Rivolta di Haiti, massacro di bianchi, France Militaire, 1833, Martinet e Masson

HAITI, LA RIVOLTA DEGLI SCHIAVI

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La rivolta degli schiavi di Haiti, conosciuta come “Rivoluzione haitiana” fu la prima dopo quella di Spartaco ai tempi degli antichi romani. Fu lunga e sanguinosa. Portò alla nascita della Repubblica di Haiti.

Haiti è la denominazione della parte occidentale dell’isola di Hispaniola. Alla fine del XVIII secolo era una colonia francese. La parte orientale dell’isola era invece sotto il dominio degli spagnoli con il nome di Santo Domingo. Hispaniola era stata la prima colonia spagnola in America. Era stata fondata da Cristoforo Colombo nel 1493 durante i suoi primi viaggi alla scoperta del Nuovo Mondo.

Nel 1606 gli spagnoli si concentrarono nella parte orientale dell’isola, abbandonando il futuro territorio di Haiti, che divenne la base della pirateria dei Caraibi. Nel 1664 la Francia dichiarò il suo dominio sul lato occidentale di Hispaniola.

Alla fine del XVIII secolo la colonia francese aveva sviluppato una florida economia che si basava sulla coltivazione di canna da zucchero, cacao, caffè e indigo. Le piantagioni più diffuse erano quelli della canna che soddisfacevano il consumo crescente di zucchero in Europa. Le piantagioni erano in mano ai coloni francesi. Alcuni di questi possedevano dei latifondi di enorme estensione. Altri avevano piccoli campi coltivati che comunque garantivano un buon reddito.

Alla base del benessere dei coloni c’era lo sfruttamento del lavoro degli schiavi. Questi provenivano dall’Africa, catturati o comprati sulle coste dell’Africa Occidentale e trasportati in America in condizioni subumane sulle navi negriere.

Gli schiavi dei francesi di Haiti erano quelli trattati peggio. La gran parte di questi morivano entro un anno dell’arrivo a causa delle febbri gialle e della malaria. I loro padroni li sfruttavano al massimo in questo lasso di tempo, lesinando anche sulle razioni di cibo. Era tale la moria degli schiavi che si diffuse la poliandria tra le loro donne. Queste erano sposate a più uomini contemporaneamente.

Alla fine del XVIII secolo la società haitiana era suddivisa in tre caste: i bianchi, circa 40.000, proprietari terrieri, artigiani e lavoratori subordinati, per lo più francesi; i mulatti liberi, intorno ai 28.000, figli di bianchi e schiave, utilizzati nell’esercito o come amministratori delle piantagioni; gli schiavi di origine africana, più di 430.000, che lavoravano per i loro padroni senza godere di alcun diritto. A causa dello sbilanciato rapporto tra schiavi e bianchi, 10 a 1, i coloni francesi vivevano nel terrore di una rivolta dei neri africani. Le punizioni previste in caso di fuga e di disobbedienza erano terribili, dovendo queste funzionare anche da esempio per gli altri schiavi.

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La rivoluzione francese, che con il suo motto “Liberté, égalité, fraternité” parificava tutti i cittadini di fronte alla legge, accese grandi speranze che anche nella colonia fosse applicato alla lettera il motto rivoluzionario e quindi venisse abolita la schiavitù. I proprietari terrieri non si mostrarono d’accordo su questo e infatti i principi rivoluzionari, relativi all’abolizione della schiavitù, furono disapplicati sull’isola.

Il 21 agosto del 1791, in occasione di un raduno per un rito africano, gli schiavi, guidati dal sacerdote voodoo Dutty Boukman, si ribellarono alla loro condizione. Gruppi di neri attaccarono in contemporanea varie piantagioni. Nella settimana successiva tutto il nord di Haiti fu messo a ferro e fuoco. Gli schiavi applicavano ai coloni bianchi i trattamenti che questi avevano riservato a loro. Ci furono torture, mutilazioni e stupri nei confronti delle famiglie dei proprietari terrieri. Circa 4.000 francesi furono uccisi e le loro teste portate come trofei su delle picche. A settembre ci fu la reazione dei coloni sopravvissuti. Organizzarono un piccolo ma ben armato esercito, affrontando i ribelli. 15.000 di questi furono ammazzati.

