Catastrofe di Marcinelle, Camille Detraux, 2017, CC BY-SA 4.0

ITALIANI IN BELGIO: LA TRAGEDIA DI MARCINELLE

Nel 1946, subito dopo la guerra, l’Italia aveva una grande disponibilità di manodopera e un estremo bisogno di combustibile. In sud Italia i braccianti agricoli riuscivano a sopravvivere a fatica sia per la scarsità di lavoro, conseguente alla nascente meccanizzazione delle lavorazioni agricole, che per i modestissimi compensi quando i più fortunati di loro riuscivano a trovare impiego. A centinaia di migliaia si trasferivano nelle città industriali del nord Italia e del nord Europa per prestare la loro opera nelle fabbriche e nei cantieri edili. Il Belgio, al contrario dell’Italia, aveva una gran fame di manodopera da impiegare nell’estrazione del carbone, poiché i locali non erano disponibili alla fatica pericolosa delle miniere.

IL PATTO ITALO-BELGA SULLA MANODOPERA

Il governo italiano, guidato da Alcide De Gasperi, stipulò un accordo con il Belgio per incoraggiare gli italiani a recarsi in quel paese dove era disponibile lavoro remunerato relativamente bene. Il Belgio si impegnava in cambio a fornire all’Italia 200 kg. del minerale combustibile estratto per ogni giornata di lavoro italiano impiegato in miniera.

Furono in 140 mila che da ogni parte d’Italia, ma principalmente dal sud, incoraggiati dalla pressante pubblicità governativa, si recarono in Belgio. In quel paese l’accoglienza riservata agli italiani fu piena di sospetti e carica di luoghi comuni. Erano ospitati in baracche e, se accompagnati dalle famiglie, in povere case nelle cittadine adiacenti le miniere di carbone della regione francofona della Vallonia. La vita era dura, con un’assenza totale di integrazione con le comunità locali. I figli dei minatori frequentavano le scuole locali con innumerevoli difficoltà che le autorità scolastiche si guardavano bene dal rimuovere.

LA MINIERA DI MARCINELLE

A Marcinelle, una località situata alla periferia di Charleroi vicino al confine con la Francia, c’era una miniera di carbone chiamata “Bois du Cazier”. Era attiva dal 1830. Le strutture erano state aggiornate e le misure di sicurezza erano presenti e attive, anche se si riscontravano carenze di manutenzione, abbastanza comuni all’epoca nell’industria estrattiva. Bisognava risparmiare per massimizzare i profitti. La miniera presentava due pozzi attivi e un pozzo in costruzione del quale, per misure di sicurezza, erano stati ostruiti gli accessi ai cunicoli preesistenti. Due grossi tralicci in ferro reggevano le grandi pulegge degli ascensori, due per pozzo. L’impalcatura dei pozzi era in legno per evitare che eventuali sfregamenti degli ascensori sulle travi producessero scintille che avrebbero potuto innescare incendi. Quegli ascensori servivano per far scendere i minatori dei vari turni di lavoro e per portare in superficie il carbone picconato nei cunicoli. Nella struttura di Marcinelle erano impiegati circa 725 minatori. La maggior parte di questi era rappresentata da italiani. I belgi erano il secondo gruppo più numeroso, seguito a distanza da altre nazionalità.

LA CATASTROFE DI MARCINELLE

La mattina dell’8 agosto del 1956 erano scesi nel pozzo 274 uomini per il primo turno. Alle 7.56 si innescò la tragica trafila di equivoci che diede il via alla tragedia. L’ascensore A si trovava al livello 975 per caricare carbone, l’ascensore B era fermo quasi in superficie. Le due gabbie erano collegate ad un unico cavo e si muovevano simultaneamente in senso inverso. L’addetto di sopra fu sollecitato dal suo collega del livello 765 poiché aveva bisogno dell’ascensore per caricare carbone. Per sollevare la gabbia dell’ascensore dal livello 975 al livello 765 risultava necessaria l’autorizzazione dell’addetto del livello più basso, che in quel momento si era allontanato per spostare alcuni carrelli pieni di carbone verso il pozzo. L’operatore di sopra prese quindi accordi con il sostituto. Avrebbe per due volte portato la gabbia in superficie, per esaudire la richiesta del livello 765. Il livello sottostante rinunciava a caricare il minerale per due viaggi. Nel frattempo l’operatore titolare ritornò all’ascensore all’oscuro degli accordi presi dal suo sostituto e si accinse a scaricare il carbone nelle gabbie. Per tale operazione era necessario che i vagoncini sporgessero per alcuni centimetri all’interno del pozzo. All’arrivo della gabbia vennero scaricati. Purtroppo uno di questi si bloccò mentre si trovava sporgente sul bordo del pozzo. L’addetto non si preoccupò poiché di norma era lui che doveva dare il via libera affinché l’ascensore partisse. Ma questa volta l’autorizzazione era già stata rilasciata per due viaggi. Alle 8.11 la gabbia ripartì verso la superficie urtando il carrello sporgente. Lo spostamento di una putrella causata dall’urto ruppe un condotto dell’olio e tranciò i cavi dell’alta tensione. Un mare di scintille investì l’olio che fuoriusciva veloce dal tubo rotto, provocando un incendio. Il pozzo dove era avvenuto l’incidente funzionava anche come cunicolo di accesso dell’aria, attirata al fondo da potenti ventole. Questo provocò la tragedia poiché i fumi dell’incendio, richiamati dalle ventole di aspirazione, invasero in pochi secondi tutti i cunicoli della miniera.

