Targa casa natale di Masaniello, Il Demiurgo, 2008

LA RIVOLTA DI MASANIELLO

Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, nacque a Napoli, a vico Rotto del Mercato, il 29 giugno 1620. Il padre Francesco d’Amalfi era pescatore. La madre Antonia Gargano era massaia. Seguendo le orme del padre anche Masaniello faceva il pescatore e vendeva la sua merce a piazza Mercato, che era, ed è stata fino a pochi decenni fa, il centro commerciale della città. Tommaso Aniello aveva due fratelli: Giovanni e Grazia. 

Spesso Masaniello, per evadere le gabelle sul pesce, portava la sua merce direttamente a casa dei suoi clienti, ma era stato più volte scoperto e arrestato come contrabbandiere. Questo, insieme alla sua naturale simpatia, lo aveva reso popolare fra i commercianti di piazza Mercato.

La Spagna, di cui Napoli era un vicereame, si trovava impelagata in una serie di conflitti armati, il più importante dei quali era la cosiddetta “guerra dei trent’anni”. Aveva quindi estremo bisogno di denaro per far fronte alle spese belliche. Pertanto il peso dei balzelli che gli arrendatori (agenti di riscossione) pretendevano sugli alimenti era a un livello insopportabile per le classi più umili. In quel periodo fu inoltre ristabilita la tassa sulla frutta, che era il cibo d’elezione dei più poveri per il suo basso costo.

La moglie di Masaniello, Bernardina, fu sorpresa con della farina nascosta in una calza e fu imprigionata per otto giorni con l’accusa di contrabbando, fu rilasciata in cambio di una multa di 100 scudi.

Fu questo episodio che fece sorgere in Masaniello il desiderio di ribellarsi a questi soprusi. Egli, tramite il suo amico Marco Vitale, aveva conosciuto Giulio Genoino, un prete molto anziano con un passato da tribuno della plebe, che aveva inculcato in Masaniello idee di libertà.

Questa storia è tratta dal volume “NAPOLI AL TEMPO DI … Episodi e personaggi della storia partenopea” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Il nuovo viceré, Rodrigo Ponce de Leon, Duca d’Arcos, spinto dalle crescenti esigenze economiche della madrepatria, non aveva scrupoli ad aumentare all’inverosimile la pressione fiscale. Pertanto a Masaniello riuscì facile arringare la folla e a spingerla alla rivolta contro i gabellieri.

Il 6 giugno 1646 un folto gruppo di popolani, guidato da Masaniello, assaltò il banco degli arrendatori a piazza Mercato, distruggendolo. Il 30 giugno una schiera di rivoltosi, armati di canne appuntite, sfilò sotto il Palazzo Reale gridando imprecazioni minacciose nei confronti dei nobili.

Il 7 luglio del 1646 un gruppo di cittadini, nei pressi della chiesa di Sant’Eligio al Mercato, si unirono ad alcuni fruttivendoli che, capeggiati dal cognato di Masaniello, Maso Carrese, si rifiutavano di pagare le gabelle. Il ricco commerciante Andrea Naclerio cercò di calmare gli animi, schierandosi però dalla parte dei gabellieri, ne nacque un tafferuglio e Naclerio uccise il Carrese.

A questo punto scoppiò la rivolta, una folla di esagitati con a capo Masaniello, al grido di “viva ‘o re ‘e Spagna, more ‘o malgoverno”, si recarono a Palazzo Reale e lo invasero, dopo aver messo fuori combattimento i soldati spagnoli e i mercenari tedeschi che si trovavano di guardia. Il viceré Ponce de Leon fece appena in tempo a fuggire e a rifugiarsi in Castel Sant’Elmo. Di lì, non sentendosi del tutto al sicuro, si spostò a Castel Nuovo (Maschio Angioino).

Dal castello il viceré chiese al cardinale Ascanio Filomarino di intercedere presso il popolo promettendo l’abolizione delle tasse. Giulio Genoino che, nonostante la sua ragguardevole età, muoveva i fili della rivolta, chiese che venisse ripristinato anche un vecchio privilegio, concesso ai napoletani da Carlo V nel 1517. Esso dava al popolo pari rappresentanza e pari suddivisione delle tasse tra questi e la nobiltà. Il cardinale Filomarino, da sempre dalla parte dei deboli, propose la sua mediazione.

Nel frattempo i rivoltosi diedero la caccia ai gabellieri, incendiando vari palazzi della nobiltà, parte attiva nella riscossione delle tasse. Venne incendiato per primo il palazzo del capo gabelliere, l’odiato Girolamo Letizia, la stessa sorte seguì la casa di Naclerio, che poi fu fucilato dai rivoltosi.

