Chiesa Cattolica a Kerc', detta degli italiani, Водник, 2008 CC BY-SA 3.0

ITALIANI IN CRIMEA

Già al tempo dei romani era presente in Crimea e sulle coste del Mar Nero una nutrita rappresentanza italiana nell’allora Regno del Bosforo, il cui re era vassallo dell’Impero Romano. Nel 1261 la parte meridionale della Crimea e diversi porti del Mar Nero divennero una vera e propria colonia della repubblica di Genova.

INSEDIAMENTI ITALIANI IN CRIMEA

I genovesi avevano occupato stabilmente le città di Sebastopoli, Cembalo (Balaklava), Soldaia (Sudak), Tana (Rostov sul Don) e Caffa (Feodofia). Erano le basi per i loro commerci marittimi verso i paesi dell’Europa orientale e dell’Asia.

Nel 1475 il generale ottomano Gedik Amek Pascià occupò la Crimea meridionale controllata dai genovesi. La Crimea, il sud dell’attuale Ucraina e la Bessarabia divennero province dell’Impero Ottomano. I genovesi poterono continuare a contare sulle loro basi dislocate nelle città portuali godendo della tolleranza degli ottomani.

I russi cercarono invano di sottrarre la Crimea al controllo ottomano con la guerra del 1735/39. Ci riuscirono dopo il vittorioso conflitto russo-turco del 1768/74 conclusosi con la pace di Küçük Kaynarca. L’imperatrice Caterina II di Russia concentrò in Crimea gli ebrei russi. Andarono a sostituire i turchi di religione islamica che nel giro di un secolo abbandonarono la penisola per raggiungere territori ancora sotto controllo ottomano. Nel 1802 la Crimea divenne un governatorato dell’Impero Russo.

All’inizio dell’ottocento ripresero le migrazioni di famiglie italiane verso la Crimea. Esse si stabilirono in particolare nella città di Kerč’. Nel 1820 era viceconsole italiano a Kerč’ Antonio Felice Garibaldi, zio di Giuseppe Garibaldi.

FONDAZIONE DI ODESSA IN UCRAINA

Nel 1794 il napoletano Giuseppe de Ribas, al servizio dei Borbone di Napoli, era ufficiale di collegamento del leggendario ammiraglio russo Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, amante di Caterina II di Russia. Ribas giunse nel villaggio di Khadjber in Ucraina dopo aver partecipato alla guerra Russo-turca per la conquista della Crimea. Vi si fermò organizzando il porto, i magazzini di stoccaggio e allestendo una flotta mercantile. Cambiò il nome del villaggio in Odesso, che la zarina Caterina II volle rettificare in Odessa, facendone una città dove il linguaggio più diffuso era quello napoletano a causa della presenza di numerosi marinai e mercanti partenopei che si era stabiliti nella località ucraina.

Nel 1800 Ribas morì avvelenato da uno dei cospiratori dell’assassinio dello zar Paolo I. Voleva impedire che Ribas denunciasse il complotto, di cui era venuto a conoscenza, organizzato per uccidere lo zar. A Giuseppe de Ribas è dedicato un monumento e una via centrale di Odessa: Derybasivska, dove ancora oggi si trovano diversi negozi con insegna italiana. Il fratello minore di Giuseppe, Felice de Ribas, fu console del Regno di Napoli a Odessa dal 1803 fino al 1845.

Il giovane Giuseppe Garibaldi nel 1824 si imbarcò sulla nave Costanza comandata dall’amico di famiglia Angelo Pesante, giungendo a Odessa e a Taganrog, porto del Mare d’Azov. Nel 1833 tornò a Odessa dove frequentò la comunità italiana del luogo. In città si parlava quasi esclusivamente italiano. Tutte le operazioni mercantili e navali erano concluse nella lingua di Dante. Qui Garibaldi ebbe le prime informazioni sull’organizzazione patriottica “Giovane Italia” fondata e diretta di Giuseppe Mazzini.