LE OPERAZIONI DI SOCCORSO A MARCINELLE

In superficie si intuì che qualcosa di molto grave stava succedendo. I tentativi di comunicare con i vari livelli della miniera attraverso il telefono non ottenevano risposta a causa del cavo telefonico che era stato tranciato nell’incidente. Sette minatori riuscirono nell’immediatezza a risalire in superficie salvandosi. Alle 8.25 il primo dei sopravvissuti, l’italiano Antonio Iannetta, uscì all’aperto. A quel punto il racconto del superstite rivelò tutta l’orribile gravità della situazione. L’incendio che interessava il livello 975 era risalito fino al livello 715 bloccando i minatori. Alle 8.30 in due scesero nel pozzo per verificare la situazione attraverso il secondo pozzo non interessato dall’incendio. Arrivati al livello 835 si dovettero fermare a causa del fumo e risalire in superficie. Altri sei superstiti, tra cui i due italiani Onorato Pasquarelli e Attilio Zannin, sbucarono dalle viscere della terra e vennero soccorsi. Insieme a Antonio Iannetta furono gli unici italiani a salvarsi dalla tragedia. L’olandese Jean Stromme, dipendente di un’impresa impegnata in alcuni lavori di scavo all’interno della miniera, scese nel pozzo 2 alle 8,30 per avvertire i minatori del pericolo. Non risalì più in superficie.

Alle 8.58 arrivò sul luogo la prima squadra di soccorso. Arrivarono fino a 1035 metri di profondità con l’ascensore del pozzo libero dal fuoco. Purtroppo la gabbia si fermò a 3,5 metri dall’imbocco del cunicolo. La squadra era impossibilitata a lasciare l’ascensore. Venne fatta risalire. Ormai le fiamme stavano attaccando le porte antifuoco che dividevano i due pozzi. Divennero ambedue inutilizzabili per le squadre di soccorso che nel frattempo erano giunte numerose sul posto. I cavi degli ascensori si fusero a causa del calore.

Alle 9.30 due coraggiosi soccorritori, compagni dei minatori rimasti bloccati, scesero a piedi attraverso il nuovo pozzo in costruzione. Al livello 765 il cunicolo di collegamento con la miniera era ostruito. Si iniziò il lavoro per liberarlo e creare un passaggio. Quando verso 12.30 il primo soccorritore riuscì a passare trovò per primo un cavallo morto, di quelli utilizzati per trainare i vagoncini di carbone, e poi alcuni cadaveri di minatori.

Si iniziò nel frattempo la riparazione dell’ascensore del pozzo 1. Fu rimesso in funzione alle 12. Subito scesero alcuni soccorritori ma arrivati a 170 metri di profondità dovettero rinunciare a causa di una sacca di vapore acqueo che bloccava la discesa. Alle 15 un altro gruppo di soccorritori, sceso attraverso il pozzo 1, trovò tre superstiti. In serata vennero scoperti altri tre sopravvissuti. Furono gli unici, insieme ai primi sette, a uscire vivi dalla miniera.

Nel frattempo cresceva la mobilitazione generale in tutto il Belgio, in Francia e in Germania. Nella notte tra l’8 e il 9 agosto fu dislocata a Marcinelle un’imponente macchina di soccorsi, a cui partecipò anche gente comune, per soccorrere i minatori bloccati e dare aiuto e sollievo ai familiari delle vittime e dei dispersi, da dodici ore aggrappati ai cancelli della miniera in attesa di notizie dei loro cari.

Il giorno seguente le squadre di soccorso, formate in gran parte da minatori della miniera “Bois du Cazier”, colleghi di lavoro di quelli che ormai senza vita giacevano nei vari cunicoli, iniziarono la triste opera di recupero dei morti, senza però abbandonare la speranza di trovare ancora qualcuno vivo, speranza che alla fine risultò vana. I deceduti trovati ammassati nei cunicoli venivano infilati nei sacchi e caricati nelle gabbie degli ascensori per essere portati in superficie. Furono necessari due mesi per portare su tutte le vittime della tragedia. Altri giorni furono necessari per effettuare le identificazioni che avvenivano principalmente in via indiretta, dal numero di serie della lampada in dotazione, quando questa veniva ritrovata, oppure mostrando gli abiti indossati dalle vittime ai familiari. Non era possibile il riconoscimento facciale a causa del tempo durante il quale i corpi erano stati immersi nella melma nera formatasi a causa della grande quantità d’acqua utilizzata per spegnere l’incendio. Per alcune vittime non fu possibile l’identificazione. 