Alla “Rivoluzione di Haiti” aderirono 100.000 ex schiavi. I mulatti liberi, che soffrivano per le forti discriminazioni, si posero alla testa della sollevazione. Il motivo dell’adesione dei mulatti fu il rifiuto dei coloni francesi di riconoscere la piena cittadinanza ai cittadini di colore che possedevano dei beni, come previsto dalle nuove norme approvate a Parigi.

Gli inglesi intervennero nella disputa haitiana. Temevano che la rivolta potesse estendersi anche alle loro colonie. La Spagna si alleò con i britannici. Poiché nel 1793 il governo Robespierre aveva inserito in costituzione la completa abolizione della schiavitù, i ribelli, guidati dall’ex schiavo Toussaint Louverture, abbandonarono l’alleanza con gli spagnoli per schierarsi con i francesi. Nonostante l’aiuto dei rivoltosi le scarse truppe francesi non furono in grado di contrastare gli invasori i quali occuparono parte della colonia. Gli inglesi ripristinarono il regime di schiavitù nei territori sotto il loro controllo.

Nel 1794 i militari francesi, approfittando della febbre gialla che aveva decimati le truppe britanniche, riuscirono a riconquistare il territorio perduto. La capitale Port-au-Prince, restò in mani inglesi.  

Il primo ministro britannico William Pitt il Giovane decise di cacciare i francesi da tutte le isole caraibiche. Chiamò l’operazione “La grande spinta”. Preparò una forza di 30.000 uomini trasportati da 200 navi. Era diffusa tra i militari nel Regno Unito la convinzione che la spedizione nei Caraibi sarebbe stata fatale a causa della febbre gialla, che già aveva causato migliaia di morti tra i soldati inglesi ad Haiti. Molti dei coscritti si rifiutarono di partire.

La spedizione fu un fallimento. Il generale dei rivoltosi Toussaint Louverture attaccò la fortezza di Mirebalais dove erano di stanza le truppe britanniche. Gli ex schiavi vennero sconfitti dopo diversi attacchi durante i quali cercarono invano di superare le alte mura con scale. I britannici rimasero impressionati dalla preparazione militare e dalla determinazione degli attaccanti. Gli inglesi avevano anche un altro nemico: le febbri gialle, che decimavano senza pietà i loro ranghi. Erano migliaia quelli che morivano impazziti dalla febbre o soffocati dai rigurgiti di sangue. Il 10 maggio del 1798 gli inglesi si ritirarono lasciando l’isola definitivamente.

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Nel 1801 Toussaint Louverture si autoproclamò governatore a vita di Santo Domingo. Era sorta una nazione nella quale la sovranità apparteneva agli ex schiavi africani e dove la schiavitù venne abrogata. François-Dominique Toussaint Louverture era nato schiavo nel 1743 nella piantagione Breda di Port-Margot, sull’isola Hispaniola. Apparteneva ad una nobile famiglia africana. Il nonno Gaou Guinou era figlio di Ardra il Grande, re del regno occidentale del Dahomey. Imparò a leggere e a scrivere acquisendo anche una discreta cultura. Parlava e scriveva francese. Aveva delle buone conoscenze mediche anche se limitate ai rimedi tradizionali della cultura africana.

Napoleone Bonaparte, appena nominato primo console, non accettò l’autoproclamata indipendenza dell’isola. Incaricò il cognato Charles Leclerc di guidare una spedizione militare per riportare Santo Domingo sotto la sovranità francese. La moglie di Leclerc, nonché sorella di Napoleone, Paolina Bonaparte, accompagnò il marito insieme al figlioletto Dermide. Nel 1802 la spedizione francese sbarcò ad Haiti. Gli scontri furono particolarmente sanguinosi. Di nuovo ci furono stragi di bianchi nelle quali furono coinvolti anche donne e bambini. Con il sopraggiungere della stagione delle piogge si diffuse l’epidemia di febbre gialla e di malaria. Più di 5.000 militari francesi morirono a causa delle febbri. Altri 5.000 furono ricoverati in ospedale.

In seguito alle promesse di Leclerc circa il benevolo trattamento che sarebbe stato a loro riservato, Louverture e gli altri capi degli ex schiavi si accordarono con i francesi per porre fine degli scontri. Nonostante i patti i francesi arrestarono Louverture e lo trasferirono in Francia, nella prigione di Fort de Joux.

