bordone, sfuggendo alla marina italiana, che sorvegliava le mosse di Garibaldi, giunse nottetempo a Caprera imbarcando il generale. Garibaldi sbarcò a Marsiglia il 7 ottobre. Giunto a Tours ebbe ordini dal governo provvisorio francese, in particolare dal ministro degli interni Leon Gambetta, futuro fondatore della terza repubblica, che Garibaldi non gradì: le disposizioni ricevute avrebbero imbrigliato la sua azione. Disob­bedendo alle stesse, si pose al comando dell’armata dei Vosgi, una formazione volontaria di circa di 4.500 uomini.

Garibaldi affrontò la difficile situazione della città di Digione che, abbandonata dal comandante del distaccamento di difesa cittadina, colonnello Chenet, era stata occupata dai prussiani. All’avvicinarsi dell’armata dei Vosgi i prussiani lasciarono la città. Il 21 gennaio del 1871 Digione, questa volta difesa dall’armata di Garibaldi, fu di nuovo presa d’assalto dai prussiani. I combattimenti si protrassero per tre giorni. Alla fine i tedeschi dovettero ritirarsi. Il 31 gennaio le truppe di Garibaldi furono di nuovo attaccate poiché l’armistizio, che nel frattempo Gambetta aveva stipulato con gli invasori, non includeva la zona in cui era di stanza l’armata dei Vosgi. Con un’abile manovra Garibaldi si sganciò dal combattimento, che lo vedeva sfavorito a causa dell’inferiorità numerica, e trasferì le sue unità nel territorio rientrante negli accordi.

L’armistizio con i prussiani, firmato in seguito alle rovinose sconfitte subite dall’esercito francese sul fronte orientale, permise di svolgere le elezioni per la formazione dell’Assemblea Nazionale Francese, il nuovo parlamento della terza repubblica. Giuseppe Garibaldi si presentò candidato. Il suo scopo era di promuovere in seno all’assemblea il ritorno di Nizza all’Italia. Fu eletto, ottenendo un gran numero di preferenze. Tra l’8 e il 10 febbraio del 1871 scoppiarono violenti disordini a Nizza. I rivoltosi chiedevano l’annullamento del Trattato di Torino del 1860 che aveva stabilito il passaggio di Nizza alla Francia. I “Vespri nizzardi”, come furono chiamati, vennero soffocati nel sangue con l’intervento dell’esercito. Il 14 febbraio, impedito di intervenire con un suo discorso durante la seduta dell’Assemblea, Giuseppe Garibaldi si dimise da deputato e si accinse a rientrare in Italia. Fuori dall’edificio che ospitava il Parlamento trovò una folla di francesi che lo accolsero con grandi applausi. Ebbe la riconoscenza del popolo che non aveva dimenticato l’importante apporto del generale nella guerra contro il nemico prussiano.

GLI ULTIMI ANNI A CAPRERA

Garibaldi passò gli ultimi anni a Caprera, confortato dall’affetto di Francesca Armosino. Nel 1871 aveva fondato la Regia Società Torinese Protettrice degli Animali, che oggi è diventata ENPA, Ente Nazionale Protezione Animali. In quegli anni si era trasformato da cacciatore in un accanito difensore del benessere degli animali. Il primo agosto del 1872 pubblicò un “Appello alla Democrazia” nel quale propugnava il suffragio universale. Poiché l’artrite lo costringeva a una vita sedentaria, si dedicò alla scrittura di alcuni romanzi. “Clelia” e “Cantoni il volontario” parlavano delle sue esperienze di soldato. Nel romanzo “I Mille” raccontò la storia di una donna che si era travestita da uomo per partecipare alla spedizione. Con “Manlio” descrisse gli anni nei quali aveva vissuto in Sud America.

Nel 1875 il Parlamento italiano gli riconobbe una rendita vitalizia di 50.000 lire annue più una pensione mensile. Nel 1882 volle recarsi a Palermo in occasione del sesto centenario dei vespri Siciliani, nonostante la sua malferma salute. Fu l’ultima volta che lasciò il suo rifugio. Poco dopo il ritorno a Caprera i suoi malanni lo costrinsero a letto. Fece sistemare il suo letto di fronte a una finestra dalla quale si scorgeva il mare. Il medico di bordo della Cariddi che, in quel periodo, si trovava a La Maddalena, Alessandro Cappelletti, lo assistette negli ultimi giorni. Il 2 giugno del 1882 Giuseppe Garibaldi si spense. La sua tomba si trova nel “Compendio Garibaldino” di Caprera.

(Immagine in alto: Famiglia Garibaldi 1878, Jessie Mario White, Garibaldi e i suoi tempi, Treves Milano)