Giuseppe Garibaldi, 1860

GARIBALDI E I MILLE, DA QUARTO A GAETA

L’accoglienza fatta a Garibaldi e alla Spedizione dei Mille quali liberatori, da parte di quasi tutta la popolazione del sud, aveva ragioni antiche. L’odio nei confronti dei Borbone era iniziato dopo la rivoluzione francese, quando Maria Carolina, soprannominata dai suoi sudditi con un filo di disprezzo e timore “la tedesca”, da promotrice degli afflati libertari dei migliori esponenti della borghesia napoletana si trasformò nella persecutrice degli stessi. Lei li considerava tutti “giacobini”, accomunandoli a quelli che avevano decapitato l’amata sorella minore Maria Antonietta, regina di Francia.

Le persecuzioni ebbero il culmine dopo la caduta della Repubblica Napoletana del 1799 per mano di quella banda di delinquenti e assassini, chiamata esercito della Santa Fede, al soldo del cardinale Ruffo. I “Sanfedisti” si comportarono in modo inenarrabile nei confronti della borghesia e della nobiltà del sud d’Italia e di Napoli che avevano espresso la intellighenzia sostenitrice della Repubblica.

I Borboni non mancarono di alimentare l’odio nei loro confronti, con la fucilazione di Gioacchino Murat nel 1815, nel quale la popolazione vedeva coraggio e buon governo, esattamente l’opposto che offrivano Ferdinando IV e suo figlio Francesco, l’imbelle principe che ereditò il trono alla morte del padre. Nel 1821 ci fu l’ennesimo tradimento alla parola data dei regnanti Borbonici, con la revoca della Costituzione e con la condanna a morte di 30 patrioti che cercavano di difendere le libertà conquistate. Seguirono nel 1848 i famosi moti popolari della Sicilia e di Napoli che sfociarono in un bagno di sangue. Le truppe mercenarie svizzere si comportarono più o meno come i “sanfedisti” nei confronti dei rivoltosi e anche della popolazione civile che per caso si trovò sulla loro strada.

Nel 1848 un grave atto di ribellione si verificò negli alti gradi dell’esercito borbonico. Il generale comandante della spedizione organizzata dai Borbone a supporto del Piemonte contro gli austriaci, Guglielmo Pepe, con i reparti dell’arma di artiglieria e del genio, rifiutò di rientrare a Napoli, come ordinato dal re. Non volle abbandonare al loro destino i patrioti lombardi e veneti che combattevano contro gli austriaci. Con Guglielmo Pepe si schierarono altri ufficiali napoletani: Luigi e Carlo Mezzacapo, Enrico Cosenz, Cesare Rossaroll, Alessandro Poerio e Girolamo Calà Ulloa. Essi, con le truppe a loro fedeli, aiutarono i veneziani a contrastare l’assedio degli austriaci. Alcuni di questi ufficiali ebbero poi una parte importante nella organizzazione della spedizione di Garibaldi al sud.

Il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, era andato contro gli accordi di Plombiers fatti con i francesi, favorendo l’estensione dei moti di ribellione nell’Italia settentrionale e anche nell’Italia centrale, dove erano nate delle repubbliche regionali in Emilia e in Toscana. La fine ingloriosa della seconda guerra di indipendenza del 1859, che lasciò all’Austria il Triveneto, provocò in Emilia e in Toscana moti che misero in fuga i vari duchi che governavano i piccoli stati emiliani e la Toscana. Fecero seguito sommosse popolari che liberarono il resto dell’Emilia e la Romagna. L’Umbria e le Marche rimasero sotto il potere papalino come conseguenza del massacro di Perugia, fatto dai mercenari svizzeri al soldo del papa nel 1859.

Questa storia è tratta dal volume “NAPOLI AL TEMPO DI … Episodi e personaggi della storia partenopea” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Cavour intanto curava l’alleanza con la Francia, senza il consenso della quale non poteva unificare le regioni dell’Italia centrale sotto l’emblema dei Savoia. A Parigi la contessa di Castiglione, cugina di Camillo Benso conte di Cavour, lavorava alacremente per facilitare gli affari diplomatici piemontesi. Ambasciatore del Regno di Sardegna in Francia era Costantino Nigra.

