Josephine Baker, foto di Lucien Walery, 1926

JOSÉPHINE BAKER, UN’AMERICANA A PARIGI

Una creola afro-americana, con sangue amerindo degli indiani Appalachi nelle vene, divenne una delle dive più famose di Parigi nella prima metà del XX secolo. Si chiamava Freda Joséphine Baker, era nata nel 1906 a St. Louis, nello stato del Missouri. Era figlia di Eddie Carson, un musicista di vaudeville che aveva abbandonato la madre senza riconoscere la figlia. La madre di Joséphine, Carrie McDonald, figlia adottiva di ex schiavi, diede il suo cognome alla piccola. Dopo la primogenita Joséphine, ebbe altre tre figlie.

Joséphine McDonald lasciò a 13 anni la casa materna e la scuola per sposarsi con Willie Wells. L’unione durò ben poco. Joséphine nel frattempo si era innamorata del palcoscenico frequentando il Boxer Washington Theatre. Mise fondo ai suoi pochi risparmi per acquistare i biglietti d’ingresso al teatro. Divenne ballerina in un gruppo che si esibiva in strada, il Jones Family Band. Nel 1921 si risposò con William Howard Baker, del quale conservò il cognome per il resto della vita. Anche il secondo matrimonio ebbe vita breve.

La sua compagnia di vaudeville trovò un ingaggio a New York. Joséphine seguì le sue compagne nella grande città americana riscuotendo un discreto successo nei locali di Manhattan, dove la sua compagnia era ingaggiata. Lasciò la Jones Family Band e fu presa come ballerina di fila dalla compagnia di ballo Shuffle Along che si esibiva nei teatri di Broadway. Il cattivo rapporto con la sua famiglia d’origine e le discriminazioni sofferte a causa del colore della sua pelle la convinsero a trasferirsi a Parigi dove sperava di entrare in una delle compagnie appartenenti ai più famosi locali notturni della capitale francese.

A Parigi fece la ballerina nei locali di Burlesque, una via di mezzo tra la danza e lo strip tease. In breve la folgorante bellezza di Joséphine, merito delle proprie origini, un mix di tanti popoli, e della bravura acquisita negli anni di gavetta come ballerina di strada, contribuirono alla sua definitiva affermazione sui palchi dei locali notturni e dei teatri di Parigi.

Presto divenne famosa esibendosi nei suoi balletti vestita solo con un gonnellino fatto con sedici banane finte. Fu ingaggiata per un tour in Europa dove consolidò il suo successo. Rientrata a Parigi tornò a danzare nello spettacolo delle Folies Bergere dove divenne la stella incontrastata.

Era la prima americana di colore che si esibiva a Parigi. Era la prima americana che aveva preferito l’accogliente Francia al razzismo degli Stati Uniti nei confronti di chi aveva la pelle nera. Era stata testimone, a soli 12 anni, delle violenze contro i negri avvenute nel lato ovest di Saint Louis. Aveva assistito atterrita, insieme agli altri bambini suoi compagni di strada, agli incendi delle case dei neri, alle grida e alla fuga disperata delle famiglie che abitavano quelle povere abitazioni situate al di là del fiume Mississippi, in quella parte della città di St. Louis che appartiene allo stato dell’Illinois.

Nel 1927 aveva conosciuto il sedicente conte siciliano Giuseppe Abatino, chiamato confidenzialmente Pepito. Era stato questo affascinante italiano che l’aveva introdotta nei più esclusivi club di Parigi. George Simemon, che era perdutamente innamorato di Joséphine e della quale era amante, fece delle indagini circa le origini del conte scoprendo e rivelando all’esterrefatta Joséphine che il marito era un impostore. Aveva umili origini ed era registrato all’anagrafe italiana con il mestiere di stuccatore.

Joséphine, conosciuta come la Venere di bronzo, la Perla nera o la Dea d’ebano, si esibiva accompagnata da un ghepardo che spesso fuggiva nella fossa dei musicisti terrorizzando e scompaginando l’orchestra. Questo non faceva altro che eccitare ancor più il pubblico già incantato dalla magnifica nudità della ballerina. Il famoso scrittore Ernest Hemingway, che in quegli anni si trovava a Parigi dove frequentava ogni notte i locali notturni, disse di lei che era “la donna più sensazionale mai vista”. Joséphine interpretò la parte di protagonista nel film “Zouzou”, che racconta la vita di due improbabili gemelli, con un diverso colore della pelle, cresciuti in un circo. Zouzou era interpretata dalla Baker, mentre l’altro gemello Jean, era interpretato da Jean Gabin. Nel 1937 la Baker si sposò Jean Lion con il quale convisse alcuni anni prima di divorziare.

Nel 1939 erano evidenti le mire della Germania nei confronti dell’Europa. Il comandante dei servizi segreti francese Jacques Abtey, rammentando l’attività di Mata Hari, che approfittando della sua notorietà aveva potuto trasformarsi in agente segreto, passandola liscia per un lungo periodo, ingaggiò la più famosa donna di spettacolo di Francia, l’americana Joséphine Baker. Approfittando del suo fascino doveva farsi rivelare segreti militari dai diplomatici e dai militari tedeschi. La Baker, che era infinitamente grata alla Francia, sua patria d’elezione, che le aveva donato il successo, accettò volentieri l’incarico. Voleva rendersi utile a chi l’aveva accolta tanto benevolmente. Inoltre odiava tutte le forme di discriminazione, specialmente quella nazista nei confronti di ebrei e rom.

