Grotta Azzurra 1841, Ivan Konstantinovič Ajvazovskij (1817-1900)

KOPISCH E LA GROTTA AZZURRA

La Grotta Azzurra era ben nota già al tempo dei romani. Veniva utilizzata come ninfeo, tempio dedicato a una ninfa, della villa imperiale di Gradola che era situata sullo sperone di roccia sovrastante la grotta. L’antro era adornato da diverse statue, situate in nicchie ricavate nelle pareti rocciose. Rappresentavano divinità e creature marine.  Le statue sono state recuperate in tempi recenti dal fondo marino, dove erano crollate a causa del tempo trascorso e di violenti mareggiate le cui onde erano riuscite a penetrare all’interno della grotta. Oggi, opportunamente restaurate, sono visibili nel Museo della Casa Rossa, che si trova nell’abitato di Anacapri. La Casa Rossa, chiamata così a causa del colore rosso pompeiano che la contraddistingue, fu costruita dal colonnello americano John Clay MacKowen quale sua residenza sull’isola. Nel museo sono raccolte molte delle cose rinvenute nella villa di Gradola, riscoperta nel 1883 dallo stesso colonnello mentre faceva dei rilievi topografici, avendo intenzione di creare un accesso per la Grotta Azzurra via terra. Il progetto non fu portato a termine forse proprio a causa dei resti della villa che impedivano il passaggio del sentiero che doveva condurre all’apertura dell’antro.

Nell’anno 79 d.C. la villa fu abbandonata dai suoi abitanti a seguito dell’eruzione del Vesuvio che aveva distrutto Pompei ed Ercolano. Enormi quantità di cenere, fuoriuscite dalla bocca del vulcano, avevano raggiunto l’isola coprendo tutto con una spessa coltre. 

Nel medioevo non si perse completamente il ricordo della grotta, che veniva considerata il rifugio di streghe malefiche. Le leggende che la riguardavano raccontavano che la stessa era infestata da diavoli e, in base a storie tramandate di padre in figlio, si credeva che chi vi fosse entrato avrebbe perso il lume della ragione. I pescatori, che ne conoscevano l’esistenza, si mantenevano, con le loro imbarcazioni, a debita distanza dalla stessa per il timore delle maledizioni di cui avevano sentito parlare dalla più tenera età.  