Virginia Oldoini Verasis Asinara, Contessa di Castiglione, nata nel 1837, era sposata con il conte Francesco Verasis Asinara. Aveva avuto come amanti, tra gli altri, Vittorio Emanuele II e Costantino Nigra. Nel 1855 fu inviata a Parigi dal cugino Cavour, capo del governo, con il compito di avvicinare l’imperatore e, con le sue arti, convincerlo a non opporsi all’unificazione dell’Italia. Per raggiungere lo scopo, la contessa divenne l’amante ufficiale di Napoleone III. Lo riceveva regolarmente nei suoi appartamenti a Compiègne, con grande disappunto dell’imperatrice Eugenia De Guzman, grande di Spagna, donna molto religiosa. L’imperatore subì anche un attentato in casa di Virginia, le malelingue ne attribuirono l’organizzazione alla gelosissima Eugenia.

Il 24 marzo del 1860, grazie a Nigra e “all’ambasciatrice” Virginia Oldoini, fu firmato un trattato in cui veniva prevista la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. In cambio il Piemonte poté annettersi l’Emilia e la Toscana. Pertanto a inizio del 1860 l’Italia contava tre stati: il Regno di Sardegna, che comprendeva, oltre al nucleo storico, l’Emilia e Romagna, la Toscana e buona parte della Lombardia; lo Stato della Chiesa con l’Umbria e le Marche oltre al Lazio; il Regno delle due Sicilie con l’Italia meridionale, il sud del Lazio, l’Abruzzo e la Sicilia. Restavano all’Austria il Veneto, il Trentino Alto Adige, il Friuli-Venezia Giulia e Mantova.

A Napoli regnava da poco il giovane Francesco II, coniugato con Maria Sofia di Baviera sorella di “Sissi”, Elisabetta, moglie dell’imperatore austriaco. Francesco nato a Napoli il 16 gennaio 1836 era figlio di Ferdinando II e di Maria Cristina di Savoia, quindi parente stretto dei Savoia piemontesi. La madre Maria Cristina morì nel 1836 e il padre si risposò con Maria Teresa d’Asburgo. A 23 anni Francesco sposò per procura Maria Sofia di Baviera, che aveva 18 anni. Erano due caratteri opposti: lui di buon cuore, educato, timido, religiosissimo, quasi maniacale, lei aperta, spigliata, sportiva, indomita, senza pregiudizi morali, come conveniva a una duchessa di Baviera.

Subito dopo sposati, il padre di Francesco, Ferdinando II, morì e fu sostituito sul trono dal figlio. Maria Sofia, come la sua predecessora “tedesca” Maria Carolina, prendendo atto del carattere debole del marito, esercitò la sua influenza per intervenire nel governo del regno con le sue idee innovatrici, scontrandosi però con la matrigna del marito, Maria Teresa, che, forte del suo ascendente sul re, spingeva verso una politica conservatrice. Nel poco tempo in cui regnò, Francesco, sollecitato dalla moglie, attuò molte riforme. Eliminò la tassa sul macinato, fece acquistare derrate alimentari, poi vendute a prezzo politico alla popolazione più povera, migliorò le condizioni delle carceri ed emanò un’amnistia che permise a molti esuli di ritornare in patria.

I siciliani, espatriati a seguito dei moti del 1848, tra i quali Rosolino Pilo e Francesco Crispi, premevano per una insurrezione armata nell’isola, con l’appoggio dei mazziniani e di Garibaldi, il quale era titubante a causa dei fallimenti delle precedenti insurrezioni. Il generale Garibaldi, conscio che il regno delle due Sicilie avesse un esercito numeroso e ben addestrato di circa 97.000 uomini, nonché la più forte marina militare italiana, non voleva muoversi senza l’appoggio dei piemontesi e il consenso dei francesi.

A inizio del 1860 Rosolino Pilo, rompendo gli indugi, si recò in Sicilia per preparare il terreno a una insurrezione popolare. Egli sperava nell’adesione di Garibaldi alla stessa, con il conseguente intervento con una spedizione armata. Pilo attraversò l’isola da Messina a Piana dei Greci con la famosa marcia durata 10 giorni, tra il 10 e il 20 aprile 1860, durante la quale incontrò latifondisti, notabili, contadini ai quali annunciava: «Tenetevi pronti, arriva Garibaldi».

