Giuseppe Garibaldi

GARIBALDI EROE IN SUD AMERICA

Giuseppe Garibaldi nacque francese. Il 4 luglio del 1807, giorno della nascita del futuro eroe dei due mondi, la contea di Nizza era sotto la sovranità della Francia. La sua famiglia era originaria di Chiavari. Si era trasferita a Nizza alcuni decenni prima. Sembra che i Garibaldi discendessero dal re longobardo Garibaldo, che regnò nel 671 sull’Italia. Il padre Domenico possedeva una tartana, la “Santa Reparata”, un’imbarcazione a vela di circa 25 metri di lunghezza, utilizzata per il trasporto di cabotaggio. La madre, Maria Rosa Raimondi, proveniva da una famiglia di marinai e pescatori originaria di Loano.

Giuseppe aveva avuto due sorelle, ambedue morte in tenera età. La seconda perse la vita quando egli era già giovanetto. La neonata, di nome Teresita, perì in un incendio in cui morì anche la balia. Giuseppe rimase scioccato e addolorato dal tragico destino della sorellina. Aveva anche tre fratelli. Angelo, il primogenito, era nato nel 1804. Si trasferì e visse negli Stati Uniti dove ebbe la nomina di console del Regno di Sardegna. Il fratello minore, Michele, nato nel 1810, seguì le orme del padre diventando ufficiale di marina e capitano di navi. L’ultimo dei fratelli, Felice, si impiegò nella compagnia di navigazione Avigdor. Più tardi acquistò un oleificio a Bitonto, vicino Bari, intraprendendo il commercio di olio di oliva.

Nel 1815, con la restituzione di Nizza ai Savoia, Garibaldi divenne cittadino dello stato piemontese e quindi italiano. Frequentò a malincuore la scuola, contrastando i desideri del padre che desiderava studiasse per intraprendere una professione. La passione del giovane Giuseppe invece era il mare. Pur di diventare marinaio tentò una fuga da casa. Partì su una barca, insieme a tre suoi piccoli amici, diretto a Genova, dove aveva intenzione di cercare un imbarco. Scoperto nelle acque antistanti la cittadina di Monaco da alcuni conoscenti fu riaccompagnato a casa.

Nel 1824, a sedici anni, ebbe il suo primo ingaggio da mozzo su un brigantino russo comandato dal sanremese Angelo Pesante. In questo viaggio Giuseppe Garibaldi attraversò il Mediterraneo e, dopo varie soste nei porti russi e ucraini del mar Nero, giunse a Odessa.

Dopo l’imbarco sul “Costanza” il padre Domenico lo prese a bordo della “Santa Reparata” come aiuto marinaio per un viaggio che, costeggiando il litorale tirrenico dell’Italia, aveva come sua destinazione Roma. Era il 1825, l’anno del giubileo indetto da papa Leone XII. La “Santa Reparata” sbarcò sulla costa laziale il suo carico destinato ai pellegrini. Dopo altri imbarchi che lo portarono nel Mediterraneo occidentale e nell’Atlantico, fino alle Canarie, ebbe un ingaggio sulla nave “Cortese”. L’imbarcazione fu assalita dai pirati e completamente depredata. Arrivati a Costantinopoli il giovane Garibaldi si ammalò e sostò in quella città tre anni. Un po’ fu trattenuto dalla guerra turco-russa che rendeva difficoltosi i collegamenti marittimi, un po’ dall’amicizia che aveva stretto con una donna del luogo, Luisa Sauvaigo, originaria della Liguria. A Costantinopoli erano presenti numerose famiglie di origine italiana, discendenti di quelle che avevano fondato un secolo prima la colonia genovese di Galata, nei pressi di Costantinopoli. In quel periodo fece l’insegnante di italiano, francese e matematica per guadagnarsi da vivere. Nella metropoli orientale Garibaldi ebbe anche modo di frequentare il mitico comandante della cavalleria del Sultano, l’italiano Giovanni Calosso, originario di Chivasso, soprannominato Rustem Bey.

