Ettore Majorana

LA SPARIZIONE DI ETTORE MAJORANA

Erano chiamati i ragazzi di via Panisperna: Amaldi, Segré, Rasetti, Pontecorvo, D’Agostino e Majorana, guidati da Enrico Fermi. Tra tutti si distingueva Ettore Majorana per la sua particolare preparazione teorica. Erano all’avanguardia nello studio del nucleo atomico e sulle possibilità applicative che si potevano ottenere con il bombardamento a mezzo di neutroni.

Ettore Majorana era nato a Catania nel 1906. Apparteneva a una famiglia che per parte di padre, il cui nome era Fabio Massimo, era soprannominata “Gli Archimede di Sicilia” per la presenza di numerosi scienziati tra i suoi componenti. Uno zio di Ettore, Quirino Majorana, era un rinomato professore di Fisica. Fu presidente della commissione che nominò Enrico Fermi professore ordinario presso l’Università di Roma. La famiglia della madre era una delle più in vista della Sicilia. La madre, Salvatrice (Dorina) Corso, era personalmente ricchissima.

Il giovane Ettore era considerato un enfant prodige. Fece studi classici presso il liceo Massimo e il liceo Torquato Tasso di Roma. Immatricolato alla facoltà di ingegneria dell’università di Roma, al quarto anno si trasferì in quella di fisica. Lo decise dopo aver conosciuto Enrico Fermi, giovanissimo professore di fisica teorica presso quella facoltà, che stava formando un gruppo di ricercatori presso l’istituto di via Panisperna.

I RAGAZZI DI VIA PANISPERNA

Durante il primo incontro con Fermi, a via Panisperna, gli fu mostrata la tabella dei valori numerici del potenziale universale elaborata dallo stesso. Majorana lasciò l’istituto senza profferire parola. Tornò il giorno seguente, cacciò da tasca un foglietto spiegazzato e volle rivedere la tabella di Fermi. Nella notte aveva rifatto la tabella utilizzando l’equazione di Riccati. Confrontò quella di Fermi con quella da lui ricalcolata. Verificato che le due tabelle presentavano dati analoghi, disse al suo interlocutore che quella elaborata da Fermi andava bene.  

Dopo la laurea in Fisica ottenuta con 110 e lode, la cui tesi, “Teoria quantistica dei nuclei radioattivi”, aveva avuto come relatore il professor Fermi, Majorana prese a frequentare l’istituto di via Panisperna, dove passava la maggior parte del tempo a studiare in biblioteca.

Nel 1933 il C.N.R. gli finanziò un viaggio in Germania per uno stage di circa sei mesi presso l’istituto diretto Werner Heisenberg, considerato uno dei massimi studiosi di fisica applicata, al pari di Enrico Fermi. Lo stage in Germania gli permise, con la collaborazione di Heisenberg, di ottenere la pubblicazione di un suo articolo intitolato “Sulla teoria nucleare” (Über die Kerntheorie) sulla prestigiosa rivista scientifica Zeitschrift für Physik (Giornale di fisica). In una lettera indirizzata alla sua famiglia, Majorana si mostrò permeabile alle teorie naziste sugli ebrei. In seguito, in un’altra missiva indirizzata a Giovanni Gentile Jr., si corresse deplorando la teoria della razza sostenuta dal nazismo.

Nel 1934 il gruppo di via Panisperna fece importanti passi avanti sulla reazione nucleare. Majorana frequentava sempre meno l’istituto di fisica. Per tre anni continuò i suoi studi da casa in maniera tanto intensa che gli fu diagnosticato un esaurimento nervoso. Anni prima una tragedia familiare aveva colpito i Majorana. Un piccolo cugino di Ettore era morto a causa dell’incendio della sua culla. Fu accusato del delitto uno zio di Ettore. Majorana si assunse l’onere di provarne l’innocenza nel processo che seguì. Si impegnò con gli avvocati suggerendo la linea difensiva. Lo zio fu assolto dalle accuse, ma Ettore rimase molto scosso da tale vicenda.