Giuseppe Garibaldi era nato a Nizza il 4 luglio 1807. Il padre Domenico Garibaldi era originario di Chiavari, la madre Maria Rosa Raimondi era di Loano. Domenico era proprietario di una tartana chiamata Santa Reparata. Giuseppe, che non amava troppo gli studi, fece le sue prime esperienze marinare su quella barca. Durante una delle numerose traversate a bordo di piccole navi, dove si era imbarcato come marinaio, conobbe un mazziniano esule a Odessa che gli diede le prime informazioni su Mazzini e le sue idee. Nel 1832 divenne capitano di marina. Arruolato nella reale marina militare piemontese, venne dichiarato disertore a causa di un disguido. Per sfuggire alla cattura e alla prigione si imbarcò per il Brasile dove arrivò a inizio del 1836. A Rio de Janeiro prese contatti con le organizzazioni patriottiche locali e partecipò attivamente alle guerre di liberazione del Rio Grande del Sud e dell’Uruguay. In Brasile nel 1839 conobbe Ana Maria De Jesus Ribeiro, detta Anita. Giuseppe e Anita si sposarono nel 1842. Da questa unione nacquero quattro figli di cui però solo tre sopravvissero all’età neonatale: Menotti, Teresita e Ricciotti. Nel 1848 la famiglia rientrò a Nizza. Anita e i suoi piccoli furono ospiti dei parenti del marito, mentre Garibaldi prendeva contatti con gli ambienti patriottici e mazziniani italiani.

Giuseppe Garibaldi partecipò attivamente alla prima guerra di indipendenza e alla difesa della Repubblica Romana insieme ad Anita che, lasciati i figli affidati alla suocera, combatté al suo fianco. Dopo la caduta della Repubblica Romana, Giuseppe e Anita fuggirono attraverso l’Italia per raggiungere le terre piemontesi. Anita, che era incinta, morì il 4 agosto 1849 presso Ravenna, per un attacco febbrile aggravato dalle fatiche del viaggio. Nel 1859 Garibaldi partecipò alla seconda guerra di indipendenza al comando, come maggiore generale, dei Cacciatori delle Alpi. Questo reparto fu creato nell’ambito dell’esercito piemontese per dotare il generale di truppe regolari. Con Garibaldi ebbero il comando dei Cacciatori delle Alpi i suoi compagni patrioti Enrico Cosenz e Giacomo Medici.

Intanto la spedizione al sud non trovava appoggi in Piemonte. Cavour temeva che Garibaldi, dopo aver conquistato il Regno delle due Sicilie, potesse proseguire conquistando Roma, cosa che la Francia non avrebbe potuto consentire. Cavour comunque voleva cogliere l’opportunità che quel momento storico gli stava offrendo. Considerava una sollevazione popolare nel sud come una buona scusa per intervenire e ristabilire “l’ordine pubblico”, proseguendo nell’unificazione dell’Italia. Persino il repubblicano Mazzini premeva per questa soluzione pro-Piemonte: «Non si tratta di repubblica o monarchia, si tratta di unità nazionale».

Cavour mandò due navi della marina piemontese in Sicilia per avere un punto di osservazione sugli avvenimenti. Egli sperava che un intervento di Garibaldi potesse provocare una sommossa armata contro i Borbone. Diede incarico a Giuseppe La Farina, suo uomo di fiducia, di partecipare alle riunioni in cui si organizzava la spedizione al sud. Questi incontri si tenevano a Genova, quartier generale di Garibaldi e degli ufficiali napoletani superstiti che avevano abbracciato la causa italiana: Enrico Cosenz e i fratelli Carlo e Luigi Mezzacapo. Alle riunioni partecipava anche Enrichetta Di Lorenzo, grande amica di Enrico Cosenz, ex compagna del defunto Carlo Pisacane. Aveva particolarmente a cuore la liberazione del sud e del suo caro amico Giovanni Nicotera, insieme a Pisacane nella sfortunata spedizione di Sapri, detenuto nelle prigioni borboniche.

