Colonnello garibaldino Pietro Spangaro

LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO

Capitolo di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

Era molto difficile, pressoché impossibile, visitare gli avamposti dell’esercito italiano il giorno dopo il combattimento. Ho già chiarito i motivi che mi avevano spinta due volte a Caserta e a Santa Maria. Non avevo avuto la possibilità di andare oltre e mi restava una grande curiosità di visitare Sant’Angelo, questo piccolo villaggio, una volta così tranquillo, ma che nell’ultimo mese era stato teatro di così tante sanguinose lotte; quanti valenti patrioti erano caduti nei suoi burroni e nei suoi campi di olivi.

Arrivammo il 20 ottobre, alla vigilia del voto plebiscitario. Da un paio di giorni una sorta di apatia si era impadronita degli uomini che combattevano a Capua, si erano accese solo piccole scaramucce. I battaglioni di Garibaldi sembravano in attesa, per sferrare l’attacco decisivo, dell’arrivo delle truppe guidate da Vittorio Emanuele; il voto del Plebiscito sarebbe stato la consacrazione dell’accordo tra questi due eserciti che erano destinati a fondersi. Approfittai di questo strano tacer delle armi per passare la notte a Caserta sabato 20 ottobre. Rimasi d’accordo con tre viaggiatori, ospiti del mio stesso albergo, la mattina seguente mi avrebbero accompagnata agli avamposti con la loro carrozza. Sapevo che tutti i miei amici ufficiali garibaldini erano stati consegnati a causa della votazione del giorno successivo e non potevano lasciare Caserta.

Salii sull’unico vagone di prima classe del treno che sarebbe partito dopo due ore, allorché mi resi conto che era completamente pieno. Alfred Bliman de Monteiro, che era tra i viaggiatori, si alzò, offrendomi il suo posto, e si sedette su una borsa piena di soldi. Servivano per la paga del reggimento inglese che questo giovane ufficiale aveva appena ritirato dal Ministero della Guerra, per consegnarla al quartier generale delle truppe di stanza a Sant’Angelo.

Mi trovai seduta accanto a un colonnello polacco che serviva nell’esercito di Garibaldi e che si recava agli avamposti di Santa Maria; aveva fatto le sue prime esperienze sotto il comando del coraggioso generale Pettition, il cui ricordo ancora lo infiammava durante le battaglie. Gli parlai delle due affascinanti figlie del valoroso generale, che avevano allietato la sua vecchiaia con tanta tenerezza, intelligenza e poesia. Il colonnello mi fece notare, seduta in un angolo del vagone, una signora avvolta in un grande scialle di seta nera; il suo viso aveva un’espressione severa e triste; i suoi tratti regolari erano incorniciati da riccioli bianchi e setosi.

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Sentendomi parlare con il colonnello in francese, mi chiese nella stessa lingua alcune informazioni. Era Lady Dorothea Campbell. Ho già nominato suo figlio parlando della legione inglese; era stato uno dei primi ad arrivare per unirsi a Garibaldi fin dall’inizio dell’assedio di Capua. Allora sua madre, come per salvaguardarlo con il suo amore, aveva lasciato Londra, con le sue confortevoli e lussuose abitudini, ed era venuta a stabilirsi a Napoli. Ogni settimana si recava al campo militare per portare al figlio cibo e vestiti. Rimasi profondamente commossa dalla vista di questa gran signora la cui devozione materna faceva dimenticare la tanta stanchezza e talvolta il pericolo di queste escursioni. Quel giorno temeva di non trovare una vettura a Caserta che la portasse a Sant’Angelo la sera stessa. La presentai a Bliman de Monteiro. Stava recandosi al quartiere militare inglese e offrì a Lady Campbell un posto nella sua carrozza. Nel separarmi da Lady Campbell, rimasi d’accordo con lei di attenderla la sera, alle nove, davanti al portone del palazzo reale. Nel caso non fosse potuta partire per Napoli la sera stessa, avrebbe condiviso la mia stanza.