Nel 1822 il poeta e pittore prussiano August Kopisch decide di fare un viaggio in Italia per scoprirne le bellezze. Kopisch che è nato a Breslavia, città che fa parte del regno prussiano, è stato un quotato pittore, attività che ha dovuto abbandonare a causa di un serio infortunio alla mano destra che gli impedisce di dipingere. Si è dedicato pertanto agli studi letterari, sua seconda passione. Il viaggio alla scoperta delle attrattive italiane dura alcuni anni. Dopo aver visitato le città del Grand Tour, Venezia, Firenze e Roma, giunge a Napoli dove si trattiene diversi mesi rapito dal fascino della città e dalla bellezza dei suoi dintorni. Nella città partenopea fa amicizia con il conte August von Platen-Hallermünde, poeta e drammaturgo tedesco, che ha eletto l’Italia a sua seconda patria. È il suo amico von Platen che gli racconta le suggestive atmosfere delle isole che contornano il golfo di Napoli e gli descrive la bellezza della Costiera Amalfitana. Nell’estate del 1826 si imbarca su una piccola nave diretto a Capri. Arriva nel porticciolo di Marina Grande all’imbrunire. Kopisch, con la sua sensibilità di poeta, rimane incantato dalla bellezza del luogo. La visione delle case multi­colori, affacciate sul piccolo molo, rapisce il suo sguardo. Numerosi isolani sono in attesa dell’at­­tracco della nave. Si occupano del trasporto delle merci sbarcate. Caricate le stesse in spalla o sulla soma di un asino percorrono l’erta che conduce all’abitato di Capri o salgono i mille gradini della Scala Fenicia fino ad Anacapri. I più fortunati sono quelli diretti a Capri che devono affrontare un lieve declivio, percorrendo la salita del Truglio e le scale Acquaviva. Si fa avanti uno dei procacciatori di clienti dei vari alberghi presenti sull’isola. Propone di accompagnarlo a una pensione su a Capri. Kopisch accetta. Il fattorino afferra il bagaglio del tedesco avviandosi per la salita del Truglio, diretto alla pensione Pagano. Giunto sulla piazzetta della cittadina il poeta si ferma sorpreso. Rimane incantato alla vista del paesino che si presenta con case disposte su più livelli come in un grande anfiteatro. La pensione si trova in una stradina subito dopo Santo Stefano, la chiesa madre dell’isola. Il proprietario della pensione, Giuseppe Pagano, persona ammodo e accogliente, si presenta come notaio di Capri. Oltre a possedere la pensione di cui si occupano la moglie e le figlie, redige i contratti e i rogiti delle transazioni commerciali e immobiliari che avvengono sull’isola. Appena entra­to nell’edificio che ospita la pensione, Kopisch nota delle ampie librerie con molti libri antichi. La raccolta di tomi antichi è un altro degli interessi dell’albergatore. La sera, durante la cena, il notaio descrive al poeta prussiano le bellezze dell’isola e, visto l’interesse che suscitano le sue parole, promette di fargli conoscere i suoi amici. Dopo cena sale, accompagnato da tutta la famiglia e insieme agli ospiti della pensione, sul terrazzo da dove si ammira una veduta notturna che abbraccia tutto il golfo di Napoli e buona parte di Capri. I giorni seguenti vengono trascorsi da Kopisch facendo escursioni alla scoperta delle rovine delle ville imperiali. Non mancano gite sulla cima del monte Solaro, dove si ammira un panorama a 360 gradi, e passeggiate allo scoglio delle Sirene a Marina Piccola, insenatura che si trova sul lato dell’isola opposto a dove è situata Marina Grande. Il poeta non può fare a meno di collegare lo scoglio al racconto dell’Odissea che descrive l’episodio di Ulisse legato all’albero della sua nave per ascoltare il canto delle sirene. Kopisch trascorre le ore più calde della giornata leggendo alcuni libri della biblioteca della pensione che riguardano la storia di Capri. Passa le serate impegnato in conversazioni con alcuni isolani amici del proprietario dell’albergo. Nella piazzetta della cittadina incontra un pittore tedesco, Ernst Fries. Il pittore si trova da qualche tempo sull’isola alla ricerca di scorci di paesaggio da riportare sulle tele. Presto i due, legati dalla comune origine e dalla lingua, stringono amicizia.

Questa storia è tratta dal volume “RACCONTI DA CAPRI” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Una volta visitati tutti i posti più belli Kopisch chiede al suo ospite Giuseppe Pagano di organizzare alcune escursioni in barca per visitare le coste rocciose e frastagliate dell’isola, volendole ammirare dal punto di vista dei pescatori. Il giorno seguente l’albergatore soddisfa il desiderio di August presentandogli un anziano ed esperto marinaio, Angelo Ferraro, disposto a condurlo con la sua barca alla scoperta di baie e insenature.