Prese parte alle ultime decisive riunioni genovesi anche Cavour. Si distribuirono i compiti. Garibaldi, Medici e Cosenz avrebbero curato la spedizione militare. Carlo Mezzacapo si sarebbe recato a Napoli in incognito, come un secondo ambasciatore, per contattare in segreto gerarchie militari, politici ed esponenti della nobiltà onde favorire la spedizione. Luigi Mezzacapo, con la sua profonda conoscenza del territorio, avrebbe coadiuvato Vittorio Emanuele nella guida delle truppe regolari piemontesi che, attraverso le Marche, sarebbero sopraggiunte in un secondo momento per portare aiuto ai garibaldini e raccogliere le regioni del sud sotto la corona dei Savoia.

Dal 1859 in tutta Italia era iniziata la raccolta fondi per fornire un milione di fucili a Garibaldi. Questa raccolta, organizzata nelle varie località dai comuni e da istituzioni pubbliche e private, riuscì a mettere insieme quasi 8 milioni di lire che poi entrarono a far parte delle finanze del Regno d’Italia. Garibaldi, venendo dall’esperienza dei Cacciatori delle Alpi, corpo dell’esercito piemontese formato da volontari che aveva sconfitto l’esercito austriaco, radunò per la spedizione al sud 1162 uomini provenienti da ogni regione d’Italia e anche dall’estero. Molti erano i reduci dei Cacciatori delle Alpi.

Per la traversata fino a Palermo fu contattata la società Rubattino, proprietaria del piroscafo Cagliari requisito da Pisacane e dei suoi compagni nel 1857 per raggiungere Sapri. Garibaldi chiese al direttore generale della compagnia, Giovanni Battista Fouchè, il piroscafo Piemonte e, in un secondo momento, anche il piroscafo Lombardo, le due navi più moderne della flotta, offrendo una ricompensa di 100.000 franchi. Il Fouchè mise a disposizione le due navi ma rifiutò il compenso che, disse, era meglio destinare all’impresa del generale. In seguito, a causa della cessione delle due navi, il Fouchè fu licenziato dalla compagnia con una coda di polemiche su chi fosse più patriota tra l’ex direttore generale Fouchè e il maggior azionista della stessa compagnia Raffaele Rubattino. Dopo l’unificazione dell’Italia la Rubattino ricevette un congruo compenso dallo stato, comprensivo anche del costo della nave utilizzata per la sfortunata spedizione di Sapri.

La notte del 5 maggio del 1860 i 1162 garibaldini, tra cui Nino Bixio e gli scrittori Ippolito Nievo e Giuseppe Cesare Abba, armati alla men peggio, si imbarcarono sulle due navi nel piccolo porto di Quarto, centro a 4 miglia romane da Genova, da cui la denominazione “Quartum Milium” poi Quarto a Mare. Oggi è diventato un quartiere della città di Genova con il nome “Quarto dei Mille”. Le navi avrebbero dovuto incontrarsi nella notte con alcune scialuppe cariche di armi destinate agli uomini della spedizione ma, per motivi tutt’oggi oscuri, l’incontro non avvenne. Il 7 maggio i piroscafi fecero una sosta a Talamone dove Garibaldi riuscì a farsi consegnare polvere da sparo, tre cannoni e un centinaio di buoni fucili dalla guarnigione piemontese della località, in forza della sua autorità di generale dell’esercito piemontese.

A Talamone sbarcarono un gruppo di 64 garibaldini, al comando di Zambianchi, per effettuare una diversione e distrarre le truppe borboniche facendo credere che l’invasione sarebbe avvenuta attraverso l’Abruzzo. Entrati nei territori del papa, Zambianchi e i suoi uomini furono affrontati dalle truppe pontificie. Il piccolo gruppo si ritirò velocemente verso la costa toscana dove Zambianchi fu arrestato dai piemontesi che non volevano che lo Stato Pontificio venisse coinvolto negli scontri. Garibaldi fece anche sosta a Porto Santo Stefano dove si rifornì di carbone e derrate alimentari.