Il 2 novembre del 1802 il generale Charles Leclerc si spense a Tortuga a causa della febbre gialla. La bara, accompagnata dalla moglie Paolina Bonaparte e dal figlioletto Dermide, fu trasportata in Francia con la nave Swiftsure, che giunse in patria il 16 gennaio del 1803. Louverture morì nella prigione francese il 7 aprile di quello stesso anno.

La volontà dei francesi di ripristinare la schiavitù ad Haiti provocò una nuova e più sanguinosa sollevazione degli ex schiavi. Tra le fila francesi la maggioranza dei soldati era di nazionalità polacca, che si era arruolata nella speranza che questo potesse servire a convincere Napoleone a liberare la propria patria dalla Russia. I polacchi avevano pagato a caro prezzo questo arruolamento. La maggior parte di essi era deceduta a causa delle febbri gialle. Resosi conto dell’intenzione di ripristinare la schiavitù, molti polacchi simpatizzarono per gli ex schiavi abbandonando la divisa francese.

Ci fu una gara tra i francesi e i rivoltosi a chi fosse più orribilmente spietato. 1.200 ex schiavi, catturati dai francesi, furono affogati nelle acque antistanti Port-au-Prince. Altri 500 furono impiccati sulla pubblica piazza. Il capo dei ribelli Dessalines fece uccidere a sua volta 500 bianchi. Le loro teste, infilzate su picche, furono esposte intorno alla guarnigione francese di Le Cap.  Il successore di Leclerc, il generale Rochambeau, essendo a corto di soldati fece importare dalla Giamaica 15.000 cani da guerra addestrati ad attaccare i neri. 20.000 militari francesi giunsero dalla madre patria a dare man forte alle assottigliate truppe di stanza ad Haiti.

Nel 1803, con la cessione della Louisiana agli Stati Uniti, i francesi persero interesse alle isole caraibiche. A Napoleone servivano truppe per affrontare in Europa la Gran Bretagna, la Prussia e la Spagna. Fece tornare in patria gran parte dei militari di stanza sull’isola. Quelli rimasti si limitarono a controllare Le Cap ritirandosi da Port-au-Prince. La battaglia di Vertières combattuta il 18 novembre 1803 dalle truppe francesi contro i rivoluzionari, affiancati e aiutati dagli inglesi, si risolse in una disfatta dei militari di Rochambeau. Questa determinò la definitiva resa del generale nelle mani del comandante degli inglesi, commodoro Loring. I francesi, accompagnati della maggior parte dei coloni bianchi, lasciarono l’isola a bordo di navi inglesi.

Il 1° gennaio del 1804 il capo dei rivoluzionari Dessalines proclamò la Repubblica indipendente di Haiti, la prima al mondo guidata da ex schiavi africani. Dopo la proclamazione diede avvio alla soluzione finale con la strage di tutti i bianchi che erano rimasti sul territorio della neonata repubblica. Furono pochi i bianchi che sopravvissero: polacchi che si erano schierati con i rivoluzionari; tedeschi che nelle loro fattorie non avevano mai utilizzato schiavi; donne bianche sposate con neri; alcune categorie di professionisti indispensabili alla nuova repubblica. Questi furono dichiarati per legge “persone di colore” poiché, in base alla costituzione haitiana, i suoi cittadini dovevano essere tutti di origine africana.

La conquista della libertà e la costruzione della nuova nazione aveva avuto un elevatissimo costo in vite umane: 20.000 gli haitiani di origine africana e i mulatti morti; 45.000 i militari inglesi deceduti; 25.000 i coloni bianchi massacrati dagli ex schiavi; infine 75.000 furono i soldati francesi seppelliti sull’isola.

Molti proprietari terrieri, fuggiti da Haiti portando al seguito i loro numerosi schiavi, avevano trovato una nuova sistemazione in Louisiana. Tra i latifondisti degli stati americani schiavisti, essendo consapevoli delle stragi di bianchi avvenute ad Haiti, si diffuse la paura che il germe della rivoluzione potesse trasmettersi dagli haitiani ai loro sottomessi che lavoravano nelle piantagioni di cotone. Questo timore contribuì a un irrigidimento in questi stati delle condizioni della schiavitù. Tutto questo contribuì, dopo qualche decennio, allo scoppio della guerra di secessione.

(Immagine in alto: Rivolta di Haiti, massacro di bianchi, France Militaire, 1833, Martinet e Masson)