Reggia di Capodimonte, Giorgio Sommer, 1890

I GARIBALDINI A CAPODIMONTE

Capitolo di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

Tre giorni dopo questo primo viaggio a Caserta, ricevetti la visita del giovane capitano di artiglieria, Emilio Savio, che era a bordo con me sulla nave “Constitution”.

Anche lui era andato a vedere l’esercito di Garibaldi, era andato oltre Caserta, aveva percorso gli avamposti di Santa Maria e aveva visitato le truppe che assediavano Capua. Si era intrattenuto in colloquio con il generale Medici. Entrambi avevano riconosciuto l’insufficienza dell’artiglieria dei volontari per conquistare la fortezza. «I garibaldini combattono come eroi,» mi disse il capitano, «all’arma bianca sono invincibili, ma mancano loro armi e preparazione militare per poter concludere vittoriosamente l’assedio. Abbiamo due battaglioni di artiglieria a Napoli, potremmo essere utili ai nostri fratelli che vengono uccisi sotto le mura di Capua. Mi vergogno e mi dispero di non essere con loro, con somma gioia aiuteremmo adesso le camicie rosse. Vi prego, signora, se vedete Garibaldi, fategli capire che siamo pronti a servire la causa. Convincetelo a richiedere il nostro intervento, ad affidarci la nostra parte di pericolo.»

Strinsi la mano a questo giovane valoroso e gli promisi di riferire la sua richiesta a Garibaldi.

Lo stesso giorno incontrai per via Toledo, diritto, sorridente, felice e azzimato nella sua nuova divisa da sergente, il piccolo garibaldino che avevo visto piegato e dolorante con il suo capitano ferito.

La brezza marina faceva svolazzare intorno al suo collo un foulard con i tre colori nazionali dell’Italia, che lui teneva annodato a imitazione di Garibaldi e che, nella parte bianca, mostrava il ritratto dell’eroe. Il neo-sergente mi si avvicinò e disse: «Signora, io sono il piccolo ferito al quale avete rivolto buone parole sul treno che stava andando a Caserta».

Volevo dargli un po’ di soldi, che lui rifiutò, ma fu molto felice di decorare il suo cappello con una lunga piuma nera e con qualche ornamento di passamaneria dorata, che gli diedi quando quella sera venne nel mio albergo. I più giovani di questi eroici volontari ci tengono ad addobbare la loro divisa con questi lustrini che un’uniforme regolare non permetterebbe. Il giorno seguente, il capitano di questo piccolo sergente, che era avanzato di grado poiché Garibaldi lo aveva promosso maggiore baciandolo e congratulandosi per il suo coraggio, venne a trovarmi per ringraziarmi per i piccoli doni che avevo fatto al giovane soldato.

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

In assenza del suo colonnello, che era stato gravemente ferito e fatto prigioniero dai regi, era stato incaricato dal dittatore di formare un reggimento di giovanissimi. Già quattrocento piccoli siciliani e quattrocento piccoli napoletani, reclutati in tutta fretta, erano acquartierati nel bel palazzo reale di Capodimonte.

Mi venne il desiderio di visitare questo palazzo. Il maggiore mi fece promettere di visitare, allo stesso tempo, queste giovani ed entusiaste reclute. Il momento attuale in Italia, dal punto di vista militare, ricorda quello che avvenne in Francia nel 1793, quando, dai più giovani ai più vecchi, tutti gli uomini si arruolarono per difendere i confini.

Il giorno seguente mi recai a Capodimonte. La principale bellezza di questa elegante residenza reale è la meravigliosa vista di Napoli e del Golfo che si gode dall’alto dei balconi. A destra si vedono, in primo luogo, alcune ville bianche adagiate sulle pendici della montagna la cui sommità è coronata dal convento dei Camaldolesi; poi, sul declivio verso la città, si vedono le case, Castel Sant’Elmo, Castel dell’Ovo e parte della riviera di Chiaia. A sinistra c’è il porto, le navi all’ancora, tutto questo golfo meraviglioso che il Vesuvio sovrasta come un gigante.

All’interno del palazzo, rimanemmo colpiti da un immenso tavolo che il re Murat aveva fatto realizzare con uno dei mosaici più belli di Pompei. C’erano due dipinti raffiguranti Carolina di Napoli. In uno, la giovane regina, più bella della sorella Maria Antonietta, sembrava rivivere per noi, felice e sorridente: che nobiltà e che seduzione con quella testa delicata e quel corpo affascinante così elegantemente vestito. La gio­vane madre è circondata dai suoi sei figli piccoli, belli e deliziosi. Il marito, il re, è solo una macchia in questo bel quadro, con la faccia rubizza e volgare, tutta la finezza e la poesia del pennello di Angelica Kauffmann non potrebbero nobilitare il volto di questo macellaio.