I due piroscafi, dopo le soste, puntarono verso la Tunisia, per poi virare verso la Sicilia. Essendo venuto a conoscenza da alcuni pescatori che a Marsala non erano presenti navi borboniche, Garibaldi si diresse verso il porto della cittadina, dove trovò due navi militari inglesi, mandate dal comando della flotta per sorvegliare l’operazione. Queste ostacolarono l’intervento della marina borbonica, intimidita dalla presenza degli inglesi i quali, comunque, restarono neutrali. L’11 maggio i garibaldini sbarcarono indisturbati a Marsala e si spostarono velocemente verso l’interno dell’isola. La guarnigione borbonica locale era stata richiamata a Palermo il giorno precedente per sedare eventuali sommosse cittadine.

A Napoli regnava la confusione più totale. Francesco II e Maria Sofia cercarono in ogni modo di contrastare lo sbarco in Sicilia, che tutti sapevano sarebbe avvenuto e che di segreto non aveva nulla. Carlo Mezzacapo che aveva raggiunto Napoli in incognito, si recava ogni pomeriggio nella sede della legazione del Regno di Sardegna in via Toledo. Nell’ambasciata incontrava i più alti ufficiali dell’esercito borbonico, tutti suoi compagni nel collegio militare della Nunziatella, che aveva frequentato insieme al fratello Luigi. In questi incontri si contrattava il passaggio del Regno delle due Sicilie in una Italia unificata sotto la dinastia dei Savoia, cercando di evitare o minimizzare scontri tra il temibile esercito napoletano e i garibaldini con la mitica camicia rossa. Così si spiegavano le strane timidezze dei borbonici negli scontri in Sicilia e in Calabria con le truppe di Garibaldi.

Questi colloqui avvenivano con il contributo finanziario dei fratelli De Gas, banchieri franco-napoletani, zii del pittore impressionista Edgar Degas. I banchieri De Gas avevano ricevuto in segreto un bonifico di 1.000.000 di lire dal Piemonte, da utilizzare per facilitare la spedizione al sud di Garibaldi. Questi soldi furono ampiamente distribuiti creando alleanze con gli alti gradi dell’esercito. Non mancarono nel palazzo della legazione anche ministri del governo borbonico. Il ministro di polizia Liborio Romano, nominato da pochi giorni da Francesco II, era un simpatizzante delle idee liberali. Partecipò agli incontri del Mezzacapo, avendo aspirazioni politiche anche per il dopo unificazione, che considerava inevitabile. Alcuni alti esponenti della nobiltà, vicini alla casa reale borbonica, in quei frangenti si mantennero neutrali non volendo apparire come difensori di una causa che consideravano perduta in partenza.

A Torino si consumava lo scontro tra due visioni politiche. La visione di Cavour era più raffinata e prudente. Egli, pur desiderando l’annessione del Regno delle due Sicilie, non voleva in alcun modo suscitare la contrarietà di Napoleone III, che si ergeva a difesa dello Stato Pontificio. Napoleone aspirava a ottenere, dall’unificazione dell’Italia, vantaggi territoriali consistenti, quali la cessione della Sardegna e della Liguria alla Francia. La visione politica di Vittorio Emanuele II, più coraggiosa, si spingeva oltre. Egli desiderava unificare l’Italia sotto il suo regno, poco badando alle riserve della Francia e facendo leva su un assenso sostanziale degli inglesi. Gli inglesi, dopo la vicenda della nazionalizzazione e successiva cessione alla Francia delle miniere di zolfo, vedevano i Borbone come nemici dei loro notevoli interessi economici in Sicilia. Inoltre consideravano la potente flotta borbonica troppo competitiva con la loro Mediterranean Fleet che era dislocata a Gibilterra.

Il 14 maggio le truppe garibaldine si erano spostate a Salemi, nell’entroterra, dove Garibaldi si autoproclamò dittatore della Sicilia, con un governo guidato da Francesco Crispi. Alle camicie rosse si unirono i primi volontari siciliani. Il primo scontro tra Garibaldi e le sue truppe, circa 1500 uomini tra garibaldini e volontari siciliani, e l’esercito regolare borbonico, forte di 4000 soldati, avvenne nei pressi di Calatafimi. Il generale rischiò la vita. Riuscì a salvarsi grazie al sacrificio di un suo soldato che fu gravemente ferito. Le truppe regolari borboniche furono sconfitte e si ritirarono.