IL GIOVANE GARIBALDI CONDANNATO A MORTE

Al suo ritorno a Genova fu arruolato nella marina piemontese. Nella città della lanterna fu coinvolto nelle trame che Mazzini, esule in Svizzera, andava tessendo per unificare l’Italia in un unico stato repubblicano. Nel 1834 il tentativo di invasione della Savoia, portato avanti da Girolamo Ramorino e da altri seguaci di Mazzini, e i contemporanei moti scoppiati a Genova, di cui Garibaldi fu uno degli organizzatori, furono severamente repressi dall’esercito sabaudo. Garibaldi, ricercato dai gendarmi, fu aiutato da tre donne: la locandiera Caterina Boscovich, la cameriera della locanda, Teresina Cassamiglia, e la fruttivendola Natalina Pozzo, che lo nascosero nelle loro case evitando la sua cattura.

Per sfuggire alla giustizia sabauda lasciò di nascosto Genova su una nave diretta a Tunisi, trovando rifugio in quella città. Egli era stato condannato a morte dal tribunale militare piemontese per la sua partecipazione ai moti. A La Golette, il porto di Tunisi, era presente una folta colonia di italiani, tra i quali alcuni avevano aderito alla locale sezione della Giovane Italia. Garibaldi fu ospitato da quei patrioti. Qui, giusto per non annoiarsi, si arruolò nella flotta del pirata Houssin Bey. Qualche mese più tardi si imbarcò per Marsiglia dove si trovò nel bel mezzo di una epidemia di colera. Decise quindi di lasciare la città per raggiungere il Sud America, imbarcandosi come secondo sul brigantino “Nautonier”, diretto a Rio de Janeiro.

In Brasile prese contatto con la locale sezione della “Giovane Italia”, dove conobbe alcuni patrioti italiani anch’essi esuli in Sud America. Conquistato dagli ideali repubblicani che si contrapponevano all’imperialismo brasiliano, decise di iniziare una guerra di corsa contro la marina dell’impero. A questo proposito chiese, invano, una lettera-patente di “corsaro” a Mazzini. Questa patente era indispensabile poiché in caso di cattura da parte delle autorità, questa gli permetteva di non essere giudicato come “pirata”, accusa che prevedeva la condanna capitale. La svolta per Garibaldi avvenne dopo l’incontro con Livio Zambeccari, un conte bolognese che aveva dovuto lasciare l’Italia dopo i moti del 1821. Zambeccari era il segretario del presidente della repubblica Riograndense, Bento Gonçalves. La Repubblica era nata in seguito alla secessione del territorio del Rio Grande dall’Impero del Brasile.

CORSARO DEL RIO GRANDE

Essendo la neonata repubblica in guerra contro il Brasile per mantenere la propria indipendenza, nel 1838 il presidente Bento Gonçalves nominò Giuseppe Garibaldi “Corsaro contro l’impero”. L’eroe italiano armò una piccola nave, la “Mazzini”. Era accompagnato da Luigi Rossetti, un genovese che aveva partecipato ai moti di Napoli e Torino del 1821 e 1822 e, per questo, condannato a morte in contumacia. Iniziò la sua guerra contro le navi della marina imperiale, catturando un naviglio brasiliano carico di caffè. Fece prigioniero l’equipaggio liberando quattro schiavi di origine africana che si trovano a bordo. Si impadronì della nave alla quale cambiò il nome in “Farropilha” e affondò la “Mazzini” che era molto più piccola. In prossimità della costa liberò l’equipaggio prigioniero. Uno degli schiavi liberati, il gigantesco Andrea Aguyar, lo seguì poi nelle sue avventure come sua personale guardia del corpo. La leggenda di Garibaldi quale liberatore di schiavi si propagò in tutto il Brasile, con voci, infondate, che parlavano di cento schiavi liberati.

In un successivo scontro con navi brasiliane Garibaldi venne seriamente ferito. La battaglia navale continuò guidata da un altro italiano, Carniglia, che riuscì ad allontanarsi, rifugiandosi nel porto di Buenos Aires, dove l’intero equipaggio fu imprigionato. Solo dopo qualche mese l’Argentina rilasciò Garibaldi e i suoi compagni, non avendo accuse da muovere contro di loro.  