Una sera, di ritorno da una di queste escursioni marine, dopo aver consumato la cena, il notaio Pagano si accinge a raccontare una leggenda dell’isola. Ma, nello stesso tempo, si mostra riluttante, come se tema qualcosa per cui poi si debba pentire di quanto narrato. Per spiegare il suo atteggiamento rivela a Kopisch e al suo amico Ernst Fries che a causa di quello che sta per dire era stato lungamente preso in giro dai suoi amici e ha paura che lo stesso capiti adesso. Preso dalla curiosità August incoraggia l’albergatore a proseguire nella sua storia. Finalmente Pagano si decide a raccontare di quello che è a sua conoscenza. Circa trent’anni prima alcuni pescatori gli avevano confidato di una diceria dei loro nonni circa una grotta maledetta, un antro del diavolo, che si trova in una località dell’isola chiamata Grottelle, nei pressi della torre di Damecuta, sottostante a uno sperone di roccia dove ancora si distinguono le rovine di una villa fatta costruire dall’imperatore Tiberio. È tale la forza delle antiche leggende che i pescatori e i marinai dell’isola, conoscendo la fama maledetta della grotta, girano al largo quando si trovano a passare davanti al suo ingresso. Un giorno due preti, decisi a sfatare la leggenda della maledizione della grotta, decisero di entrare nella stessa per esplorarla. Poiché l’ingresso dell’antro è talmente basso sul livello del mare da non permettere a una barca di entrare, i due coraggiosi preti si inoltrarono all’interno nuotando a larghe bracciate. Poco dopo il pescatore che aveva condotto i due sul posto con la sua imbarcazione li vide tornare indietro, che nuota­vano velocemente e affannosamente. Saliti a bordo sembravano scon­volti. Raccontarono confusamente che la grotta si presentava all’interno con l’ampiezza di un tempio. Una roccia situata in fondo alla stessa, che fuorusciva dall’acqua, aveva le sembianze di un altare. Raccontarono inoltre che, ai due lati della grotta, le pareti dell’antro presentavano delle nicchie nelle quali si trovavano delle statue. I due, spaventati, avevano pensato di trovarsi nel tempio del diavolo ed erano precipitosamente tornati indietro.

Il notaio confida ai suoi due amici tedeschi che negli anni della sua giovinezza aveva avuto la tentazione di esplorare la grotta ma, non avendo trovato nessuno disposto ad accompagnarlo, era stato costretto a rinunciare a quell’avventura. In seguito le responsabilità familiari e gli impegni professionali lo avevano distolto dal desiderio di esplorazione. Ora da anziano avrebbe volentieri soddisfatto la sua curiosità. Egli è convinto che la grotta abbia un collegamento sotterraneo con la sovrastante villa di Tiberio. Kopisch e l’amico Fries, che desiderano esplorare a fondo l’isola, non credendo alle malefiche superstizioni, si mostrano entusiasti di accompagnarlo nell’avven­tura. In gran segreto i tre amici preparano l’escursione nella grotta. Il notaio non informa neanche la sua famiglia della sua intenzione temendo che i suoi cari gli impediscano questo colpo di testa. Pagano chiede ad Angelo Ferraro se è disposto ad accompagnarli in barca fino all’ingresso dell’antro. Il vecchio marinaio accetta. Insieme a quei tre coraggiosi non teme niente. Poiché la grotta, dall’esterno, si presenta piccola e molto bassa, Pagano dà incarico all’anziano marinaio di procurarsi delle torce da legare su un galleggiante fatto di paglia, in modo da poterle spingere nuotando. Le torce dovranno rompere il buio e permettere l’esplorazione della grotta. Nel frattempo il fratello del notaio, prete presso la chiesa di Santo Stefano, resosi conto delle intenzioni del gruppo, cerca di scoraggiare la visita di quel luogo, ricordando loro tutte le leggende che ne raccontano la maledizione. Anche la moglie e le figlie dell’albergatore intervengono nella discussione per distogliere il loro caro da quella pericolosa impresa, ma ormai la decisione è presa e nessuno si tira indietro. La serata termina con una ricca cena, servita dalla moglie e dalle figlie del Pagano. In cuor loro le donne pensano che quella sia l’ultima cena del proprio caro e dei suoi amici. Il notaio stappa un fiaschetto di ottimo vino, appartenente alla riserva delle occasioni speciali. Il vino fa il suo effetto e la cena si svolge nell’allegria generale.