Nel 1898 Giovanni Capurro, giornalista del quotidiano Roma, aveva scritto le parole della canzone “O sole mio”, ispirato da una sua segreta fiamma, una splendida signora piemontese sposata con un gentiluomo napoletano. Affidò la poesia al musicista Eduardo di Capua perché ne componesse la musica. Eduardo era in partenza per Odessa. Accompagnava il padre che era violinista in una orchestra. Il complesso era stato ingaggiato per alcuni concerti da tenere nella città ucraina a favore della foltissima rappresentanza italiana del luogo. Di Capua scrisse la musica durante il soggiorno in quella città. Fu ispirato un mattino che, dal balcone della sua camera albergo, poté godere di una splendida alba con il sole che sorgeva dalle acque del Mar Nero.

GUERRA DI CRIMEA

Nel 1853 scoppiò un conflitto tra Francia e Regno Unito, alleati con l’impero ottomano, contro la Russia. L’occasione del conflitto fu una disputa sul controllo dei luoghi santi, ma il motivo vero era che francesi e inglesi non vedevano di buon occhio l’espandersi dell’Impero Russo verso il Mediterraneo. Agli eserciti francese e britannico si era unito un numeroso contingente del Regno di Sardegna, formato da 18.000 uomini comandati dal generale La Marmora. Cavour, capo del governo piemontese, partecipando al conflitto, mirava a ottenere il consenso delle due potenze europee alle sue mire espansionistiche verso il Lombardo-Veneto, la Toscana e l’Emilia. Aveva intenzione di riunire la parte settentrionale della penisola in un Regno d’Italia, sotto la corona dei Savoia. Le forze alleate misero sotto assedio la città di Sebastopoli in Crimea. Il generale inglese FitzRoy Somerset, conosciuto come Lord Raglan era il comandante della spedizione. Lord Raglan aveva perduto un braccio in battaglia e per tale motivo di solito indossava un soprabito con un particolare taglio di manica, che tuttora è chiamato “manica Raglan”. Il generale destinò le truppe piemontesi a Balaklava, l’antica città genovese di Cembalo adiacente a Sebastopoli, la quale era sotto assedio delle truppe alleate. Nel 1855, appena giunto in terra di Crimea, il corpo di spedizione piemontese fu vittima di una epidemia di colera che fece strage tra i militari italiani. Il generale Alessandro La Marmora morì di colera il 7 giugno. Gli italiani parteciparono alla battaglia della Cernaia e alla conquista di Sebastopoli. La stagione invernale fermò le operazioni belliche. Il 28 dicembre la Russia chiese l’armistizio. Il 14 marzo dell’anno seguente, con la firma dell’armistizio, la guerra ebbe termine. I piemontesi contarono 2300 morti per colera. Altri 3000 soldati del contingente morirono per altre malattie. Le perdite in battaglia furono solo 32. Il 15 aprile del 1856 i piemontesi lasciarono la Crimea per raggiungere dopo qualche giorno il porto di La Spezia. La partecipazione alla guerra consentì la spedizione dei Mille di Garibaldi e la successiva unificazione dell’Italia sotto la monarchia dei Savoia senza ostacoli da parte di francesi e inglesi.

MIGRANTI DELLA PUGLIA

Crimea 1854, William Robert Sheperd, Historical Atlas, 1911
Crimea 1854, William Robert Sheperd, Historical Atlas, 1911

Molti degli italiani di Crimea provenivano dalla Puglia. Durante il XIX secolo contadini provenienti principalmente dalle cittadine pugliesi di Trani, Molfetta e Bisceglie migrarono nella penisola sul Mar Nero allettati dalla ampia disponibilità di campi da coltivare a grano. Si concentrarono soprattutto nei pressi della città di Kerč’, richiamati in quella località da conoscenti e parenti che li avevano preceduti e che avevano potuto constatare la fertilità del terreno che permetteva ricche messe di frumento. Il grano, caricato su navi nel porto di Kerč’, veniva trasportato a Bari e a Castellammare di Stabia dove i locali pastifici lo acquistavano in ragione del prezzo particolarmente conveniente. Migrarono dall’Italia anche pescatori e operai dell’industria cantieristica navale, seguiti da rappresentanti delle professioni quali notai, architetti, ingegneri e medici. Tutti ebbero la possibilità di godere di un relativo benessere, tanto che la comunità italiana, che arrivò a contare il 2% della popolazione della Crimea meridionale, rappresentava la classe agiata delle città portuali di Crimea. Nel 1840 la comunità, essendo gli abitanti di origine russa di religione ortodossa e quelli di origine tatara di religione islamica, costruì l’unica chiesa cattolica del luogo a cui fu assegnato un parroco di origine italiana. Tuttora quella chiesa è conosciuta come “Chiesa degli italiani”. Alla vigilia della prima guerra mondiale la comunità contava tra i 3000 e i 5000 membri. C’erano una scuola elementare, una biblioteca, un circolo e una società cooperativa tutte italiane.