Nel 1838 Garibaldi raggiunse la capitale del Rio Grande, dove venne nominato dal presidente Bento Gonçalves comandante generale della marina militare. La flotta consisteva in due sole navi, “Rio Pardo” e “Independencia”. Con queste due sole imbarcazioni riuscì vittorioso in numerosi scontri con la marina brasiliana. Intanto Garibaldi curava la costruzione di altro naviglio per creare una vera flotta al servizio della repubblica. I cantieri dove venivano costruite le navi si trovavano all’interno della laguna di Los Patos, uno specchio d’acqua collegato all’oceano attraverso uno stretto canale. Poiché l’imbocco della laguna era bloccato dalla marina brasiliana, per varare due delle imbarcazioni, il “Farroupilha” e il “Seival”, le fece caricare su degli enormi carri trascinati da cento coppie di buoi. Lo strano convoglio attraversò la lingua di terra che divideva la laguna dall’oceano. Il 15 luglio del 1839 le due nuove navi furono varate nell’Atlantico, lontano da occhi nemici. Garibaldi al comando del Farroupilha e Griggs al comando del Seival attaccarono un convoglio di grosse lance brasiliane. Con uno stratagemma le spinsero verso la terraferma dove un gruppo di soldati della repubblica Riograndense catturò le imbarcazioni cariche di merci.

INCONTRO CON ANITA

Il 25 luglio del 1839 Garibaldi, al comando della sua flotta, attaccò la città di Laguna e la conquistò. La città prese il nome di Juliana e fu la capitale della nuova repubblica Catarinense. Durante questa azione Garibaldi notò da bordo della sua nave la bella e fiera Anita. Scese a terra e le andò incontro. Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, nata nel 1821, era andata sposa a 14 anni, obbligata dalla madre, con Manuel Duarte de Aguilar, un calzolaio di Laguna. L’eroe italiano conquistato dalla bellezza selvaggia di Anita la convinse a seguirlo. Anita, ammaliata da quel giovane rivoltoso, alto, bello, con barba e capelli biondi e incolti, non si fece pregare. I due si misero immediatamente insieme. Il marito, abbandonato da Anita, morirà poco tempo dopo per il dispiacere e per delle ferite sofferte durante gli scontri con i marinai di Garibaldi.

Anita, pur di essere sempre accanto al suo amato José, divenne un vero soldato, sempre schierata e pronta al combattimento. Garibaldi insegnò ad Anita i segreti della vita militare. Anita, provetta cavallerizza, gli insegnò a cavalcare, cosa che il marinaio Garibaldi non aveva ancora imparato. Nel mese di novembre le truppe imperiali riconquistarono Laguna mettendo fine alla repubblica Catarinense. Garibaldi, con Anita e con i suoi uomini, dopo vari scontri sul vicino altopiano, fu costretto alla ritirata. Dopo quattro giorni di marcia raggiunse il Rio Grande.

Nel 1840 Garibaldi si congedò dalla marina del Rio Grande e si trasferì a Montevideo, la capitale dell’Uruguay. Ebbe come ricompensa per il servizio prestato mille capi di buoi. Dei mille capi arrivarono a destinazione in Uruguay solo trecento capi, gli altri andarono dispersi durante il trasferimento.

Nel 1840, a Montevideo, nacque il primo figlio di Garibaldi e Anita. Ebbe il nome di Menotti, come il patriota Ciro Menotti, che era stato giustiziato nel 1831 dopo i falliti moti di Mantova.