La mattina seguente, il 17 agosto, Kopisch, Fries e Pagano partono da Capri di buonora. Scendendo le scale Acquaviva, giungono al porticciolo di Marina Grande dove li stanno ad aspettare il marinaio Angelo e un asinaio suo amico, Michele Federico, che li accompagnerà in barca. I cinque compagni d’avventura si sistemano sullo scafo con i loro bagagli: un po’ di attrezzature, fogli e pastelli per disegnare la grotta, del cibo, avendo intenzione di trascorrere l’intera giornata in barca. Il marinaio e l’asinaio si sistemano ai remi e iniziano la voga. Usciti dal porticciolo si dirigono verso ovest. Dopo circa due miglia di lenta navigazione giungono all’altezza della grotta. Il marinaio indica ai suoi compagni d’avventura una piccola fessura nella roccia. È tanto bassa che bisogna entrare necessariamente a nuoto. Kopisch, Fries e Ferraro si preparano a tuffarsi liberandosi dei loro vestiti. Pagano appare il più titubante. Incoraggiato dagli amici decide di prepararsi per la nuotata. Entrano tutti in acqua e, accompagnati dalla barca, arrivano fin all’ingresso dell’antro. Michele Federico, sulla barca, provvede ad accendere le torce che sono legate a un galleggiante il quale viene appoggiato sull’acqua. In fila indiana i quattro, nuotando in uno stile che assomiglia a quello chiamato “rana”, spingendo avanti a loro il galleggiante, entrano lentamente nella grotta. Le torce la illuminano. Un antro di enorme dimensione appare ai loro occhi. L’acqua di un colore blu intenso riverbera tutt’intorno quel meraviglioso colore. Anche le facce dei nuotatori appaiono di quel colore. Le pareti rocciose della grotta, al contrario del racconto dei due preti riportato dal Pagano, non presentano statue anche se si intravedono alcune nicchie vuote. Ma questa mancanza non lede la superba bellezza della grotta. I quattro arrivano in fondo dove emerge una piccola spiaggetta. Escono dall’acqua. Il loro timore è svanito. La sorpresa e la meraviglia invadono i loro animi nell’ammirare la bellezza e l’imponenza della grotta. Il notaio, guardando verso il fondo, dove il buio ha il sopravvento sull’illuminazione delle torce, dice che in quella direzione ci dovrebbe essere un tunnel, il collegamento sotterraneo che crede esistere tra le rovine della villa sovrastante e la grotta. In effetti c’è un foro da dove s’intravede il cielo. Un fascio di luce lo attraversa illuminando parzialmente l’interno della grotta, rivelando l’intrico di stalattiti ed evidenziando la meravigliosa luce blu che si riflette su tutto.

Kopisch e Fries decidono riportare sugli album da disegno quello che stanno ammirando. Si rigettano in acqua e raggiungono a nuoto la barca che li attende subito fuori. Prendono tutto il loro armamentario di matite e fogli e rientrano spingendo davanti a loro il galleggiante con il necessario per disegnare le meraviglia della grotta. Sistemano sulla spiaggetta la loro attrezzatura apprestandosi a tracciare sui fogli quello che vedono i loro occhi. Pagano e il marinaio, annoiandosi mentre i due tedeschi disegnano la grotta, decidono di uscire all’aperto e di raggiungere la barca. Il proprietario del terreno sovrastante la grotta, che si trova in quel momento occupato in alcune faccende agricole a poca distanza da dove si trova la barca alla fonda, notando gli strani movimenti di quel gruppo di nuotatori, si avvicina alla riva. Riconosce il notaio al quale chiede la ragione delle loro inconsuete nuotate. Il notaio racconta della grotta e della sua bellezza. Il proprietario del terreno, ritenendosi proprietario anche della grotta, si libera senza esitare degli abiti e si tuffa in acqua, curioso di visitarla. Entra a nuoto dentro l’antro. Dopo poco ne esce, mostrando un grande stupore. La considera una sua proprietà ma in tanti anni non aveva mai pensato di entrare a visitare quella meraviglia. I due tedeschi, terminati i disegni e raggiunti dal notaio Pagano che è rientrato nella grotta, si accingono a visitarne la parte più in fondo della stessa, che emerge dall’acqua. Da quel lato il buio è totale e il gruppo cammina in fila indiana facendosi strada alla luce delle torce tra colonne formatesi nei secoli con i depositi calcarei dell’acqua che gocciola dalla volta. Stalattiti e stalagmiti appaiono, nella debole luce, come tanti scheletri di giganti prigionieri. L’antro diventa sempre più ampio, una sorta di tempio sotterraneo, tanto che quei coraggiosi iniziano a preoccuparsi di non ritrovare più la via per tornare indietro. E in effetti il ritorno è pieno di difficoltà. Credendo di aver preso la giusta direzione si ritrovano invece in un ramo cieco della grotta. Vengono presi dal panico. Decidono allora di segnare il loro passaggio con dei piccoli cumuli di pietre. Le torce, avendo consumato l’olio di cui si alimentano, si spengono una ad una.

