Finestra dei turchi, chiesa di Perchtoldsdolf, Uoaei1, 2018, CC BY-SA 4.0, derivative work

I TURCHI ALLA CONQUISTA DI VIENNA

Nel 1529 il sultano ottomano Solimano il Magnifico, deciso ad espandere l’influenza dell’Impero sull’Europa occidentale, aveva tentato un primo assedio di Vienna. La capitale austriaca veniva a trovarsi in una posizione strategica tra le Alpi e i Carpazi. Rappresentava la porta d’ingresso dell’Europa centrale e occidentale. L’esercito ottomano, composto da 120.000 uomini comandati dal Gran Visir Pargali Ibrahim Pascià, ma alla cui testa c’era il sultano in persona, mise sotto assedio Vienna alla fine del mese di settembre di quell’anno. I difensori di Vienna resistettero agli attacchi. L’assedio si protrasse fino al 12 ottobre quando Solimano decise di tentare un ultimo attacco. Respinti ancora dai difensori di Vienna, il sultano decise di togliere l’assedio e ritirarsi. Seguì una fase, durata 150 anni, in cui tra turchi e austriaci si susseguirono guerre e scontri senza che alcuna delle due parti riuscisse ad avere il sopravvento.

L’ASSEDIO DI VIENNA DEL 1683

Nel 1683 gli ottomani occupavano i Balcani e parte dell’Ungheria. Inoltre controllavano, attraverso stati vassalli, la Valacchia, la Transilvania, l’Ungheria centrale, la Moldavia, l’Ucraina e il Kanato di Crimea. Il sultano Maometto IV ritenne che fosse venuto il momento di dare un calcio alla porta dell’Europa centrale per espandere la propria influenza. La porta da abbattere era sempre Vienna. Il Gran Visir, cioè il primo ministro e capo dell’esercito, era Kara Mustafa Pascià. Il Gran Visir mise insieme un esercito che contava tra i 150.000 e i 300.000 uomini. Arrivarono truppe da ogni parte dell’impero e dagli stati vassalli. Ci vollero mesi perché i reparti, provenienti da Turchia, Balcani, Transilvania, Crimea, Valacchia e Moldavia si riunissero nei pressi di Vienna. Le truppe più efficienti dell’esercito ottomano erano i soldati giannizzeri, la cavalleria turca e la formazione dei soldati tatari, proveniente dal Kanato di Crimea.

Le forze che si opponevano agli ottomani erano in primo luogo le truppe schierate a difesa di Vienna, circa 20.000 uomini comandati da Ernst Rüdiger von Starhemberg. Il comandante Starhemberg, vista la grande disparità delle forze in campo che non avrebbe permesso di resistere a lungo, sperava in un sollecito arrivo di aiuti da parte degli altri stati europei. Tutti sapevano che una volta conquistata Vienna nessuno avrebbe potuto fermare i turchi in Europa. Gli stati dell’Europa Centrale si attivarono per portare aiuto a Vienna. Furono sollecitati ad intervenire da papa Innocenzo XI e dall’imperatore del Sacro Romano Impero e arciduca d’Austria Leopoldo I d’Asburgo. L’arciduca aveva lasciato Vienna prima dell’arrivo dei turchi rifugiandosi nella città di Passavia.

A sottrarsi al dovere di difendere la cristianità contro il pericolo mussulmano furono i francesi che speravano un indebolimento del Sacro Romano Impero. Il re di Francia Luigi XIV di Borbone, noto come il “Re Sole”, si sentiva circondato da stati controllati dagli Asburgo, il Sacro Romano Impero a est e la Spagna a ovest dove regnava Carlo II d’Asburgo.

Fu il re di Polonia Giovanni III Sobieski quello che più si adoperò per mettere insieme le forze cristiane. L’esercito di re Giovanni III era formato da truppe polacche, austriache e tedesche. Al comando dei difensori del Sacro Romano Impero c’era Giovanni Sobieski in persona. Gli altri comandanti erano Carlo V di Lorena, Eugenio di Savoia e Livio Odescalchi.

A inizio luglio del 1683 gli ottomani erano fuori le mura di Vienna. Il 14 di quel mese si ebbe il primo scontro tra ottomani e austriaci. I difensori viennesi, a causa della grande disparità di forze in campo ebbero la peggio. Invece di accettare una comoda resa, offerta loro dal Gran Visir, si rinchiusero nelle mura della città apprestandosi a un lungo assedio.

L’organizzazione dell’esercito comandato dal re polacco e il suo trasferimento verso Vienna aveva preso tempo. I viennesi di tempo ne avevano poco poiché le riserve alimentari venivano consumate con preoccupante velocità. Inoltre i difensori di Vienna, nonostante le mura possenti che difendevano la città, potevano fare ben poco se non sperare nell’arrivo degli alleati.

L’approccio alle mura dei mussulmani fu lento ma inesorabile. Vennero scavate buche e trincee che si avvicinavano sempre più verso i bastioni della città senza che i soldati fossero esposti al tiro degli archibugi. L’artiglieria turca era di piccolo calibro, non adatta a scalfire le difese. L’unico modo che avevano gli assedianti per penetrare in città era quello di scavare gallerie sotto le mura e minarle con ordigni esplosivi. Di contro anche i difensori cristiani scavavano gallerie per individuare i luoghi dove queste venivano collocate e disattivare gli esplosivi. Fu una vera “Ratten Krieg” (guerra di ratti) quella che si combatteva sottoterra in concomitanza degli scontri che avvenivano alla luce del sole.