Garibaldi fu arruolato nella marina uruguaiana con il grado di colonnello. Al comando di una flotta di tre navi, la Constitution, la Pereyra e la goletta Procida effettuò una spedizione entrando in territorio argentino, risalendo il corso del fiume Paranà. Il suo obiettivo era la città di Bajada, odierna Paranà, dove doveva catturare il carico di alcune navi. Nonostante le grandi difficoltà, visto che si trattava di penetrare a fondo in territorio nemico, riuscì a beffare il comandante della flotta avversaria, l’ammiraglio inglese William Brown, che con le sue navi lo inseguiva sul fiume Paranà. Aiutato dalla nebbia e dai bassi fondali che non permettevano agevoli manovre, Garibaldi riuscì a sottrarsi all’inseguimento infilandosi in uno dei numerosi corsi d’acqua in cui si divideva il fiume, mentre le navi argentine erroneamente ne imboccavano un altro. Lo scontro tra le due flotte avvenne dopo la città di Bajada. La superiorità della flotta argentina, che comprendeva sette navi più altro naviglio minore, costrinse Garibaldi, con solo due navi in quanto la Procida aveva proseguito verso Corrientes, sulla difensiva. Alla fine della battaglia le due imbarcazioni erano incendiate. Garibaldi e i superstiti si misero in salvo fuggendo sulla terraferma. Con grande difficoltà riuscirono a raggiungere Montevideo.

Il 26 marzo del 1842 Giuseppe e Anita convolarono a nozze. L’anno successivo Anita partorì la secondo­ge­nita del suo Giuseppe. Alla bambina venne dato il nome di Rosa, come la madre di Garibaldi. La bambina morirà nel 1845 per un attacco di vaiolo.

LA LEGIONE ITALIANA

In questo periodo Garibaldi costituì una forza militare a cui diede il nome di “Legione italiana”. Gli uomini appartenenti alla legione, per la grande maggioranza di origine italiana, si distinguevano per la camicia rossa che indossavano. Garibaldi era riuscito ad acquistare uno stock di camicie per macellai, di colore rosso per nascondere le macchie di sangue dovute alla macellazione. La bandiera della legione era di colore nero con il disegno del Vesuvio fumante. La guerra tra Argentina e Uruguay era portata avanti tra assedi e blitz navali. Dopo vari scontri tra i due brigantini e altre imbarcazioni di Garibaldi e le navi argentine, che erano superiori come stazza e numero, e al cui comando c’erano esperti ammiragli inglesi, si giunse all’assedio della capitale Montevideo da parte della marina argentina. Dopo essere riuscite a sfuggire al blocco, le navi della Legione italiana navigarono fino alla città di Salto, che fu abbandonata in tutta fretta dagli occupanti argentini dopo uno scontro con gli uomini comandati da Francesco Anzani. Garibaldi poté entrare in città e ristabilire la sovranità della repubblica uruguayana. La città fu però messa sotto assedio dal generale Justo José de Urquiza. L’assedio durò diversi mesi, nei quali la Legione italiana si fece onore per le tante vittorie conseguite contro il nemico.

Le imprese di Garibaldi divennero famose in tutto il mondo. In Italia i racconti di Raffaele Lacerenza, che descri­vevano le gesta dell’eroe e degli italiani della sua legione, entusiasmarono i cittadini della penisola. Era il 1845, Garibaldi ebbe la sua terza figlia, che chiamò Teresita in ricordo della sua sorellina morta in un incendio in tenera età. Nel 1846 iniziarono le insistenti richieste dei patrioti italiani alle autorità piemontesi perché permettessero a Garibaldi di tornare in Italia. Il ministro piemontese Solaro della Margherita rifiutò il lasciapassare a causa della condanna a morte inflitta a Garibaldi per la sua partecipazione ai moti di Genova. A inizio del 1847 nacque l’ultimo figlio del nizzardo e di sua moglie Anita, Ricciotti, nome che gli fu dato per ricordare Nicola Ricciotti, morto partecipando alla spedizione dei fratelli Bandiera in Calabria. I legionari italiani fecero una colletta per permettere alle loro famiglie di venire in Italia.

A gennaio del 1848 Anita e i suoi tre figli (Rosa era deceduta nel 1845 a soli due anni di età), insieme alle mogli e ai figli degli altri legionari, si imbarcarono per l’Italia. Anita andò a Nizza dove fu ospitata dalla famiglia del marito. Ad aprile dello stesso anno, con lo scoppio della prima guerra d’indipendenza, Giuseppe Garibaldi si imbarcò per l’Italia dopo che gli era stato concesso il salvacondotto dalle autorità piemontesi.