Giuseppe Garibaldi

GARIBALDI LASCIA NAPOLI

9° e 10° Capitolo di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

Quella stessa domenica 4 novembre, mentre stavo visitando Capua, si tenne a Napoli una cerimonia militare molto commovente e mi dispiacque di non essere stata presente. Nello stesso luogo di piazza San Francesco di Paola, dove pochi giorni prima c’era stata la cerimonia della benedizione delle bandiere ungheresi, Garibaldi distribuì al sacro battaglione della prima spedizione siciliana le medaglie d’onore che erano appena state portate da una delegazione proveniente da Palermo. Dei millecento coraggiosi uomini sbarcati con Garibaldi a Marsala, ne rimanevano in vita solo quattrocento superstiti; dando loro queste medaglie, Garibaldi disse: «Giovani veterani, è perché vi ho conosciuto che ho intrapreso con voi qualcosa che tutti consideravano impossibile; sapevo che con uomini come voi, sempre pronti a morire in nome dell’Italia, tutto poteva essere tentato. Un’impresa impossibile voi l’avete realizzata.»

Una di queste medaglie fu offerta da Garibaldi alla signora Crispi. «Ella merita come chiunque di noi», aggiunse, «la medaglia di Marsala, era l’unica donna nell’esercito; in mezzo al fuoco e sul campo di battaglia ha soccorso e medicato i feriti!»

Questa toccante cerimonia fu l’ultimo atto pubblico e l’addio ai napoletani di Garibaldi; la folla emozionata, radunata nella piazza, lo invocava come un padre: «Resta con noi!»

* * *

Il 5 novembre i soldati catturati a Capua, che stavano per imbarcarsi per Genova, attraversarono le strade di Napoli, tristi e vergognosi; camminavano con lo sguardo basso attraverso la folla silenziosa e severa, che differenza con le facce eroiche e gioiose dei battaglioni garibaldini e piemontesi! Ogni ora venivamo a conoscenza di qualche nuovo successo dell’indomabile esercito italiano; Fanti e Cialdini respingevano i regi e circondavano Gaeta, mentre l’ammiraglio Persano bombardava la fortezza alla foce del Garigliano. Si dice che le due regine fossero fuggite terrorizzate da quest’ultimo rifugio di una monarchia detestata.

Il nuovo monarca eletto tra l’amore e l’entusiasmo del popolo ormai poteva venire nella sua capitale; arrivò mercoledì 7 novembre, alle dieci del mattino, al suono di tutte le campane delle chiese e tra le salve di cannone dei forti cittadini e delle navi in rada. Le voci della folla, gioiose e tuonanti, dominavano quelle dei cannoni; due grida partivano de tutte queste anime e sfuggivano da tutte queste ugole: «Lunga vita a Vit­torio Emanuele! Viva Garibaldi!» Erano seduti uno accanto all’altro nella stessa carrozza, di fronte al marchese Pallavicino, pro-dittatore di Napoli, e Mordini, pro-dittatore di Palermo. Ma la gente guardava solo il re e l’eroe; la gente era felice di vedere queste due teste espressive, schiette e leali, l’una accanto all’altra, dalle quali trasparivano la forza, l’eroismo e l’unità della patria.

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Su un balcone del palazzo reale, che il generale Della Rocca aveva gentilmente messo a mia disposizione, vidi il semplice e popolare corteo, che circondava il re e l’eroe, avanzare lungo via Toledo. La carrozza, quasi trasportata dalla folla ubriaca di gioia, attraversò il cortile interno del palazzo. Vittorio Emanuele e Garibaldi salirono insieme la scala d’onore. Ben presto si mostrarono di nuovo al popolo sul grande balcone, ed entrambi furono accolti da applausi acclamanti di riconoscenza e amore.

Il re dovette tornare nella sala del trono per ricevere le varie deputazioni della città. Allora Garibaldi prese congedo dal suo sovrano e se ne andò semplicemente, senza ostentazione e senza rumore, circondato da alcuni dei suoi. Lo vidi venire attraverso una delle gallerie. Indossava la camicia rossa, la sciarpa svolazzante intorno al collo e un piccolo mantello di lana scozzese nero e rosso.

Andai da lui, gli presi le mani e gli dissi con emozione: «Generale, è vero che partirete?» «Sì, tra qualche giorno», rispose. «No, no, non può essere», dissi, con un groppo che mi faceva tremare la voce, «e il vostro amico Gusmaroli», aggiunsi, «non lo rivedrò più?» «Viene con me», rispose Garibaldi. I due figli di Romano mi avevano seguita. «Permettete a questi due bambini di baciarvi la mano», dissi a Garibaldi. «Penserò a voi;» esclamò, «ed è sul viso che bisogna baciare queste due splendide creature» e con la sua solita gentilezza e dolcezza, abbracciò i due bambini e, nel vedermi allontanare aggiunse, pensoso e commosso, «Oh, signora, non vi dimenticherò mai!»