Si indietreggia per la sorpresa di fronte all’altro quadro di Carolina di Napoli. Il ritratto ce la mostra a quarant’anni. La sua corporatura si è ingrossata; indossa un abito di raso bianco, il cui corpetto, che sale fino alle ascelle, mette inevitabilmente in rilievo la sua linea contrassegnata da massicce curve. Le sottili linee del viso scompaiono in un collo grasso. Le guance sono cadenti e, al posto del delicato incarnato che prima le colorava, appaiono di un porpora acceso; il naso è forte e arcuato (sembra quello di un falco); gli occhi sono duri e lussuriosi; la fronte è bassa sotto i folti riccioli della capigliatura bruna, sulla quale incrociano grottescamente due enormi piume blu, simili a due pennacchi di catafalco che sembrano intrecciarsi. Questa testa mi incuteva timore; l’artista, senza volerlo, aveva realizzato una satira come quelle di Giovenale.

La giornata volgeva al termine. Quando uscii dal palazzo già qualche stella s’illuminava nella coltre celeste e una fulgida luna, sorta dalle spalle del Vesuvio, saliva nel cielo. In questa luce soffusa, i giardini e il parco di Capodimonte apparivano ingranditi e sembravano incantati. Camminai, deliziata, nei viali sabbiosi. Il maggiore mi disse: «Tutti i miei ragazzi sono appena andati a letto; stanno già dormendo. Volete vedere quelle anime innocenti che domani saranno soldati?» «Andiamo!» gli risposi.

Ci dirigemmo verso sinistra e poi entrammo in un edificio che ospitava i locali di servizio del palazzo. Era qui che riposavano gli ottocento piccoli volontari. Era il primo giorno di questa loro sistemazione; dormivano alla rinfusa su materassi posti qua e là nelle vaste sale. Pochissimi avevano la camicia rossa, la maggior parte era ancora vestita con gli stracci che portavano nelle loro famiglie povere. Questi bambini addormentati mi ricordavano quelli che giacevano senza sepoltura sulle alture di Caiazzo. Carne da cannone, si diceva durante il primo impero. Ma almeno qui, pensai, carne intelligente, commossa, che muore per un ideale.

Il giorno seguente (sabato 29 settembre), mi recai a palazzo d’Angri, dove viveva Garibaldi, chiedendo del suo fedele Gusmaroli. Volevo parlargli di quello che il capitano Savio mi aveva detto. Il capitano desiderava andare in battaglia con l’ansia di chi si reca a una festa. Gusmaroli era a Caserta, non lasciava mai il suo generale. Fui ricevuta da Bertani; si mostrò interessato a quello che gli dissi. «Domani», rispose, «faremo richiesta di questi coraggiosi artificieri. Saranno accolti come fratelli dai garibaldini.» Parlai con Bertani anche dell’umile missione che mi ero imposta: recarmi nei giorni di battaglia negli ospedali di Caserta e Santa Maria per scrivere le lettere dei feriti alle loro famiglie. Elogiò l’idea di questo supporto morale, di questa cura delle anime che, calmando le ansie dei feriti, avrebbe prodotto di sicuro un sollievo fisico.

Lasciai Bertani, affascinata dai suoi modi e dal suo spirito. Egli sarebbe partito il giorno seguente per Genova.

Tornando giù, in via Toledo, incontrai un fante piemontese, un amico del capitano Savio. Lo pregai di avvertirlo che la sua commissione era stata eseguita. Non gli dissi altro.

Nel frattempo l’esercito piemontese aveva iniziato la sua breve e gloriosa campagna attraverso le Marche. Il conte di Cavour, con il suo sguardo diretto e il suo audace decisionismo che lo ha sempre contrassegnato nei momenti solenni, aveva, contrariamente a tutte le previsioni di coloro che lo conoscevano solo come un ministro intelligente, dismessi gli abiti della diplomazia per affrontare con la spada il nocciolo della questione, o meglio il nodo ingarbugliato di Roma.

Anche lui voleva che l’Italia fosse unita. Il ministro che, all’indomani della pace di Villafranca, si dimise da presidente del Consiglio, sentì che il momento di una vendetta eclatante era arrivato per l’Italia. Decretò la guerra! Questa audacia non ci sorprese affatto perché, se le labbra del Richelieu italiano (un Richelieu di razza pura!) esprimevano cautela e diplomazia, la fronte aperta, gli occhi luminosi rivelavano gli aneliti di un patriota integerrimo che non avrebbe mai potuto tradire il destino dal suo paese. Le parole gentili e affascinanti che Manzoni un giorno gli indirizzò lo caratterizzano meglio di quanto possano fare queste mie parole. «Voi ben avete», disse il grande poeta, «tutte le qualità di uno statista. Di solito siete prudente; ma anche, all’occasione, imprudente.»

Egli è uno di quei fortunati che, dopo le vittorie di Fanti, di Della Rocca e quella più eclatante del giovane eroe Cialdini, avevano appena unita definitivamente l’Italia del meridione a quella del nord.

Un guasto ai telegrafi fu il motivo per il quale la notizia di questi veloci ed eroici successi giunse a Napoli con molto ritardo.