In breve si ritrovano nel buio più completo. Fortunatamente riescono a raggiungere, appe­na in tempo, la spiaggetta da dove si intravede l’ingresso illuminato dalla luce del giorno. Adesso si trovano dove avevano lasciato gli attrezzi da disegno. Gli amici tedeschi raccolgono il loro materiale. Poi tutti si tuffano in acqua per tornare sulla barca.

Una volta in barca decidono di completare il giro dell’isola. Hanno così modo di ammirare le innumerevoli altre grotte che si affacciano sul mare, situate sul lato ovest dell’isola. Angelo Ferraro, ai remi, non manca di raccontare leggende che riguardano ogni angolo della costa. Arrivati a Marina Piccola si fermano per una breve sosta sulla spiaggia. Fries stanco e scosso dalle emozioni dell’intensa giornata preferisce proseguire a piedi verso Capri. Lo accompagna Pagano. I due salgono per lo stretto viottolo che si arrampica fino all’abitato che oggi è chiamato Via Mulo. Kopisch fa compagnia al marinaio e all’asinaio continuando il periplo dell’isola via mare. Partiti subito dopo una breve colazione navigano attraverso i faraglioni poco dopo Marina Piccola.

Completano il giro passando al di sotto dello stra­piombo del monte Tiberio sulla cui sommità si trovano le rovine della villa dell’imperatore omonimo.

Subito dopo sono in vista del porticciolo di Marina Grande. La notizia della scoperta della grotta ha già fatto il giro dell’isola. Quando toccano terra una piccola folla li guarda con fare severo. I capresi, in cuor loro, li rimproverano di aver sfidato la maledizione della grotta del diavolo. Kopisch torna all’albergo, dove insieme agli altri consuma una lauta cena che la moglie del notaio ha preparato per festeggiare il ritorno da quella che considerava una pazzia. Pagano invita August Kopisch a registrare sul quaderno degli ospiti la scoperta che hanno fatto. C’è indecisione sul nome da assegnare alla grotta. Il notaio esprime l’idea di darle come nome quello di Kopisch, con la recondita speranza che l’ospite, per gentilezza nei suoi confronti, proponga di chiamarla Grotta Pagano. Alla fine Kopisch sceglie “Grotta Azzurra” in omaggio al colore della grotta.

August Kopisch, di ritorno in Germania, scrive il libro “La scoperta della Grotta Azzurra” che ottiene una larga diffu­sione nel suo paese. Negli anni seguenti saranno numerosi i turisti tedeschi desiderosi di visitare la Grotta Azzurra, così mirabilmente descritta nel libro del Kopisch. Capri diventerà una delle mete del Grand Tour, con Venezia, Firenze e Roma.

(Immagine in alto: Grotta Azzurra, Ivan Ajvazovskij, 1817-1900)