Il palazzo era diventato quasi deserto. Le porte erano chiuse, i cortili silenziosi. Non c’era più quel disordine e quel chiasso di bivacco che avevo trovato lì dopo i combattimenti del 1° e del 2 ottobre. Dormii tranquilla, e il giorno seguente, all’ora prestabilita, incontrai, in una delle sale del palazzo, i miei tre compagni d’albergo con i quali mi ero accordata per raggiungere gli avamposti. Salii sulla carrozza che era appena arrivata con questi signori, e percorremmo insieme Caserta, in festa per il voto del plebiscito. La Guardia Nazionale, con le bandiere spiegate e con la banda musicale in testa, sfilava per le strade; le finestre erano pavesate con le lenzuola; ma quello che era più decorativo e che vivacizzava in modo particolare la cittadina erano le fila di soldati garibaldini, preceduti dai loro ufficiali in uniforme, che aspettavano per votare mentre cantavano il loro inno di battaglia. Vedemmo su un cavallo il valoroso colonnello Spangaro di Milano, circondato dal suo brillante stato maggiore. Uno dei miei tre compagni di viaggio era amico del colonnello; me lo presentò. Fu un onore stringere la mano di quest’uomo coraggioso, che si era battuto eroicamente nei terribili scontri del 1° ottobre e che aveva meritato le seguenti parole in un ordine del giorno di Garibaldi: «Sono molto contento di voi, dei vostri ufficiali e dei vostri soldati; gran parte della gloria di questo giorno è dovuta al vostro coraggio e all’amore che portate per la causa dell’Italia».

Il colonnello ci invitò a cena, al ritorno dalla nostra escursione a Sant’Angelo. Appena lasciammo il colonnello, Garibaldi, che stava andando a Napoli, passò accanto a noi su una carrozza; alla sua destra sedeva il suo vecchio amico Gusmaroli, ombra protettiva e, per meglio dire, baluardo del grand’uomo; gli assomiglia; sembra suo padre. Ci scambiammo un saluto amichevole, al quale il dittatore si associò, sovrappensiero, con un cenno della testa.

Muniti di un salvacondotto per gli avamposti, attraversammo rapidamente Santa Maria, della quale avevo il triste ricordo del 3 ottobre. Come Caserta, anche questo paese era in festa per il voto del plebiscito.

Questi signori avevano riempito il cassone della vettura con sigari e bottiglie di vino, salumi e frutta destinati a soldati e ufficiali, perché all’accampamento i soldati non disdegnavano queste possibili attenzioni. Facemmo la nostra prima distribuzione, uscendo da Santa Maria, ai soldati di fanteria piemontesi, che poterono così fumare i sigari al sole, seduti sul pagliericcio che serviva loro da letto la sera. Subito, come per ringraziarci, un brigadiere staccò una piccola stampa da un muro, che ci porse infilzata sulla punta della sua baionetta; era un dispaccio telegrafico del generale Cialdini che annunciava la sconfitta dei regi. Il vincitore di Lamoricière aveva appena catturato un generale e ottocento soldati borbonici.

Stavamo viaggiando in una giornata meravigliosa; tutta la luce del cielo di Napoli si rifletteva su una campagna ancora verde. La nostra vettura percorreva un’ampia strada sabbiosa, delimitata a destra e a sinistra da uliveti secolari.

Gli alberi a destra si estendevano fino ai primi declivi delle alte montagne che fendevano il cielo con le loro superbe creste. Le legioni inglesi erano accampate a sinistra, vicino a una casa bianca. A destra incontrammo prima un distaccamento di fanteria piemontese, poi un altro di bersaglieri e, infine, il battaglione di artiglieria comandato dal capitano Savio. Lui si trovava tra i cannoni delle sue batterie e stava dando alcuni ordini. Fu molto sorpreso quando mi vide. Lo trovai magro e pallido. Non erano stati solo i ventitré giorni di bivacco che lo avevano cambiato. Suo fratello, suo compagno e amico, era stato ucciso durante l’assedio di Ancona; era morto in un’azione eroica che tutti i giornali avevano riportato. Ma cosa rappresenta la gloria (gloria, ahimè, passeggera) a fronte degli affetti che fanno parte della nostra stessa vita e che la sorte può privarcene improvvisamente? Contro tali dolori non c’è, per il soldato, che l’azione di guerra, come per l’artista lo stordimento del lavoro e del pensiero. Strinsi la mano del capitano Savio e, per distrarlo un momento da una disgrazia così grande, gli chiesi di accompagnarci sulle alture di Sant’Angelo, dove erano piazzate diverse batterie di cannoni. Mi rispose che presto si sarebbe unito a noi. Lasciammo il campo di artiglieria, regalando ai soldati bottiglie di vino, sigari e frutta.