La notizia della vittoria garibaldina si sparse per tutta l’isola in un baleno. Le truppe borboniche in ritirata furono bersagliate da spari e da lanci di oggetti dalle case, nel ritorno verso Palermo. A Partinico ci fu una rivolta popolare contro i soldati che volevano requisire i viveri dei civili. L’avanzata di Garibaldi, al contrario, fu accolta con grandi festeggiamenti da tutti i ceti della popolazione siciliana, compresi i latifondisti e i nobili i quali, citando “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, erano fedeli al detto “Tutto cambi perché nulla cambi”. Molti volontari siciliani affiancarono le camicie rosse nella marcia verso Palermo.

Francesco II, saputo della sconfitta di Calatafimi, invitò l’anziano generale Carlo Filangieri, figlio di Gaetano, a prendere il comando delle operazioni in Sicilia. Il Filangieri, dalla sua villa in campagna, fece sapere al re di essere gravemente malato. In realtà non aveva alcuna intenzione di combattere una guerra contro Garibaldi che, per forza di cose, si sarebbe trasformata anche in una sanguinosa repressione contro i civili che ormai partecipavano attivamente agli scontri. Carlo Filangieri era stato primo ministro fino a pochi mesi prima. Aveva consigliato inutilmente a Francesco II di stringere un’alleanza con i francesi e con il Piemonte per evitare la spedizione di Garibaldi al sud.

I garibaldini giunsero alle porte di Palermo il 27 maggio. Le truppe borboniche erano schierate vicino al ponte dell’Ammiraglio, dopo brevi combattimenti si ritirarono all’interno della città. I garibaldini entrarono nell’abitato attraverso le porte di Termini e Sant’Antonio. Gli scontri nelle strade di Palermo tra l’esercito e le camicie rosse durarono diversi giorni. La città fu bombardata delle navi della marina borbonica presenti nel porto. Tra i feriti nei combattimenti ci furono Benedetto Cairoli e Nino Bixio. Il 30 maggio le truppe regolari trovarono rifugio nei forti della città e chiesero una tregua. Il 6 giugno le stesse truppe lasciarono la città in seguito a un armistizio che prevedeva anche la concessione dell’onore delle armi agli sconfitti.

Durante tutto il mese di giugno sbarcarono a Palermo altre spedizioni di garibaldini. La seconda spedizione era comandata da Giacomo Medici che aveva dato le dimissioni dall’esercito piemontese per accorrere in Sicilia. La terza era guidata da Enrico Cosenz. Nel frattempo sopraggiungevano a Palermo inviati di giornali di tutta Europa. Anche Alessandro Dumas, con il suo yacht, giunse in città per raccontare l’avventura garibaldina.

A fine giugno Garibaldi si avviò a conquistare il resto dell’isola organizzando in tre colonne le sue truppe. La prima, comandata da Medici, si diresse verso Messina lungo la strada costiera settentrionale. La seconda, comandata da Bixio, marciò verso Catania passando per Agrigento. La terza, comandata da Türr, proseguì verso l’interno dell’isola. Durante la marcia scoppiarono rivolte contadine contro i latifondisti e i nobili locali nei centri non ancora raggiunti dalle truppe garibaldine. L’arrivo delle camicie rosse riportò l’ordine a costo di processi sommari nei confronti dei rivoltosi. Molti di essi furono giustiziati.

Il 20 luglio la colonna di Medici, raggiunta da Garibaldi, si scontrò a Milazzo con le truppe dell’esercito regolare che furono sconfitte agevolmente. Il 27 i garibaldini raggiunsero Messina quando già una parte del presidio borbonico aveva lasciato la città. Le restanti truppe chiesero un armistizio per imbarcarsi per Napoli. A Messina restò solo un drappello dell’esercito in difesa della cittadella fortificata che però non fece alcuna azione offensiva nei confronti dei garibaldini. Si arresero nel febbraio del 1861 alle truppe piemontesi senza colpo ferire. Garibaldi a fine luglio fu raggiunto a Messina dalle altre due colonne guidate da Bixio e Türr.