Mentre le battaglie e le scaramucce tra i soldati di Starhemberg e quelli di Kara Mustafa non davano alcun vantaggio agli attaccanti, le attività sotterranee stavano seriamente danneggiando le difese. Il bastione Bug, il rivellino antistante, un altro bastione nei pressi del fiume Wien erano parzialmente rovinati in seguito allo scoppio delle mine sotterranee. Le mura tra i due bastioni erano in procinto di crollare. Nel frattempo in città si era diffusa un’epidemia di dissenteria che si estese anche alle truppe assedianti. La situazione di Vienna si presentava sempre più critica.

Per puro caso e per la bravura degli scavatori viennesi, gli stessi erano riusciti a individuare la camera di scoppio di una formidabile mina apprestata dai turchi. L’avevano disinnescata appena in tempo. Quest’ultimo scoppio, se fosse avvenuto, avrebbe aperto una larga breccia permettendo agli assedianti di entrare in città.

La spia polacca Franciszek Jerzy Kulczycki, commerciante di caffè che trafficava con i turchi vendendo la sua merce, aiutava i difensori di Vienna informandoli sui movimenti delle truppe turche. Kulczycki ebbe l’incarico dal comandante Starhemberg di attraversare lo schieramento nemico e raggiungere le truppe tedesco-polacche che ormai erano nei pressi di Vienna. Doveva consegnare un messaggio dello stesso Starhemberg in cui supplicava il re polacco di attaccare immediatamente poiché l’invasione della città era ormai incombente. La missione fu coraggiosamente portata a termine e il messaggio consegnato.

LA BATTAGLIA DI VIENNA  

Kara Mustafa, nella foga della conquista, non aveva provveduto a fortificare le spalle del suo schieramento con bastioni e trincee. L’11 settembre del 1683 Giovanni Sobieski, informato della critica situazione in cui si trovava Vienna, senza attendere che tutte le sue truppe si riunissero, attraversò il Danubio a nord della città. Il Gran Visir diede ordine di attaccare l’esercito polacco-tedesco prima che lo schieramento avversario fosse completato. I giannizzeri, che formavano il corpo di élite dei turchi, si trovavano però sotto le mura di Vienna e non poterono intervenire con immediatezza. I reparti ottomani che invece erano schierati faccia a faccia con il nemico rappresentavano la retroguardia dell’esercito, truppe poco preparate per il combattimento. La battaglia volse al peggio per gli ottomani.

Kara Mustafa tentò di capovolgere la situazione con un colpo di mano. Decise di attaccare in forze le difese di Vienna per entrare in città e da quella posizione difendersi dall’attacco delle truppe di Giovanni III. A quel punto avrebbe potuto contare anche sul ricatto di avere nelle proprie mani il destino di Vienna e la vita dei suoi cittadini. I viennesi si difesero strenuamente respingendo quest’ultimo attacco.

A questo punto Kara Mustafa perse il controllo della battaglia. Nonostante ciò gli attacchi ottomani contro le truppe polacco-tedesche spesso si risolvevano a favore dei mussulmani. Le coraggiose iniziative dei vari comandanti andavano però a scapito del coordinamento tra i vari reparti. Queste parziali vittorie si tramutavano presto in sconfitte poiché i reparti turchi vincenti si ritrovavano ad avanzare nel mezzo dell’esercito avversario il quale, circondandoli riusciva alla fine ad avere il sopravvento.

Nel pomeriggio del 12 settembre Giovanni III Sobieski diede ordine ai corpi di cavalleria, tre polacchi e uno tedesco, di attaccare in modo da risolvere la battaglia a favore dei cristiani prima che subentrasse il buio della notte. Al comando della cavalleria si pose lo stesso re polacco. L’impatto della carica fu disastroso per le truppe ottomane. Dalle porte di Vienna uscirono i difensori della città attaccando a loro volta le fila mussulmane che si trovarono circondate.

Kara Mustafa non ebbe altra scelta che ordinare ai suoi di arretrare. Il ritiro si trasformò in una rotta disastrosa. Furono 45.000 i caduti mussulmani contro 15.000 morti tra i difensori di Vienna e l’esercito polacco-tedesco. Il Gran Visir Kara Mustafa fu condannato a morte dal sultano Maometto IV e strangolato il 25 dicembre di quell’anno a Belgrado.

La battaglia di Vienna segnò l’inizio del declino dell’Impero Ottomano nei Balcani. Gli austriaci, dopo la vittoria di Vienna, diedero vita a una serie di guerre che permisero la conquista dell’Ungheria e di buona parte dei Balcani. Nel 1699 fu firmato il trattato di Karlowitz nel quale il sultano di Costantinopoli rinunciava definitivamente all’Ungheria, alla Transilvania, alla Croazia e alla Slavonia in favore dell’Austria. Inoltre il trattato permise alla Repubblica di Venezia di acquisire la Morea, la Dalmazia, l’isola di Santa Maura e l’isola di Egina. I polacchi ottennero a loro volta la Podolia e il Kamenec. I viennesi per ricordare questa vittoria realizzarono una grande campana per il duomo di S. Stefano, chiamata “Pummerin”. Per costruirla fu utilizzato il bronzo dei cannoni catturati ai mussulmani.

(Foto in alto: Finestra dei turchi, chiesa di Perchtoldsdolf, Uoaei1, 2018, CC BY-SA 4.0, derivative work)