La vettura svoltò a destra, in una sorta di gola, e ci condusse alle prime case del paese di Sant’Angelo, quasi del tutto abbandonato dai suoi abitanti. I più vecchi e i più giovani erano rimasti nascosti nei tuguri meno esposti. Alcuni piccoli mendicanti uscirono dalle porte avvicinandosi per chiederci l’elemosina; una donna anziana con la testa inclinata, con i capelli aggrovigliati e giallastri come la canapa della sua cesta, filava al sole, sotto un albero di fico. La nostra vettura si fermò davanti alla chiesetta chiusa del borgo, dove assoldammo una guida per condurci sulle alture, seguendo sentieri pressoché impraticabili. C’era un’altra strada più ampia attraverso la quale la vettura poteva raggiungere gli ultimi altopiani della roccia. Questa strada era stata aperta dagli artiglieri. Lo stretto sentiero che seguivamo era frequentato dai caprai. Dovemmo superare una casa bianca un po’ più grande delle altre miserabili case di questo paese; questa era la casa da dove Garibaldi aveva guidato i suoi uomini con l’aiuto di un cannocchiale puntato verso Capua.

Continuammo senza soste la nostra marcia, quando vidi venire verso di noi, attraverso le rocce, il capitano Savio montato su un destriero. L’animale galoppava veloce verso di noi. All’improvviso si impennò e sembrò che stesse per precipitare nel burrone che costeggiava il sentiero che stavamo percorrendo. Già i suoi due zoccoli anteriori stavano sollevati nel vuoto; fu merito del capitano Savio che, con ammirevole sangue freddo, riuscì a salvarsi; si buttò verso il lato a monte del sentiero, poi aiutò la guida a rimettere il cavallo in sicurezza. Mentre mi complimentavo per la sua presenza di spirito, mi disse con un sorriso malinconico: «Non c’è nulla da meravigliarsi, signora? Siamo abituati a vivere in compagnia della morte e del pericolo, e dobbiamo trattare essi con disinvoltura. Qui», aggiunse, «siamo appena arrivati nel luogo in cui ebbe inizio l’attacco dei regi il 1° ottobre. Garibaldi aveva lasciato Caserta prima dell’alba e mi fece sedere accanto a lui sulla carrozza», continuò il capitano Savio. «Eravamo seguiti da un distaccamento di garibaldini e dai miei venti cannonieri che guidavano quattro batterie. L’alba biancheggiava mentre attraversavamo il paese di Sant’Angelo. Non ci accorgemmo dei regi in agguato nei burroni e sotto gli alberi: improvvisamen­te una scarica di fucileria ci rivelò la loro presenza. Ci precipitammo tutti fuori dalla vettura con la spada sguainata, Garibaldi fu il primo e il più veloce di tutti. Per far riprendere i soldati, gridò: «Viva l’Italia e viva Garibaldi!» Sapeva che il suo nome magico avrebbe respinto il nemico e moltiplicato la forza dei suoi uomini. I morti cadevano da entrambe le parti, le pietre e i cespugli di fronte a voi erano disseminati di corpi. Abbiamo combattuto barcollanti sui pendii scivolosi, come uomini ubriachi, e in effetti eravamo ubriachi di feroce frenesia di combattimento; fu uno scontro corpo a corpo dove ci si stringeva fino a soffocare. I miei cannonieri puntarono i loro quattro pezzi creando profondi vuoti nei ranghi nemici. Presto la battaglia divampò su tutto il fronte. Arrivò anche il resto dell’artiglieria. I bersaglieri e la fanteria piemontese rafforzarono i reggimenti garibaldini».

Mentre il capitano Savio mi raccontava l’inizio di quella sanguinosa giornata, raggiungemmo la cima della montagna. Sulla cima più alta c’erano ancora quattro cannoni piemontesi; gli artiglieri, operando intorno ai loro pezzi, lanciavano proiettili sulla riva destra del Volturno ancora occupata dai regi. La riva sinistra del fiume formava un’ansa ai piedi delle rocce, sotto di noi. I soldati borbonici, al riparo di una grande fattoria, rispondevano al fuoco dei cannonieri piemontesi. Diverse bombe caddero a pochi passi da noi. Dominavamo la vasta pianura in cui si trova Capua. Vedevamo le cupole, gli edifici, le case, i giardini, le terrazze della graziosa città raggruppate ai margini del Volturno. All’orizzonte si intravedeva il mare blu che si confondeva con il colore del cielo. A sinistra, sullo sfondo, si vedeva il profilo di un promontorio, la cui punta sporgeva sulla riva del mare. Là c’era Gaeta, l’ultimo covo della tirannia morente. La pianura che il mio sguardo abbracciava era fresca e ridente, costellata di ville e piccoli villaggi. 

