La carestia in Irlanda, Illustrated London News, 1849

LA GRANDE CARESTIA IN IRLANDA

Il 1847 fu l’anno in cui la grande carestia raggiunse il suo apice. Un milione e mezzo di irlandesi morì a causa della denutrizione. Un altro milione e mezzo fuggì in Nordamerica e in Australia. La società irlandese ne rimase sconvolta. Le conseguenze di quella carestia influiscono ancora oggi la vita dell’isola.

L’OCCUPAZIONE INGLESE

A inizio del 1600 l’Inghilterra, guidata dalla dinastia Tudor, consolidò la conquista dell’Irlanda. Una gran quantità di coloni inglesi e scozzesi si trasferirono nella vicina isola. Questi ebbero in proprietà vasti appezzamenti di terra espropriati ai poveri contadini del luogo. Nel 1800, con l’Act of Union, fu sancita l’unione tra i regni di Gran Bretagna e d’Irlanda, con la nascita del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. In seguito all’unione gli irlandesi furono sottoposti alle leggi inglesi. L’Unione portò anche benefici. Si registrò una discreta industrializzazione della parte nord dell’isola, l’Ulster, con lo sviluppo dell’industria del lino e navalmeccanica. I latifondisti inglesi incrementarono l’allevamento bovino e ovino. La produzione di carne e lana veniva però interamente esportata in Gran Bretagna. Inoltre si diffuse la produzione di cereali e dei relativi mulini per la loro lavorazione. La farina veniva imbarcata nel porto di Cork con destinazione Inghilterra.

LA CARESTIA

Negli anni precedenti la carestia l’isola aveva conosciuto un grande incremento della popolazione, merito delle migliori condizioni di vita che si erano diffuse tra gli abitanti, questo nonostante che l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, in gran parte destinati all’esportazione, aveva creato difficoltà economiche dei contadini irlandesi di religione cattolica. I loro consumi si concentrarono sui prodotti più poveri, per tal motivo non esportabili, quali le patate e i pomodori.

Nel 1830 il governo inglese promosse un’inchiesta sulla povertà in Irlanda, nominando un’apposita commissione. L’esito dell’inchiesta non fu preso in considerazione dal governo che ritenne di affidare un supplemento d’indagine a uno dei membri della commissione. In seguito a questo supplemento si giunse alla conclusione di adottare lo stesso metodo in essere in Inghilterra per combattere la povertà. Furono pertanto istituite le “Workhouses”, dove trovavano rifugio i più poveri.

Nel 1845 la peronospera della patata e del pomodoro, una malattia esiziale per le piante, colpì la maggior parte delle coltivazioni, diffuse principalmente nella parte occidentale dell’isola. Iniziarono raccolti scarsi dei due prodotti, base della nutrizione della popolazione più povera. Le Workhouses, che fino ad allora erano rimaste quasi inutilizzate, divennero il rifugio di migliaia di agricoltori che, a causa della peronospera, non riuscivano più a produrre, nei loro piccoli poderi, quantità sufficienti di patate e pomodori necessari a sfamare le loro famiglie. I muretti a secco così diffusi nella campagna irlandesi ebbero origine durante la grande carestia. Furono uno dei lavori socialmente utili affidati ai lavoratori delle “Workhouses”.

Gli inglesi obbligavano quelli che si rivolgevano alle istituzioni di carità a rinunciare al cattolicesimo per abbracciare la religione anglicana, e anche a rinunciare alla O’ davanti ai cognomi, particella della lingua gaelica indicante discendenza maschile (O’Brien, O’Rourke), anglicizzando in tal modo i nomi delle famiglie irlandesi. Il fatto curioso fu che non era richiesta la cancellazione delle particelle Mac o Mc (MacFadden, McLaughlin), che significano “figlio di”, poiché le stesse erano molto diffuse anche in Scozia.   