In serata il Teatro San Carlo celebrò il re d’Italia: luci, candelabri, belle donne ingioiellate, cesti di fiori, alte uniformi e, soprattutto, applausi popolari e sinceri; non mancava nulla all’accoglienza che ricevette il principe eletto quando si mostrò dallo splendido palco reale adornato con la croce dei Savoia. Ma, tuttavia, mancava qualcosa in questa festa; un posto rimase vuoto accanto al sovrano, un’ombra assente attraeva gli sguardi ansiosi di tutti; dov’era quindi il fiero e orgoglioso capitano, il disinteressato conquistatore di un regno, il tranquillo e gentile sognatore non appena l’impeto della battaglia aveva il suo termine? Si era raccolto nella serenità della sua azione forte e gloriosa che aveva compiuto! Aveva fatto quello che tutti i grandi uomini dell’umanità fanno al momento delle separazioni solenni o nell’ora della morte, della separazione suprema: si era circondato di suoi amici e di suoi discepoli e aveva espresso i suoi ultimi desideri di concordia e amore.

Liberatore d’Italia, egli porta nel suo ritiro la speranza di essere il liberatore del mondo. Questo pensiero radioso è la sua aureola; questa aspirazione è la sua fortuna; questa visione, se c’è, è la luce dei suoi giorni, la voluttà delle sue notti. Per chi vola così in alto, non c’è alcuna ricompensa possibile, il monarca capì e non fece violenza all’eroe. Lo lasciò andar via, pacifico e grandioso, senza imporre inutili onori e vane ricompense; egli non tentò di livellare questo ideale di eroismo con doveri e formalità di corte, volle che rimanesse nella sua sublime libertà. Oh! Ci piace così, stoico e solitario, nella campagna selvaggia dove andrà a raccogliersi.

Vorremmo, tuttavia, che qualcosa di lui, la sua ombra, la sua immagine, restasse visibile a questo popolo napoletano che gli deve la libertà e nel quale egli, nei suoi due mesi di regno, ha seminato le sue fiere idee. Ieri, mentre attraversavo quel golfo inquieto in cui lo avevo visto il primo giorno nella sua gloria, mentre le onde del mare in tempesta sollevavano la barca che mi trasportava, immaginai un monumento degno di lui. Trasformai in un enorme e magnifico piedistallo il forte di Sant’Elmo, ormai perduto per la tirannia, che incoronava la città in modo così poetico; fusi gli inutili cannoni, dai quali facevo colare il bronzo in splendidi bassorilievi che avrebbero riempito il vuoto degli archi di pietra. Ponevo, sul lato di fronte al mare, i bassorilievi dedicati a Campanella, incatenato nell’odiosa prigione di Castel dell’Ovo, su quella roccia, come lui stesso racconta, vittima di segrete torture; lo imma­ginai legato con corde strette, sottoposto per sette volte a torture, una volta per quaranta ore di seguito, la carne strappata dall’osso, le mani legate dietro la schiena, appeso a un mucchio di legno tagliente che feriva la sua carne e versava il suo sangue nell’acqua; resistette e superò il tormento, secondo la sua bella espressione; lo immaginai circondato da carnefici, spie e falsi testimoni che esclamava: «Le età future mi giudicheranno, perché il secolo presente crocifigge i suoi benefattori; ma risusciteranno.» Finalmente riuscii a rivedere con il pensiero tutte le fasi del martirio e la gloria di questo grande filosofo napoletano, lontano seminatore di libertà, precursore audace di uomini d’azione, padre intellettuale di Garibaldi.

Sul bassorilievo a sinistra, misi i due fratelli Bandiera e i loro compagni di insurrezione fucilati nei campi della Calabria. A destra, mostravo Poerio e i suoi gloriosi complici; li vedevo incatenati a questa adorabile isola di Nisida, un incantevole nido scelto dal cielo per poesia e amore, dove la tirannia costruì una prigione. Durante dodici anni di torture (che somiglianze con Campanella), Poerio ripeteva spesso: «Affinché le persone un giorno possano godere della libertà, devono amare e piangere i loro martiri. Le persone non capiscono una libertà metafisica, ma comprendono le sofferenze sopportate e il sangue versato per loro».

Alla fine, sulla quarta facciata del maestoso piedistallo, incisi i nomi di tutti coloro che avevano lavorato e combattuto per la libertà dell’Italia. In prima linea i nomi degli eroi della guerra d’indipendenza: Bixio, Manin, Sirtori, Medici, Menotti figlio dell’eroe, Carini, Milbitz, Orsini, e anche i nomi dei fratelli d’armi che li avevano aiutati nella lotta, il nome di Fanti, di Cialdini, di Persano, conquistatore di Ancona, di Della Rocca, conquistatore di Capua; ma soprattutto su questo monumento unico al mondo e nei confronti del quale San Carlo Borromeo sul Lago Maggiore diventa un pigmeo, alzai una colossale statua di Garibaldi, in piedi, fronte superba, occhi pensosi, labbro benevolo, e con gesto che chiama a lui un popolo libero.

(Immagine in alto: Giuseppe Garibaldi)