Era vero che Ancona era stata conquistata? Che Lamoricière era stato catturato e imprigionato? Che le forze indipendentiste avevano trionfato su quelle della repressione? Che il patriota illuminato aveva sconfitto il partigiano cieco? Pensavo al destino così diverso di questi due uomini dei quali il mio pensiero di poetessa si era incrociato per un istante con la loro vita. Uno, italiano, una sera conquistò tutta la mia ammirazione, l’altro, benché francese, aveva un giorno risvegliato a Perugia tutta la mia riprovazione.

Quasi cinque mesi fa, ero in questa città vinta, sottomessa, ancora fremente sotto il giogo delle orde mercenarie, ancora segnata dalle tracce dell’ultimo massacro. Queste tracce le avevo trovate nel chiostro della magnifica chiesa di San Pietro. Colonne e archi presentavano i segni profondi dei proiettili e dei colpi di cannone di Schmidt.

Mentre attraversavo Perugia mi tornava in mente questo verso del famoso monologo di Cinna: “Perugia, nel sangue dei suoi, tutta intera è annegata.”

La sera stessa, Lamoricière, che aveva appena pro­mos­so a generale il colonnello Schmidt, arrivò a Perugia per ispezionare la guarnigione, in parte svizzera, in parte austriaca. Egli alloggiava all’Hotel Grande Bretagne. Mi sembrò che la mia voce francese potesse essere meglio intesa da un francese, e gli inviai un biglietto, firmato, con gli ultimi versi della mia poesia, allora inedita, su Garibaldi. La coscienza di Lamoriciere dovette avere dei sussulti mentre li leggeva. Ma chi è l’uomo d’azione che, nel suo onnipotente orgoglio, non tratta con disprezzo la voce profetica dei poeti?

Un mese dopo questo viaggio a Perugia ero a Bologna, nella villa della contessa Fustini (nata Pepoli), in una bella sera di agosto. Cialdini si avvicinò, ascoltò, deliziato, la splendida voce della nipote di Murat e quella di sua sorella, la giovane contessa de Zecchini; cantavano, con un cuore e un ardore che ci coinvolgevano, un duetto patriottico di Verdi.

Dopo la canzone, parlai a lungo con Cialdini della meravigliosa resurrezione dell’Italia, la cui gloria era appena iniziata. Quando partii, il generale mi salutò con un: «Arrivederci, signora.» Lo rividi a Napoli, tutto felice per i suoi ultimi trionfi.

Mentre la notizia, ancora incerta, del successo delle armate piemontesi e della sconfitta delle truppe papaline risvegliava in me quei ricordi particolari, la battaglia dei garibaldini contro i regi proseguiva sotto le mura di Capua.

Il 29 settembre avevo parlato a Bertani del desi­derio del Capitano Savio. Il primo di ottobre, a sera, venimmo a sapere, a Napoli, che un duro combattimento, tra le truppe dell’indipendenza italiana e quelle borboniche, era iniziato al mattino e sarebbe durato fino a notte.

In un momento in cui i regi sembravano che potessero prevalere, Garibaldi chiese in fretta a Villamarina gli artiglieri e i bersaglieri piemontesi. L’ambasciatore Villamarina non aveva ordini dal suo governo, ma aveva la coscienza di un patriota italiano. La cosa più importante era che l’armata del liberatore dell’Italia non avesse a subire una sconfitta, anche momentanea. Il prestigio dell’invincibile non doveva essere compromesso. I soldati richiesti furono inviati e poterono aiutare i loro fratelli nella sanguinosa sconfitta dell’esercito di Francesco II.

La giornata del 1° ottobre costò cara ai regi. Una loro colonna di circa tremila uomini, essendo stata isolata dai garibaldini nei pressi di Caserta, diede imprudentemente battaglia la mattina del 2 ottobre. Ci furono molte ore di lotta sanguinosa poco lontano dal palazzo reale. I volontari italiani fecero dei prodigi con grande valore. Ogni garibaldino, spada alla mano, valeva per quattro uomini. I regi, circondati da ogni lato, gettarono le armi dichiarandosi prigionieri. I soldati urlavano: «Viva Garibaldi!», gli ufficiali restavano silenziosi. I garibaldini volevano disarmare e perquisire questi ultimi. Il dittatore intervenne generosamente. «Lasciate che la nostra storia», disse al suo popolo, «resti libera da ogni vendetta; sono fratelli smarriti, non umiliamoli». Circa duemila prigionieri furono portati a Napoli quella sera stessa.

Il 2 ottobre attraversai via Toledo mentre questi marciavano. Furono condotti al forte di Sant’Elmo dalla Guardia Nazionale. Incontrai anche carri carichi di feriti diretti agli ospedali di Napoli; ma quelli che erano stati più seriamente feriti erano rimasti a Caserta e a Santa Maria. decisi di partire la mattina dopo per visitarli.

(Foto in alto: Reggia di Capodimonte, Giorgio Sommer, 1890)