IL VIAGGIO DA NAPOLI A PALERMO

Nel 1937 ottenne la cattedra di Fisica teorica presso l’università di Napoli per meriti scientifici. Ne rimase amareggiato poiché aspirava ad una nomina presso l’università di Roma. Si sentì tradito dai colleghi, considerando la nomina all’università di Napoli un modo per estrometterlo dall’istituto di fisica romano.

Nel frattempo il gruppo di studiosi, conosciuti come i ragazzi di via Panisperna si disperdeva. Enrico Fermi era stato più volte negli Stati Uniti dove gli erano stati offerti ingenti finanziamenti per le sue ricerche. Maturerà la decisione di lasciare l’Italia per l’America dopo aver ottenuto il premio Nobel per la fisica nel 1938. La moglie di Fermi era ebrea e di conseguenza anche i figli erano considerati ebrei dalle leggi razziali che furono emanate qualche mese più tardi. Emilio Segré, di origine ebraica, fu colto dalle leggi razziali mentre si trovava all’università di Berkeley, negli Stati Uniti. Rimase in America per il resto della sua vita. Rasetti seguì l’esempio di Segrè trasferendosi negli Stati Uniti. Bruno Pontecorvo, fratello del regista Gillo, anch’egli di fede ebraica, nel 1936 si era trasferito a Parigi dove collaborava con Irene Curie nelle ricerche sui neuroni. Dopo l’occupazione nazista di Parigi si rifugiò negli Stati Uniti. Venne estromesso dal progetto Manhattan per le sue idee di sinistra. Nel 1950, dopo alcuni anni a Londra, si recò in Unione Sovietica, dove lavorò nei laboratori di ricerca atomica. Ci furono indagini sulla sua sparizione, poiché era partito all’insaputa di tutti, fin quando non fu chiaro che si trovava a Mosca.    

Il 25 marzo del 1938 Majorana, che alloggiava all’albergo Bologna di via Depretis a Napoli, si imbarcò sulla nave che ogni sera partiva dal porto della città per raggiungere Palermo. Aveva inviato una lettera al suo amico e collega napoletano Antonio Carrelli nella quale preannunciava in qualche modo il suo suicidio. Un’altra lettera l’aveva spedita ai suoi familiari chiedendo perdono e raccomandando di tenere il lutto per non più di tre giorni. Giunto a Palermo inviò un telegramma a Carrelli dicendo di non tener conto della lettera, gli avrebbe spiegato al ritorno. Al telegramma fece seguire un’altra lettera in cui affermava che anche il mare l’aveva rifiutato (intendendo che aveva rinunciato ai suoi propositi suicidi), e che si sarebbe imbarcato sulla prima nave in partenza per Napoli. Fu l’ultima traccia lasciata dal Majorana. Dalla sera del 26 marzo del 1938 non si ebbero più notizie del professore di fisica.

LE INDAGINI SULLA SCOMPARSA

Le indagini sulla scomparsa sollecitate dalla famiglia, grazie all’intervento di Giovanni Gentile, furono condotte personalmente dal capo della polizia Arturo Bocchini. Un professore dell’università di Palermo, Vittorio Strazzeri, che si trovava sulla nave diretta a Napoli la sera della scomparsa del fisico, testimoniò che aveva riconosciuto Ettore Majorana tra i passeggeri della nave. La società di navigazione Tirrenia confermò che il biglietto di Majorana era tra quelli che erano stati convalidati allo sbarco a Napoli. Una donna che lo conosceva personalmente sostenne di averlo riconosciuto mentre comminava per Napoli nei primi giorni di aprile del 1938. Le indagini di Bocchini appurarono anche che Majorana, che non si era mai interessato ai soldi, nei primi giorni del 1938 aveva prelevato tutti i suoi risparmi dalla banca e pochi giorni prima di sparire incassò diversi stipendi arretrati che non si era mai curato di riscuotere. Le indagini, per quanto accurate e insistenti, non riuscirono ad appurare il destino del fisico catanese: suicidio, eseguito gettandosi in mare dalla nave tra Palermo e Napoli, o sparizione.