A Napoli, durante il consiglio di stato riunito per decidere sulle mosse da compiere per contrastare le camicie rosse, il principe Luigi di Borbone propose un attacco con tutta la flotta borbonica contro le navi di Garibaldi nel porto di Messina. La distruzione della piccola flottiglia di Garibaldi avrebbe impedito la traversata dello stretto alla spedizione che in quel momento contava 20.000 uomini. La proposta fu respinta veementemente da tutti i presenti e Luigi di Borbone, sospettato di voler sostituire Francesco II, fu allontanato dal regno.

Garibaldi dopo aver nominato Agostino Depretis, suo sostituto, massima autorità in Sicilia, si accinse all’attraversamento dello stretto. Il 19 agosto effettuò il primo sbarco sul continente a Melito Porto Salvo. Il 22 agosto fu effettuato un secondo sbarco a Palmi. Le forze garibaldine incontrarono solo una debole resistenza in Calabria da parte delle truppe borboniche che, con interi reparti, attraversarono le linee e si unirono alle camicie rosse.

Il 6 settembre, mentre Garibaldi avanzava senza incontrare resistenza, lungo la Calabria e la Basilicata, Francesco II prese atto di essere stato abbandonato da tutti. Si imbarcò con la regina Maria Sofia sulla nave Messaggero trasferendosi nella fortezza di Gaeta. Dalla fortezza organizzò l’ultima linea di resistenza, con le truppe rimastegli fedeli, tra il fiume Volturno e Gaeta.

Un gruppo di napoletani aderenti ai circoli murattiani della città si recò a Parigi per offrire la corona del Regno delle due Sicilie a Luciano Murat, figlio di Gioacchino, cugino di Napoleone III. La risposta fu evasiva e fu interpretata come un rifiuto, anche se, con una lettera successiva, Luciano Murat volle specificare che sarebbe stata possibile una sua incoronazione solo in presenza di un plebiscito popolare in suo favore.

Il 7 settembre Garibaldi si trasferì da Torre Annunziata a Napoli su un treno delle ferrovie Bayard, che gestivano la linea Napoli-Portici prolungata fino a Nocera Inferiore. Garibaldi fu accolto da una immensa folla alla stazione ferroviaria di Porta Nolana. La stazione era situata a destra guardando l’odierna stazione della linea Circumvesuviana, in seguito fu sede del dopolavoro ferroviario e del cinema Italia, oggi si presenta come un rudere, mentre l’ala destra ospita gli uffici comunali di circoscrizione.

Garibaldi attraversò la città su una carrozza, circondato dalla folla festante. Dopo una sosta al palazzo della foresteria, oggi palazzo della prefettura, e alla cappella di San Gennaro al Duomo, giunse al largo dello Spirito Santo dove fu ospitato nel palazzo Doria D’Angri. Dal balcone centrale del palazzo tenne un discorso al popolo napoletano. Tra i primi atti di Garibaldi ci fu la liberazione dei prigionieri politici tra cui Giovanni Nicotera e i pochi altri superstiti della spedizione del Pisacane.

La buona accoglienza a Garibaldi in città era stata organizzata e patrocinata dal ministro di polizia del governo borbonico Liborio Romano, carica che gli fu confermata dal Generale. Per ottenere il massimo risultato nella sua azione a favore di Garibaldi, il ministro Romano contattò personalmente i capi della camorra che adoperarono la loro influenza sul popolo onde evitare gesti ostili al Generale. Il sentimento borbonico era ancora vivo in alcune zone della città: il quartiere Santa Lucia e i cosiddetti “quartieri spagnoli” a ridosso della centralissima via Toledo.