IL “LAISSEZ-FAIRE” DEL GOVERNO BRITANNICO

Il governo inglese, nonostante l’assoluta gravità della situazione, famiglie intere morivano per strada a causa della fame, si rifiutò di organizzare un massiccio soccorso, in ossequio alla teoria ultraliberista del “Laissez-faire”, in base alla quale l’accadimento sarebbe servito a ridurre l’eccessiva popolazione dell’isola che all’epoca contava più di otto milioni di abitanti. Alla Camera dei Comuni si sentirono discorsi che sconsigliavano di intervenire per non incitare il popolo irlandese a vivere di carità.

Al contrario in Scozia, dove la peronospera si era anche diffusa distruggendo le coltivazioni di patate, il governo inglese intervenne prontamente facendo giungere ingenti derrate alimentari, evitando così grossi contraccolpi alla locale popolazione.

In Irlanda, negli anni che intercorsero dal 1845 al 1848, i più duri della grande carestia, perirono un milione e mezzo di persone. Un altro milione e mezzo furono gli irlandesi che fuggirono dall’isola per trovare salvezza in Nord America e in Australia. Gli inglesi pur di liberarsi dal sovrannumero di irlandesi obbligarono i proprietari terrieri inglesi in Irlanda a pagare il prezzo della traversata ai loro dipendenti irlandesi che intendevano emigrare. I disperati che affrontavano la lunga navigazione verso le terre promesse erano in tale cattivo stato di salute che provocavano epidemie nei luoghi di destinazione. In Canada fu emblematico il caso della “Grosse Isle” dove c’era un ospedale attrezzato ad accogliere casi di malattie infettive. Le navi provenienti dall’Irlanda in attesa di sbarcare ammalati di tifo formavano file lunghe fino a due chilometri fuori dal porto della Grosse Isle. L’ondata migratoria continuò negli anni seguenti tanto da ridurre la popolazione in Irlanda a circa quattro milioni di abitanti. Ancora oggi l’Irlanda non è riuscita a recuperare il calo di popolazione avvenuto nell’800. 

LE CONSEGUENZE DELLA CARESTIA.

Una lettera rinvenuta di recente, scritta dal ministro del Tesoro del Regno Unito all’epoca della grande carestia, Charles Trevelyan, rende esplicita che l’inazione del governo inglese fu dettata da un’agghiacciante finalità economica: la necessità di eliminare la piccola proprietà terriera, diffusa tra gli irlandesi cattolici, per adeguare la produzione agricola a criteri più redditizi. Una vera pulizia etnica fu condotta contro l’etnia irlandese. Lo stesso ministro non faceva mistero del suo odio nei confronti degli irlandesi, considerati degli scansafatiche, per di più papisti. I giornali inglesi che avevano abbracciato in pieno la teoria del “Laissez-faire” e ampi settori della chiesa anglicana che temevano un ritorno del cattolicesimo in Inghilterra diedero copertura mediatica all’azione del governo britannico.

Henry Grey, ministro per le colonie, affrontò la crisi irlandese approfittandone per risolvere il problema di carenza di donne in Australia.  Con il “Piano Grey” vennero imbarcate, volenti o nolenti, più di quattromila ragazze irlandesi, tra 14 e 17 anni di età, orfane di entrambi i genitori o di uno solo di essi, e spedite a Sidney o ad Adelaide. Dopo più di quattro mesi di navigazione, queste “Potato orpharns”, come furono chiamate in Australia, tutte denutrite, dovettero sistemarsi in qualche modo. Alcune di esse si sposarono formando una propria famiglia. Altre si persero nei meandri tentacolari delle città australiane, finendo nel migliore dei casi a fare le domestiche.

Fu la sofferenza del popolo irlandese durante la grande carestia che fece nascere l’idea di staccarsi dal Regno Unito per formare una repubblica d’Irlanda indipendente. Un’idea che si consolidò man mano nel tempo per sfociare in aperta rivolta a inizio novecento con le figure carismatiche di Micheal Collins e Éamon de Valera. I risentimenti nati al tempo della carestia hanno avuto conseguenze anche negli anni settanta del secolo scorso con i sanguinosi “Troubles” scoppiati nell’Irlanda del Nord”.

(Immagine in alto: La carestia in Irlanda, Illustrated London News, 1849)