Nave asilo Caracciolo

GIULIA CIVITA FRANCESCHI E LA NAVE DEGLI SCUGNIZZI

In un pomeriggio autunnale dell’ottobre del 1957 si diffuse la notizia del decesso di “mamma AEI”. Ci fu un veloce passaparola. Diversi suoi allievi, il giorno successivo, erano presenti al suo funerale. Quattro di loro, salvati da una vita di strada, vollero portare a spalla la bara della loro amata maestra.

Giulia Civita Franceschi, che i suoi allievi chiamavano affettuosamente “mamma AEI”, era nata a Napoli nel 1870, figlia di Emilio, uno scultore toscano che si era trasferito nella città partenopea dove aveva creato una scuola di intaglio. Emilio Franceschi è l’autore della statua raffigurante Ruggero II il Normanno che orna, con altre sette sculture, la facciata del Palazzo Reale di Napoli.

Giulia si sposò nel 1889 con l’avvocato napoletano Teodoro Civita, con il quale ebbe il figlio Emilio. A fine ottocento subentrò, insieme con la sorella, nella gestione dell’opificio del padre. Nel 1913, a causa della malattia del marito, lasciò la città per andare ad abitare nella tenuta di famiglia di San Paolo Belsito. Per tale motivo affidò la gestione dell’opificio alla sorella. In tale frangente maturò in lei il desiderio di creare a Napoli un centro educativo dedicato agli “scugnizzi” che, abbandonati a sé stessi, vivevano di espedienti nelle strade.

Prendendo ispirazione da iniziative simili nate in altre città, in particolare dalla nave “Garaventa” che a Genova accoglieva giovani che erano stati in carcere e dalla nave “Scilla” che a Venezia si dedicava all’educazione alla vita di mare di giovani orfani, fece istanza al Ministero della Marina per ottenere una nave da destinare ad asilo degli “scugnizzi” napoletani.

Il ministero della Marina rispose positivamente assegnando alla Franceschi la pirocorvetta in legno “Francesco Caracciolo”, cancellata dai ranghi della marina alcuni anni prima. Era stata costruita dal Regio Arsenale di Castellammare di Stabia e varata nel 1869. Negli ultimi tre anni di servizio la “Caracciolo” aveva fatto il giro del mondo inaugurando una nuova rotta attraverso il Canale di Suez. Durante lo scalo a Montevideo, in Uruguay, il capitano della “Caracciolo” De Amezaga era intervenuto in favore di due italiani del luogo, Raffaele Volpi e Vincenzo Patroni, ingiustamente accusati dell’omicidio di Juan Betancourt. La minaccia di interrompere le relazioni diplomatiche dell’Italia con quel paese costrinse le autorità locali a riprendere le indagini che condussero alla scoperta del vero autore del delitto. La vicenda ebbe una vasta eco tra gli italiani in Sudamerica e in patria e divenne il soggetto di un lavoro teatrale. La comunità italiana di Montevideo rilasciò a De Amezaga una pergamena ricordo in segno di ringraziamento.

Nel cantiere di Castellammare di Stabia furono apportate le modifiche necessarie per rendere adatta la nave al suo nuovo compito. Venne eliminato l’albero di maestra, mentre l’albero di trinchetto e quello di mezzana rimasero al loro posto. La nave fu poi ormeggiata nel porto di Napoli, al molo Beverello. Il governo concesse una somma di 16.000 lire annue a sostegno dell’iniziativa.

Nel 1913, durante il primo anno di attività della nave asilo Caracciolo, diretta da Giulia Civita Franceschi, si contarono 51 allievi: scugnizzi tolti dalla strada per dar loro un’istruzione di tipo marinaro. Ex ufficiali e sottufficiali della Regia Marina furono impiegati come educatori nelle materie attinenti alla navigazione mentre insegnanti civili istruivano gli allievi nelle materie scolastiche. Un medico volontario si occupava del benessere fisico dei ragazzi.

Dopo un decennio durante il quale la nave scuola rimase ormeggiata al molo Beverello in inverno e a Castellammare di Stabia in estate, la stessa fu spostata al pontile Vittorio Emanuele e infine al molo S. Vincenzo, sempre all’interno dell’area portuale partenopea.