IPOTESI SUICIDIO

Tenendo conto dei gesti di Majorana nei giorni precedenti si comprende di come la sua sparizione fosse stata programmata con attenzione. Una persona di intelligenza eccelsa quale quella del professore se avesse deciso di far perdere le proprie tracce ci sarebbe sicuramente riuscito.  L’ipotesi del suicidio fu quella presa in minore considerazione. Il fatto che alcuni giorni prima si era procurato una notevole somma di denaro, la circostanza dell’ultima lettera scritta all’amico Carrelli nella quale gli dava appuntamento per il giorno seguente erano in contraddizione con l’intenzione di suicidarsi. Inoltre c’era l’avvistamento di Majorana da parte di una signora che lo conosceva bene, avvenuto nelle strade di Napoli nei primi giorni di aprile.

Francesco Guerra e Nadia Robotti, professori di fisica alla Sapienza di Roma e all’università di Genova, in un’intervista concessa a Repubblica nell’agosto del 2020, hanno avanzato l’ipotesi che Ettore Majorana si fosse suicidato nell’anno successivo alla scomparsa. Per giungere a tale conclusione i due professori hanno esaminato gli archivi relativi al gruppo di via Panisperna e le lettere degli amici e colleghi di Majorana. Hanno maturato la loro convinzione esaminando in particolare due lettere. La prima fu scritta da Gilberto Bernardini a Giovannino Gentile, figlio del ministro dell’istruzione Giovanni Gentile. I due appartenevano al gruppo di amici che avevano frequentato la Normale di Pisa, al quale gruppo era incluso lo stesso Majorana pur se non aveva studiato alla Normale. Nella lettera, redatta nell’anno successivo alla sparizione, si legge: “La notizia che mi dai su Majorana mi ha dato una vera gioia, non è una cosa molto bella forse, ma non è la tragedia che si pensava”. La frase fa supporre che il fisico siciliano fino a quel momento fosse ancora vivo, visto che Giovannino Gentile era molto intimo dello stesso e sapeva molte cose al riguardo della sparizione. Alcuni mesi dopo Giovannino Gentile, in un’altra lettera, scrisse: “Così caro ‘Gatto’ abbiamo perduto un altro amico. Pare un destino che spinge giovani come Majorana e Manià a queste supreme risoluzioni”. Basilio Manià, altro studioso del gruppo della Normale, si era suicidato nel settembre del 1939. Gentile, associando il destino di Ettore Majorana e quello di Manià, intendeva portare al corrente il suo interlocutore del presunto suicidio di Majorana.        

IPOTESI MONASTERO

Tra le ipotesi fatte sulla sparizione di Ettore Majorana quella a cui più credeva la sua famiglia era che avesse trovato rifugio in un convento. La famiglia ne era tanto convinta da interessare, mediante altissime conoscenze alla Santa Sede, papa Pio XII, finché confermasse se il loro congiunto fosse ospite di qualche convento. Assicuravano che la scelta di Ettore sarebbe stata rispettata. Non ebbero una risposta. Il papa fece sapere che quella era una domanda a cui non poteva rispondere a causa dell’impegno della chiesa all’assoluta riservatezza su chi si fosse rifugiato segretamente in un convento o in un monastero.

Anni dopo sembra che il fratello maggiore di Ettore avesse incontrato il fratello in Calabria e che lo stesso si fosse rifiutato di tornare in famiglia. Quest’ultima ipotesi veniva avvalorata dal fatto che la famiglia rifiutava con forza ipotesi alternative. Inoltre sia i fratelli che la madre da un certo punto in poi sembrarono rasserenati, abbandonando ulteriori ricerche. Anche Leonardo Sciascia, profondo conoscitore delle cose di Sicilia, aveva abbracciato questa tesi nel suo libro “La scomparsa di Majorana”. Egli rivelò che Majorana era ospite nella Certosa di Serra San Bruno. I monaci della certosa negarono la presenza del fisico nel loro monastero.

Anni dopo Papa Giovanni XXIII, in visita alla Certosa di Serra San Bruno, fece cenno nel suo discorso alle personalità che erano state ospitate dal monastero, citando tra queste anche Ettore Majorana.