Le devastazioni commesse dai regi non si percepivano a distanza. I pezzi di artiglieria continuavano a sparare da una riva all’altra. Toccai i cannoni piemontesi, erano ancora caldi e fumanti. Il tempo era splendido, c’era vita da ogni parte; non so perché, ma in questa bella giornata questo gioco di guerra non mi spaventava. Mi sembrava che questi proiettili non potessero raggiungermi, e se fossi stata colpita, questa morte mi sarebbe sembrata meno cupa di una morte a Parigi, sotto un cielo plumbeo di nebbia. Morire in pieno sole è il mio più fervido desiderio; sento sempre più le mie origini greche. Tuttavia, se una grande battaglia fosse stata improvvisamente combattuta in questa pianura, sotto di me, se la stessa si fosse completamente coperta di cadaveri, la bellezza del cielo e lo splendore della natura mi sarebbero sembrati una presa in giro del destino, l’implacabile sconosciuto… Sarei voluta rimanere fino a notte su questo monte, per vedere l’effetto dei bagliori e per ascoltare il suono delle bombe nell’oscurità notturna.

Ma la cena del colonnello Spangaro ci aspettava. Scendemmo per la strada ampia e agevole fino alla vettura che ci attendeva. Facemmo una deviazione a sini­stra per visitare la chiesetta di Sant’Angelo. Quando ci avvicinammo, udimmo dei gemiti; entrammo e vedemmo tre soldati inglesi feriti, dimenticati da ventiquattr’ore nella navata abbandonata. I miei compagni di viaggio li rianimarono con un po’ di buon vino e diedero loro della frutta per sedare la loro sete; le loro ferite non erano gravi, e loro ci salutarono con un: «Arrivederci!» convinto. Ci separammo con dispiacere dal capitano Savio e tornammo sulla carrozza.

La cena del colonnello Spangaro fu affascinante. Tra i suoi ospiti c’era il commissario di guerra Marinoni, il cui spirito vivace e la cordiale benevolenza resisteva a tutte le fatiche della vita dei campi di battaglia; c’era l’aiutante di campo del colonnello, un ufficiale polacco la cui distinzione mi colpì, il cui nome mi sfugge, un cittadino di Parigi che, prima di essere stato un combattente per l’indipendenza, frequentava la vita elegante di Parigi, i nostri salotti, i nostri teatri e il lusso sfrenato della capitale la cui ostentazione sempre crescente annulla tutti gli ideali e pervade il cuore e la mente. Il giovane ufficiale polacco concordava con me che lo spettacolo che l’Italia ci stava dando in quel momento era più grande, più sano, più emozionante di tutte le meraviglie e di tutte le curiosità materiali di cui Parigi è diventata il centro.

Il colonnello Spangaro ha una testa bella ed espressiva che porta la nobile impronta dei suoi sentimenti abituali. Ci lasciammo con la promessa di una sua visita a Napoli.

Erano le nove quando partimmo da Caserta. La vet­tura, più veloce delle malandate locomotive, percorse il grande viale reale di fronte al palazzo. Questa strada aveva qualcosa di fiabesco, al chiarore di una di quelle notti italiane che proiettavano sulla natura una sfumatura al tempo stesso perlacea e iridescente. Fino a Napoli la vecchia strada reale è superba; a tratti offre degli angoli di paesaggio dove uno vorrebbe vivere, ville capricciosamente situate, pini marittimi raggruppati come in un teatro, rocce coperte da una ricca vegetazione.

Entrammo a Napoli dal lato di Capodimonte; tutti i monumenti, come tutte le strade, erano illuminati. Bande gioiose attraversavano la città, portando bandiere, torce e busti coronati di alloro di Garibaldi e Vittorio Emanuele; era il festeggiamento dell’esito del voto del plebiscito, di quell’imponente assenso popolare che rese l’Italia un solo corpo robusto e potente.

(Immagine in alto: Colonnello garibaldino Pietro Spangaro)