Vittorio Emanuele II superando tutti i dubbi e i timori di causare una reazione dell’Impero Austriaco e della Francia con il suo diretto intervento, si mise alla testa del suo esercito, coadiuvato dai generali Manfredo Fanti, Enrico Cialdini e Luigi Mezzacapo, per raggiungere e prendere possesso del Sud Italia, sottraendo anche le Marche e l’Umbria allo Stato Pontificio. In questo modo dava quella indispensabile continuità territoriale alla nuova Italia unita. Il suo scopo era anche fermare Garibaldi che aveva tutta l’intenzione di continuare la sua marcia verso Roma. In effetti l’Austria fu sul punto di intervenire, ma rimase isolata dalla riluttanza di Napoleone III che, mentre ufficialmente mostrava disaccordo per l’azione del Piemonte, in privato raccomandava a Vittorio Emanuele di fare presto a riunire l’Italia sotto il suo vessillo, escluso naturalmente il Lazio che doveva restare al Papa.

La marcia di Vittorio Emanuele lungo la dorsale adriatica portò alla conquista delle Marche e dell’Umbria dopo le battaglie di Castelfidardo e Ancona, dove l’esercito papalino, formato da 10.000 soldati volontari, fu definitivamente sconfitto. In Abruzzo e Molise le forze piemontesi si scontrarono con le poche truppe borboniche delle varie guarnigioni territoriali ed ebbero facilmente la meglio. Solo la fortezza di Civitella del Tronto resistette agli attacchi fino ai primi mesi del 1861, quando gli ultimi difensori superstiti si arresero ai piemontesi assedianti.

Garibaldi e le sue truppe, che contavano circa 25.000 volontari, affrontarono l’ultima battaglia contro i resti dell’esercito borbonico. I soldati di Francesco erano circa 50.000, schierati a difesa della linea del Volturno tra la fortezza di Capua e quella di Gaeta. Lo scontro avvenne tra gli ultimi giorni di settembre e il primo di ottobre. I borbonici sconfitti si rifugiarono per l’ultima disperata resistenza all’interno della fortezza di Gaeta con il re Francesco e la regina Maria Sofia.

Il 26 ottobre Vittorio Emanuele, proveniente dal Molise, e Giuseppe Garibaldi, che veniva da Napoli, si incontrarono in località Taverna Catena, oggi Vairano Scalo, sulla strada che porta a Venafro, 100 metri dopo la biforcazione di Vairano. I due cavalcarono insieme fino al centro abitato di Teano. Garibaldi consegnò al re l’ex regno delle due Sicilie e ottenne che i suoi garibaldini fossero inquadrati nell’esercito regolare con i gradi acquisiti come volontari. Le truppe piemontesi sostituirono i garibaldini nell’assedio di Gaeta che si concluse il 14 febbraio del 1861 con la capitolazione della fortezza e l’onore delle armi agli sconfitti. Lo stesso giorno i reali lasciarono Gaeta a bordo del vascello militare francese “Muette” per recarsi a Roma ospiti di Pio IX.

Nel mese di ottobre del 1860 ci furono i plebisciti nelle varie città del sud per l’annessione al Regno di Italia.  Il 6 novembre Garibaldi schierò tutto il suo esercito davanti alla reggia di Caserta in attesa di Vittorio Emanuele per un formale passaggio di consegne. Il re, per non riconoscere i meriti di Garibaldi nell’unificazione dell’Italia, non andò a Caserta, recandosi il giorno seguente direttamente a Napoli. Amareggiato per lo sgarbo subito, che certo non meritava, e per come si stavano mettendo le cose a Napoli, dove era stato estromesso da tutte le decisioni, Garibaldi partì per ritirarsi nella sua Caprera.

Il 6 giugno del 1861 morì a Torino Camillo Benso di Cavour per un attacco di malaria. Recentemente alcuni storici, in base a dei documenti, hanno ipotizzato che Cavour fosse stato avvelenato per ordine di Napoleone III, sentitosi tradito dall’occupazione di parte dello Stato Pontificio e dalla mancata cessione alla Francia della Sardegna e della Liguria. L’avvelenamento sarebbe avvenuto per mano di una giovane donna, agente del sevizio segreto francese, che avrebbe stretto un’intima amicizia con Bianca Ronzani, amante di Cavour. Cavour si recava ogni pomeriggio presso l’abitazione dell’amante dove era solito prendere un caffè. L’amica di Bianca, un giorno, “casualmente” presente a una visita del Cavour, avrebbe versato di nascosto il veleno nella tazza destinata al conte, determinandone il decesso dopo sei giorni.