L’ipotesi monastero venne avvalorata anche da alcuni episodi successivi registrati a Napoli e a Roma. Il professor Elio Tartaglione, assistente di Antonio Carrelli nell’istituto di Fisica dell’Università di Napoli, raccontò in un’intervista a “Repubblica” del 7 luglio 2006 che un giorno il professor Carrelli, il miglior amico di Ettore Majorana quando lo stesso era venuto a Napoli a insegnare, lo condusse di fronte al convento di San Gregorio Armeno, poco lontano dall’università, e mostrandogli una finestra gli disse che Majorana era ospitato in quel convento. Non volle aggiungere altro.

Un testimone romano raccontò al magistrato che si occupò dell’ultima indagine aperta nel 2011 dalla Procura di Roma sulla scomparsa di Majorana che nel 1981, mentre si trovava in compagnia di monsignor Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas di Roma, incontrarono un barbone seduto sugli scalini dell’Università Gregoriana. Il barbone sosteneva di conoscere la soluzione del Teorema di Fermat, un’equazione matematica all’epoca non risolta. Il monsignore lasciò il testimone e accompagnò il barbone in un convento. Giorni dopo raccontò al suo amico che la persona che avevano incontrato alla Gregoriana altri non era che Ettore Majorana, che si era allontanato dal convento dove era ospitato.    

IPOTESI GERMANIA E SUD AMERICA

Alcuni hanno supposto che Ettore Majorana si fosse trasferito segretamente all’estero, forse in Germania, dove già si era trovato a suo agio lavorando con Heisenberg. Ritenevano che fosse nel gruppo segreto che si interessava alla bomba atomica tedesca. Dopo la guerra si sarebbe rifugiato in Argentina come tanti tedeschi compromessi con il nazismo.

Sull’ipotesi che il fisico scomparso si trovasse in Sud America fu aperta un’indagine nel 2011 dalla procura di Roma. Furono ascoltati diversi testimoni che affermavano di aver incontrato Majorana a Buenos Aires negli anni sessanta. Altri testimoni, sentiti dai carabinieri incaricati dell’indagine, raccontarono che Majorana si trovava in Venezuela, avvistato nelle città di Guacara e Valencia. Fu esaminata una foto che ritraeva una persona in compagnia di uno dei testi sentiti dai carabinieri. Questo signore raccontò agli inquirenti che la persona ritratta con lui nella foto si faceva chiamare Sig. Bini. L’analisi antropometrica del viso ritratto sulla foto, confrontata con le foto giovanili di Majorana, diede come risultato una perfetta sovrapponibilità delle fattezze del volto. Tanto che la procura, a chiusura delle indagini avvenuta nel 2015, concluse che Majorana si trovava in Sud America tra gli anni sessanta e settanta. Le due ipotesi, monastica e presenza in Argentina e Venezuela, non erano necessariamente in contrasto. Il fisico catanese scomparso potrebbe essere stato ospite del convento di Serra San Bruno per alcuni anni, lasciare poi la certosa per recarsi in Sud America sostando un paio di decenni oltremare, ritornare in Italia con l’avanzare dell’età, ospite dei complessi conventuali di Napoli e Roma.       

BARBONE IN SICILIA

Un’altra ipotesi lo dava presente in Sicilia. Un barbone, che si faceva chiamare Tommaso Lipari, viveva a Mazara del Vallo negli anni settanta. Era una persona con un’elevata istruzione, in particolare scientifica, tanto che aiutava alcuni studenti a svolgere i loro compiti. Utilizzava un bastone su cui era incisa la data del 5 agosto 1906, giorno di nascita di Majorana. Anche il procuratore Paolo Borsellino si interessò alla vicenda del barbone. Riuscì ad appurare, tramite una firma, che il barbone altri non era che un pregiudicato, con lo stesso nome, che era stato in carcere alcuni mesi del 1948 all’Ucciardone di Palermo per un piccolo reato.

In conclusione del gruppo di via Panisperna rimase ben poco. Nel 1935 l’Istituto di Fisica si era trasferito nella nuova sede dell’Università della Sapienza. Le scoperte fatte dai “ragazzi” andarono principalmente a vantaggio degli americani e dei sovietici. Furono utilizzate per i loro programmi nucleari e per la costruzione della bomba atomica. Oggi la palazzina di via Panisperna fa parte del complesso del Viminale. Dal 2019 accoglie il museo di fisica intitolato a Enrico Fermi.