LE PERSECUZIONI STALINIANE

Quando Mussolini divenne capo del governo dopo la marcia su Roma, gli italiani di Crimea vennero visti dalle autorità sovietiche quali simpatizzanti del fascismo. Alla fine degli anni venti il governo di Mosca inviò in Crimea gli antifascisti italiani che si erano rifugiati in Russia con il compito di convertire al comunismo i cittadini di origine italiana. I proprietari terrieri furono espropriati delle loro terre che furono collettivizzate nel Kolchoz “Sacco e Vanzetti” dove gli stessi erano obbligati a prestare la loro opera. A capo del kolchoz fu nominato dalle autorità comuniste l’italiano del luogo Marco Simone, uno dei primi ad aderire ai principi della rivoluzione bolscevica. Numerosi furono i membri della comunità, vittime delle purghe staliniane, che sparirono e dei quali non si seppe più nulla.

Con l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dei tedeschi che invasero la Russia con l’operazione Barbarossa, gli italiani di Crimea furono considerati dei nemici in patria. Per tale motivo furono tutti deportati verso i gulag della Siberia. Il 29 gennaio del 1942 i deportati, compresi i rifugiati antifascisti italiani, furono imbarcati nel porto di Kerč’. Raggiunsero via mare Novorossijsk da dove vennero trasferiti a Baku. Dopo l’attraversamento del Mar Caspio vennero distribuiti in varie località del Kazakistan e della Siberia. Solo la metà dei deportati riuscì a raggiungere le mete assegnate. Furono in tanti a morire di stenti durante il viaggio. I primi a cedere furono donne e bambini. Una parte di loro morì nel naufragio di una nave durante l’attraversamento del Mar Caspio. Chi arrivò a destinazione fu processato per tradimento e condannato ai campi di lavoro. Le condizioni climatiche, con temperature che in inverno arrivavano a 40 gradi sottozero, il duro lavoro e la scarsa alimentazione contribuirono alla morte della quasi totalità dei deportati. Erano partiti dalla Crimea in 1500. Riuscirono a rientrare in Crimea molti anni dopo la fine della guerra solo in 78. Alcuni dei deportati rimasero in Kazakistan. Erano in maggioranza donne che, rimaste vedove con figli carico, non ebbero la possibilità o il coraggio di affrontare il lungo viaggio di ritorno. Si rifecero una vita risposandosi e restando in quelle località. Nel complesso furono circa 150 gli italiani che sopravvissero ai campi di lavoro.    

GLI “ITALIANSKI” OGGI

Gli “italianski” rientrati in Crimea trovarono le loro case occupate e i loro beni dispersi. Per un lungo periodo furono costretti a nascondere la loro origine per timore di essere discriminati. Nella maggioranza dei casi i cognomi furono russificati. Dopo la caduta del comunismo alcuni membri della comunità si sono prodigati per ricostruire l’identità italiana e la storia delle varie famiglie, con molte difficolta a causa della distruzione degli archivi avvenuta nel periodo bellico. È stata riconosciuta l’antica origine italiana a circa 300 persone. Negli ultimi anni si è costituita una associazione di italiani di Crimea (C.E.R.K.I.O.) per promuovere la conoscenza della lingua italiana e il riconoscimento dello status di minoranza etnica-linguistica. L’associazione ha curato la ristrutturazione della chiesa cattolica detta “degli italiani” che ai tempi di Stalin era stata adibita a palestra e poi a deposito. Con l’occupazione russa della Crimea si sono allacciati proficui rapporti con le autorità di Mosca. Il 21 settembre del 2015 la comunità italiana di Crimea è stata riconosciuta dal presidente Putin e dal governo locale quale minoranza perseguitata e deportata dallo stalinismo.

(Foto in alto: Chiesa Cattolica a Kerc’, detta degli italiani, Водник, 2008 CC BY-SA 3.0)