I documenti relativi al privilegio concesso ai napoletani tardavano a essere consegnati. Si ebbero vari tentativi da parte delle autorità di consegnare documenti falsi o incompleti. Finalmente il 9 luglio, sotto la minaccia dei cannoni che i rivoltosi si erano procurati presso la basilica di San Lorenzo, furono consegnati i documenti al Cardinale.

Il 10 luglio una banda di 300 masnadieri, mandati dal Duca di Maddaloni, si confuse tra la folla nella Basilica del Carmine, dove Masaniello dava lettura del “privilegio”. All’improvviso i banditi si scagliarono contro di lui per ucciderlo. La folla si intromise salvandolo. Molti dei banditi furono trucidati. Qualcuno di questi confessò il nome del mandante. Il fratello del Duca di Maddaloni, don Giuseppe Carafa, fu ucciso e decapitato dai rivoltosi per vendetta.

Nello stesso giorno una flotta spagnola, comandata dall’ammiraglio Doria, arrivò da Genova nel golfo di Napoli. Masaniello temendo che volesse attaccare i rivoltosi, ingiunse al comandante della flotta di rimanere al largo e di non avvicinarsi alla costa.

L’11 luglio iniziarono i festeggiamenti per la vittoria ottenuta nei confronti del viceré e della nobiltà napoletana. Masaniello, che fu ricevuto a corte con grandi festeggiamenti, fu nominato “Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano”.

L’umile pescatore, nominato capitano generale, cominciò a dare segni di squilibrio mentale. Tra le sue follie ci fu anche la proposta di trasformare piazza Mercato in un porto, con un ponte per collegarlo alla Spagna. Ordinò le esecuzioni di molti suoi avversari, anche contro il parere di Giulio Genoino.

Il 16 luglio 1647, accusato di pazzia e tradimento dai suoi compagni, non sentendosi sicuro a casa sua, si rifugiò nella chiesa del Carmine. Salì sul pulpito e pronunciò il suo ultimo discorso:

“Amice miei, popolo mio, gente: vuie ve credite ca io so’ pazzo e forse avite ragione vuie: io so’ pazzo overamente. Ma nunn’è colpa da mea, so state lloro che m’hanno fatto ascì afforza n’fantasia! Io ve vulevo sulamente bbene e forze sarrà chesta ‘a pazzaria ca tengo ‘ncapa. Vuie primma eravate munnezza e mò site libbere. …”

Dopo essersi denudato incominciò ad agitarsi. Il cardinale allora lo fece rinchiudere in una cella del convento. Alcuni capitani delle ottine, tra cui l’amico di Masaniello Michelangelo Ardizzone, corrotti dagli spagnoli, si recarono nella cella in cui era rinchiuso. Masaniello, riconoscendoli, li fece entrare. Egli fu ucciso dai suoi stessi compagni con colpi di archibugio, poi gli fu mozzata la testa che fu portata al viceré come prova dell’omicidio. Gli assassini ricevettero in cambio molte ricompense dalla corona di Spagna.

Il giorno dopo i popolani di piazza Mercato si accorsero del grave errore fatto con il tradimento a Masaniello. Tutte le gabelle erano state ripristinate. Alcuni commercianti della piazza, pentitosi di quanto era successo, andarono a recuperare il corpo del povero pescatore che era stato buttato in un fossato. Gli ricucirono la testa e lo portarono nella chiesa del Carmine per dargli un degno funerale.

Con l’assenso del viceré, che non voleva altri disordini, fu celebrato dal cardinale Filomarino un rito funebre solenne. Il feretro fu portato in corteo. La mesta processione, con in testa il cardinale, formata da tutti i preti della diocesi e da decine di migliaia di persone, attraversò tutta la città. A Palazzo Reale furono esposte le bandiere a lutto. A notte fonda il corteo rientrò nella chiesa del Carmine dove il feretro fu sepolto in Basilica.

La rivolta non si placò con la morte di Masaniello, essa continuò sotto la guida di Gennaro Annese. Sfociò nella costituzione della Reale Repubblica Napoletana, che durò dal 22 ottobre del 1647 al 5 aprile del 1648 sotto la guida congiunta del francese Enrico II di Lorena, Duca di Guisa, che fu nominato re, e del Capitano del Popolo Gennaro Annese. Fu l’unico esempio di repubblica monarchica, dove il governo era suddiviso tra il Capitano del Popolo che esercitava il potere civile e il re che era il capo militare. 

Nel 1799, il re Ferdinando IV di Borbone, per paura che la tomba di Masaniello potesse essere da esempio per i moti scoppiati a Napoli in quell’anno, la fece trasferire dalla Basilica del Carmine, nascondendo le povere spoglie che non furono più ritrovate.

(Foto in alto: Targa casa natale di Masaniello, Il Demiurgo, 2008)