Blindati italiani a Rovereta

I FATTI DI ROVERETA E IL QUASI GOLPE DI SAN MARINO

Nel dopoguerra gli Stati Uniti erano ben attenti a che non si stabilisse alcun governo di matrice comunista nei paesi dell’Europa al di qua della cortina di ferro. Le zone d’influenza erano una conseguenza degli accordi di Yalta tra i vincitori del secondo conflitto mondiale. Anche in Italia gli accordi di Yalta furono rispettati. Il IV governo De Gasperi, nato il 31 maggio del 1947, sostituì i governi di coalizione con i partiti di sinistra, in carica fino a quel momento, con una maggioranza formata dalle forze moderate.

Nella geografia politica italiana c’era ancora un piccolo paese che infastidiva la dottrina nata a Yalta. La Repubblica di San Marino, un microstato indipendente situato sulle colline alle spalle di Rimini tra Marche ed Emilia e Romagna, era governata dal 1945 da una coalizione formata dal Partito Comunista locale e dal Partito Socialista Sanmarinese.

La Repubblica di San Marino è piccola ma ha una lunga storia di indipendenza alle spalle. Tradizionalmente la nascita dello stato viene fatta risalire all’anno 301 quando si costituì una comunità sul monte Titano guidata da San Marino, un cristiano dalmata che per sfuggire alle persecuzioni si era rifugiato in quel luogo. Papa Nicolò IV nel 1291 riconobbe l’indipendenza della piccola repubblica situata sul monte Titano.

La continuità del piccolo stato ha avuto solo tre brevi interruzioni. La prima ebbe luogo nel 1503 con l’occupazione per dieci mesi del monte Titano ad opera di Cesare Borgia. Nel 1739 fu la volta del cardinale Alberoni a tentare il colpo di mano contro la repubblica con le truppe dello Stato della Chiesa. L’ultima in ordine di tempo fu l’occupazione dei militari tedeschi nel 1944, cacciati dagli alleati americani che si trattennero poi per tre mesi sul territorio sanmarinese.   

Era giocoforza che l’Italia, sollecitata anche dagli Stati Uniti, premesse affinché nella piccola repubblica il governo socialcomunista venisse sostituito da una compagine espressa dalle forze moderate sanmarinesi. I Capitani reggenti ebbero poi la cattiva idea di rafforzare le relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica e con i paesi del patto di Varsavia. La Russia aprì un’ambasciata a San Marino. Inoltre promise ingenti aiuti finanziari alla piccola repubblica. La presenza di un’ambasciata russa che aveva dimensioni e strutture addirittura superiori a quella italiana faceva nascere sospetti nei servizi italiani e statunitensi che la stessa fosse utilizzata per altri scopi. Questi volevano evitare una base sovietica nel cuore dell’occidente utile a esercitare uno stretto controllo sulle strutture gerarchiche del partito comunista presente a San Marino e nella regione Emilia e Romagna i cui abitanti erano in grande maggioranza di fede comunista. 

I primi contrasti tra Italia e San Marino ebbero inizio nel 1949 allorché nella repubblica del Titano fu aperto un casinò. Le ragioni dei dissapori erano però più profonde. C’era il timore che il piccolo stato fosse da esempio alla rossa Romagna dove il sindaco comunista di Rimini, Walter Ceccaroni, era stato rimosso dal governo centrale guidato da Scelba con la motivazione di sabotare l’unità nazionale. Anche la chiesa premeva presso le autorità italiane perché intervenissero. San Marino aveva istituito il divorzio, trascrivibile in Italia, e il matrimonio civile. Nel 1950 il blocco doganale esercitato dalla Guardia di Finanza costrinse i sanmarinesi a chiudere il casinò. Nel ’53 fu firmato un accordo tra Italia e la repubblica del Titano nel quale quest’ultima si impegnava a non stabilire sul suo territorio sale da gioco ed emittenti radio-televisive.

Anche dopo l’accordo rimaneva comunque sul monte Titano il governo socialcomunista non gradito all’Italia. Il 19 settembre del 1957 la coalizione tra comunisti e socialisti nel Consiglio Grande perse la maggioranza a causa del cambio di casacca di uno dei consiglieri del partito comunista. Una coalizione, formata da 31 consiglieri appartenenti all’area moderata formata dalla Democrazia Cristiana Sanmarinese (DCS), dal Partito Social-democratico (PSDS), dal Partito Socialista Indipendente (PSIS), oltre che un indipendente di sinistra, diede vita a una nuova maggioranza.