Iniziò a frequentare le feste che venivano regolarmente date dalle diverse ambasciate presenti a Parigi. In quelle occasioni non mancava di far amicizia con questo o con quel diplomatico tedesco, italiano o giapponese in modo da strappargli notizie che poi trasmetteva al suo referente Jacques Abtey. Oltre a ciò si recava spesso sulla linea del fronte tra Francia e Germania per incontrare i soldati impegnati nelle trincee, per portare il proprio saluto e per offrire piccoli spettacoli dedicati ai militari.

Nel giugno del 1940 i tedeschi avevano invaso la Francia e si avvicinavano alla capitale. La ballerina e cantante americana lasciò in tutta fretta il suo alloggio a Parigi e si rifugiò in campagna dove continuò la sua attività in favore dei resistenti. Anche Charles De Gaulle fu ospite nella sua fattoria prima di espatriare in Inghilterra. Quando l’atmosfera divenne troppo pesante lasciò la Francia e si trasferì in Marocco. Qui fu protetta dal politico locale Ahmed Belbachir, che apparteneva all’entourage della casa reale marocchina. A Casablanca teneva i contatti con la resistenza francese. Inoltre si procurava passaporti falsi per consentire agli ebrei di espatriare dai paesi occupati dai nazisti.

Nel giugno del 1941 Joséphine Baker si ammalò di peritonite e fu sul punto di morire a causa dell’infezione. Restò 18 mesi in ospedale a Casablanca dove fu sottoposta a diverse operazioni. Dopo la guarigione riprese la sua attività in favore dei combattenti alleati. Si recò negli accampamenti dei soldati sparsi in Africa del nord. Era instancabile. I suoi viaggi attraverso il deserto la portarono fino a Gerusalemme. Nell’autunno del 1944 rientrò nella Parigi appena liberata dai tedeschi. Aveva raggiunto il grado di tenente ausiliario dell’esercito francese in ragione dei meriti conquistati sul campo quale agente segreto. Parigi l’accolse come un’eroina. Seduta su una Jeep, vestita con la sua divisa militare, fu acclamata da una folla che si era raccolta ai lati dei viali parigini.

In seguito le furono assegnate la medaglia della resistenza e la Croix de Guerre. Charles De Gaulle la nominò cavaliere della Legion d’onore.

Dopo la guerra riprese i suoi spettacoli nei teatri parigini. La sua vita cambiò quando conobbe il direttore d’orchestra Jo Bouillon che sposò nel 1947. Andò a vivere in un antico maniero, il castello di Milandes, nel comune di Castelnaud-la-Chapelle, nel dipartimento della Dorgogne. Non avendo avuto figli propri adottò 12 bambini, provenienti dalle parti più povere del mondo, formando quella che lei chiamava “la mia tribù arcobaleno”. 

Nel 1949 ritornò in America per una trionfale tournée. Impose che fosse consentito l’accesso alle persone di colore nei club dove si esibiva. Furono 100.000 suoi fans ad Harlem ad acclamarla come “Donna dell’anno”, premio assegnatole dalla National Association for the Advancement of Colored People (NAACP). Nel 1951, in seguito ad un contrasto con il giornalista Walter Winchell, che lei aveva accusato di non essere intervenuto in difesa dell’accesso di persone afro-americane nei club dove si esibiva, fu accusata di simpatie comuniste. In seguito all’accusa le venne ritirato il permesso di lavoro. Ritornò in Francia e per 10 anni non rimise più piede negli Stati Uniti.

Nel 1963 partecipò alla marcia su Washington organizzata da Martin Luther King. Era vestita con la divisa di tenente ausiliaria dell’esercito francese ed esibiva le medaglie ricevute in Francia. Dopo l’assassinio di Luther King fu invitata a prendere il suo posto a capo del Movimento dei diritti civili. Joséphine rifiutò l’incarico poiché non voleva separarsi dei suoi figli adottivi.  

Nel 1966 fu invitata da Fidel Castro per festeggiare il sesto anniversario della rivoluzione cubana. Fece anche alcune tournée in Europa.

Nel frattempo aveva divorziato dal marito affrontando non poche difficoltà economiche a causa delle ingenti spese necessarie a mantenere la sua numerosa famiglia adottiva e il castello di Milandes dove lei abitava. La sua amica Grace Kelly, principessa di Monaco, la sostenne economicamente e la ospitò in un appartamento a Roquebrune dopo che la ballerina-cantante aveva dovuto lasciare il castello a causa dei debiti.

L’8 aprile del 1975 Joséphine Baker partecipò a uno spettacolo in suo onore al Bobino Club di Parigi. Lo spettacolo fu finanziato dai principi Ranieri e Grace di Monaco e da Jacqueline Kennedy Onassis. Nel pubblico erano presenti tra gli altri Sophia Loren, Mick Jagger, Shirley Bassey, Diana Ross e Liza Minnelli. Il 12 aprile successivo fu trovata esamine nel suo appartamento di Roquebrune. Aveva avuto una emorragia cerebrale. Morì poche ore dopo nel vicino ospedale dove era stata ricoverata. Il 30 novembre del 2021 è stata deposta una bara con il suo nome nel Pantheon di Parigi. Questa contiene zolle delle terre dove Joséphine Baker è vissuta: Saint-Louis, New York, Milandes, Parigi e Monaco. I resti mortali della Baker riposano invece nel cimitero di Monaco.

(Foto in alto: Josephine Baker, foto di Lucien Walery, 1926)