L’esperimento educativo ebbe una vasta eco in Europa. La Franceschi fu paragonata alla Montessori. Diversi educatori ed esperti vennero da tutta Europa per studiare i metodi applicati sulla Caracciolo. Durante il periodo in cui la nave scuola fu attiva sotto la direzione dell’educatrice napoletana furono circa 750 gli allievi che ne frequentarono i corsi.

Nel 1921 Giulia Civita Franceschi affiancò alla nave scuola la SPEM, Scuola Pescatori e Marinaretti, alla quale furono dati in concessione i laghi Fusaro e Mare Morto. Nel 1925 la SPEM si fuse con l’asilo Carlo van den Heuvel, che educava i giovani all’attività agricola. Intenzione della Franceschi era anche di creare un asilo dedicato alle “scugnizze” con la costruzione di un apposito edificio sul litorale Miseno. Il progetto non fu realizzato a causa di interessi privati che si opposero alla costruzione.

Nel 1928 il regime fascista decise di portare sotto l’egida della neonata Opera Nazionale Balilla tutte le iniziative che interessavano la gioventù italiana. Mussolini voleva che l’indottrinamento fascista iniziasse in giovane età e l’Opera Nazionale Balilla era la longa manus del regime per raggiungere tale scopo. Pertanto la nave asilo Caracciolo fu sottratta alla direzione di Giulia Civita Franceschi e passò sotto il controllo dell’Opera Nazionale Balilla. Nel 1933 la Caracciolo ospitava 331 allievi.

Nel 1936 a causa del declino delle strutture della pirocorvetta, inevitabili dopo 80 anni di attività, si decise di trasferire la scuola e gli allievi in appositi edifici a Sabaudia. La Caracciolo rimase ancorata nel porto di Napoli, abbandonata, per diversi anni. Dopo il secondo conflitto mondiale, durante il quale la nave era stata oggetto di bombardamento, fu avviata a demolizione.   

Nel 1933 le autorità avevano chiuso anche la SPEM. Alla Franceschi non rimaneva che la scuola di educazione agraria, l’ex asilo Carlo van den Hauvel. Poco dopo anche quest’ultima dovette chiudere. Tutti gli allievi furono trasferiti nel collegio dei minori gestito dall’Opera Balilla nel Real Albergo dei Poveri di Napoli.

Nell’immediato dopoguerra Giulia Civita Franceschi, iscritta all’Unione Donne Italiane (UDI), ribadì pubblicamente la sua volontà di riprendere il percorso iniziato con la Caracciolo, che aveva dovuto abbandonare per le pretese fasciste di egemonizzare l’educazione dei giovani. Il suo nuovo progetto era indirizzato sia agli “scugnizzi” che alle “scugnizze”. Nel Congresso delle Donne Napoletane del giugno del 1947 intervenne nel dibattito definendo gli obiettivi educativi di tale progetto. Credeva fermamente che l’emancipazione femminile dovesse essere raggiunta anche svolgendo attività in campo educativo peculiari delle donne.

Il 27 ottobre del 1957 Francesca Civita Franceschi morì. Furono numerosi gli ex suoi allievi che parteciparono al funerale. A portare la bara in spalla furono quattro tra i suoi più fedeli “scugnizzi”. Tra i quattro c’era Gennaro Aubry. Gennaro dopo gli anni trascorsi sulla Caracciolo aveva fatto carriera nella Marina Militare diventando capitano di macchina. Era stato anche decorato con due medaglie d’argento. Non aveva mai dimenticato la sua seconda mamma con la quale aveva mantenuto nel tempo stretti contatti.

Nella Piedigrotta del 1921 era stata presentata la canzone ‘E Marinarielli. Era dedicata ai bambini e ai ragazzi ospitati sulla nave asilo “Caracciolo” e alla loro “mamma” Giulia Civita Franceschi:

Tenimmo na signora

Ch’è a meglie ‘e tutte ‘e mamme

Nce guarda e nce vo bene

E ce fa a tutte rispetà

…