I morti, i cui corpi furono tutti recuperati, furono in tutto 262. Gli italiani rappresentavano il numero maggiore di essi: 136. Le vittime belghe furono 95. Si recuperarono anche i corpi di 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 ungheresi, 3 algerini, 2 francesi, 2 sovietici, 1 britannico e 1 olandese.

LE CONSEGUENZE

La reazione in Belgio fu di una collettiva presa di coscienza delle misere condizioni in cui i lavoratori italiani erano tenuti. Autorità e semplici cittadini ebbero modo di verificare, con la tragedia di Marcinelle, gli enormi sacrifici degli immigrati che permettevano al paese di godere di un certo benessere. Il figlio di uno delle vittime raccontò a un giornalista che prima della tragedia un vicino belga tormentava il padre minatore con espressioni di scherno e di disprezzo. Il giorno della tragedia quella stessa persona, disse il giovane, venne a casa nostra in lacrime. Il governo diede agli italiani case degne di questo nome, in modo che potessero richiamare le loro famiglie dall’Italia. Fu data la possibilità ai bambini, attraverso borse di studio e altri aiuti, di frequentare le scuole fino all’università. Oggi tanti di quei figli e nipoti della tragedia occupano posti di rilievo nella società belga.

Ci furono tre inchieste per far luce sulle cause. Quella promossa dal Ministero dell’industria belga, la cui commissione era formata da 27 membri tra cui 5 italiani, si chiuse con una relazione finale in cui i vari gruppi inserirono le proprie considerazioni. I membri italiani individuarono come causa del gran numero di vittime i ventilatori che rimasero accesi dopo lo scoppio dell’incendio inondando di fumo le gallerie. L’inchiesta giudiziaria fu lunga e travagliata, arrivando in Cassazione. La suprema corte belga rimandò alcune parti della sentenza alla corte d’appello di Liegi per la revisione. Il procedimento si concluse con una condanna a sei mesi per un ingegnere della società e con un risarcimento di tre milioni di franchi per due vittime non dipendenti della miniera. Il percorso giudiziario ebbe termine nel 1964 con un accordo tra le parti. La terza inchiesta fu promossa dalla confederazione dei produttori di carbone. Nella relazione di quest’ultima inchiesta furono inserite anche le considerazioni di una minoranza dei membri della commissione che non erano d’accordo sulle conclusioni della stessa.  

La miniera di Marcinelle “Bois du Cazier” continuò a funzionare ancora per un altro decennio prima di essere dismessa definitivamente. Attualmente, per merito dell’associazione degli ex minatori di Marcinelle, la miniera è stata trasformata in un museo, a ricordo del sacrificio dei lavoratori che persero la vita l’8 agosto del 1956.     

LE REAZIONI IN ITALIA

In Italia, dopo i primi giorni in cui la commozione ebbe il sopravvento, ci furono reazioni molto severe. I sindacati e la stampa misero sotto accusa l’accordo firmato dal governo italiano con il Belgio. Quest’accordo prevedeva una serie di obblighi per i lavoratori che erano ingaggiati nelle miniere. Tra questi vi era il divieto, pena la prigione, di licenziarsi dal lavoro prima che fosse trascorso il tempo previsto dal contratto. Il governo italiano protestò con grande vigore con il governo belga per ottenere che fossero assicurati più alti livelli di sicurezza nelle miniere e che fossero previste accettabili sistemazioni logistiche dei lavoratori e delle loro famiglie. Si arrivò alla minaccia di richiamare tutti gli italiani che si trovavano in Belgio se non fossero state apportate integralmente le migliorie. Le autorità belghe risposero positivamente alle richieste italiane anche se i morti nelle miniere continuarono. Non vi furono però altri incidenti della gravità di quello avvenuto a Marcinelle.

La regione che ebbe più vittime tra i propri emigranti nella tragedia di Marcinelle fu l’Abbruzzo con 60 morti, di cui 29 erano originari dei comuni di Manoppello e Lettomanoppello. Altri 22 morti erano di origine pugliese e 12 provenivano dalle Marche. In tutto furono 13 le regioni italiane che ebbero a piangere propri cittadini vittime del disastro.

Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì ai 132 caduti italiani la Medaglia d’Oro al Merito Civile per onorare il sacrificio di quei cittadini che, consapevoli del pericolo mortale che comportava il lavoro in miniera, avevano sacrificato la propria vita per il bene dei loro familiari e per il bene dell’Italia.

(Foto in alto: Catastrofe di Marcinelle, Camille Detraux, 2017, CC BY-SA 4.0)