La coalizione di sinistra non si rassegnò a cedere il potere. I capitani reggenti in carica annullarono la riunione del Consiglio che si sarebbe dovuta tenere quello stesso giorno e che inevitabilmente avrebbe avuto come esito la certificazione della nuova maggioranza. Inoltre furono presentate le lettere di dimissioni dei consiglieri appartenenti alla vecchia maggioranza per far decadere il Consiglio. Si usava in quegli anni far firmare lettere di dimissioni a tutti i consiglieri al momento dell’elezione senza indicazione di data. I capi dei partiti quando lo ritenevano opportuno le completavano con la data e le presentavano. Alle 16, l’ora prevista per la riunione, i 31 consiglieri appartenenti alla nuova coalizione si presentarono al Palazzo Pubblico trovando sbarrato il portone d’ingresso. Un portoncino laterale era aperto ma sorvegliato da alcuni gendarmi con il loro comandante Ettore Sozzi. Veniva impedito l’accesso ai consiglieri.

L’assemblea, nella seduta del 19 settembre, avrebbe dovuto eleggere i nuovi capitani reggenti essendo il mandato di quelli in carica in scadenza il 1° ottobre. L’annullamento della stessa da parte dei reggenti determinò uno strappo alle regole stabilite dagli statuti che proibivano esplicitamente che il mandato superasse il semestre.   

A questo punto il segretario della DCS riunì quelli che aderivano alla neonata coalizione sul sagrato della basilica di San Marino. Da quel luogo informò i suoi concittadini della formazione di una nuova maggioranza nel consiglio. Il non detto della vicenda era che la coalizione moderata aveva l’appoggio del governo italiano e la simpatia delle autorità statunitensi. Erano in molti tra i sostenitori dei partiti di sinistra che sospettavano che la manina di qualche esponente politico italiano avesse avuto un ruolo nella scissione di cinque consiglieri del PSS che avevano fondato il Partito Socialista Indipendente, schierato con i moderati. Ritenevano che tale manina avesse anche convinto quel consigliere indipendente di sinistra ad abbandonare il partito comunista per aggregarsi alla nuova coalizione.

Tutti i partiti sanmarinesi decisero di prendere contatti con i rispettivi partiti confratelli italiani per riceverne appoggi. Questi non mancarono. I comunisti inviarono a San Marino Giancarlo Pajetta e i socialisti Francesco Lami. Il 30 settembre i 31 consiglieri della nuova maggioranza si riunirono a Rimini per concordare una linea d’azione. Avuto assicurato l’appoggio delle autorità italiane, venne deciso di rientrare a San Marino per attestarsi in un capannone in costruzione a Rovereta. Il fabbricato si trovava su una lingua di terra circondata per tre lati dal confine con l’Italia. Quella notte i 31 consiglieri presero possesso della loro roccaforte. I carabinieri italiani si posizionarono in difesa della fabbrica occupando con uomini e blindati i tre lati confinanti con l’Italia, senza comunque attraversare il confine.

I 31 consiglieri nominarono un governo provvisorio. I capitani reggenti, temendo un assalto al Palazzo di Governo da parte dei 31 consiglieri accompagnati dai loro sostenitori sanmarinesi e con un eventuale appoggio di militari italiani, deliberò la formazione immediata di una milizia popolare da schierare a difesa delle istituzioni. Si incominciarono a intravedere fucili nelle mani delle due parti contrapposte. Sulle prime si trattava di vecchie armi in dotazione della gendarmeria. Man mano le due fazioni si ritrovarono con moderni fucili, la cui provenienza era oscura ma immaginabile.

Fu il comandante della gendarmeria Ettore Sozzi ad assumere in quei particolari momenti il ruolo di negoziatore tra le due fazioni. Sozzi era responsabile dell’ordine pubblico e voleva in ogni modo evitare che lo scontro politico si tramutasse in disordini tra la popolazione che, vista la presenza di tante armi, poteva in un amen trasformarsi in uno sanguinoso regolamento di conti.

Dopo diversi tentativi infruttuosi di risolvere la situazione in modo pacifico, i responsabili dei due fronti si incontrarono a Rimini. Anche questi colloqui non portarono a una soluzione accettata da tutti. Il giorno 8 ottobre il governo provvisorio conferì al comandante Sozzi i pieni poteri per il mantenimento dell’ordine pubblico. Questo fu un primo passo verso la soluzione poiché Ettore Sozzi era ritenuto da tutti al di sopra delle parti. L’11 ottobre il governo di sinistra prese atto che ogni ulteriore resistenza era inutile e dannosa, dato gli appoggi che godeva la coalizione moderata da parte della autorità italiane. Con un proclama fu informata la popolazione delle dimissioni dei governanti in carica.

Il 14 ottobre del 1957 il governo provvisorio formato dai partiti moderati sanmarinesi prese possesso del Palazzo Pubblico. Si formò subito dopo un corteo formato dai consiglieri della maggioranza seguiti da gran parte della popolazione che, attraversando le strette vie di San Marino, si recò alla basilica in segno di ringraziamento al santo patrono della repubblica per l’esito pacifico di quello scontro fortunatamente solo politico.

L’anomalia del governo di sinistra della repubblica di San Marino era finalmente superata con la completa soddisfazione del governo italiano, di quello degli Stati Uniti e delle gerarchie vaticane.