La Monaca di Monza, Francesco Gonin, 1840

LA VERA STORIA DELLA MONACA DI MONZA

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Alessandro Manzoni nei “Promessi Sposi” narra la storia dell’amore di suor Gertrude, ospite di un monastero di Monza, per Egidio, un giovanotto che aveva conquistato il cuore della giovane religiosa. Manzoni riporta, cambiando i nomi e anche le vicende, un fatto realmente accaduto tra il XVI e XVII secolo a Monza, che coinvolse una giovane suora di alto lignaggio e un giovane del luogo.

Marianna de Leyva era la figlia di Martino de Leyva, un nobile di origine spagnola che aveva sposato la milanese Virginia Maria Marino. La moglie morì durante l’epidemia di peste che colpì Milano nel 1576. Lasciò ai suoi figli, ancora bambini e avuti da due diversi matrimoni, un’ingente eredità che divise in parti eguali tra Marianna, il fratellastro Marco Pio di Savoia e le sue tre sorellastre, anch’esse figlie di primo letto. A Marianna, frutto del secondo matrimonio, toccò Palazzo Marino, l’attuale sede municipale di Milano, dove la stessa Marianna era nata nel 1575. La piccola Marianna fu affidata dal padre alla zia paterna, Marianna Stampi-Chiari.

Per ragioni relative alla destinazione del patrimonio che faceva capo a Marianna, questa fu destinata ad abbracciare la vita religiosa. L’alternativa che pure le venne offerta fu quella di sposare il principe Gustavo Branciforte, che però era di 25 anni più anziano della ragazza che all’epoca aveva 14 anni.

Il padre, che si era risposato e aveva fatto ritorno a Valencia, poco si curava di questa figlia che si trovava a Milano con la zia. Dispose che Marianna entrasse come novizia nel monastero benedettino di Santa Margherita a Monza. Dopo due anni di noviziato e il versamento di una cospicua dote a favore del monastero da parte del padre, Marianna prese i voti religiosi assumendo il nome della defunta madre Virginia.

Suor Virginia era bella e altera. Le venne destinato un appartamento all’interno del convento. Inoltre aveva al suo servizio quattro suore e una novizia. Essendo appartenente a una delle famiglie più in vista della Milano spagnola e potendo contare sul titolo di contessa di Monza riscuoteva, per antichi privilegi e attraverso il suo esattore, le imposte dai cittadini monzesi, nonché amministrava faccende di giustizia che riguardavano la città. Poiché entrò in contrasto con la superiore del convento utilizzò il suo potere per destituirla dalla carica affidando alla stessa umili mansioni.

Era uso all’epoca che i giovani nobili più scapigliati cercassero amori nei conventi dove si trovavano rinchiuse, loro malgrado e quasi sempre per ragioni ereditarie, le pupille delle famiglie nobili. A loro volta le suore più giovani cercavano un modo per rendere interessante la vita triste e monotona dei conventi e dei monasteri. Era frequente che all’interno degli istituti religiosi femminili venissero allacciati rapporti clandestini dei quali i giovanotti coinvolti si vantavano con i loro amici. Lo stesso succedeva nel chiuso dei conventi dove queste storie davano un certo lustro alle protagoniste nei confronti delle loro compagne più sfigate.

A fianco al monastero di Monza insisteva il palazzotto di un giovane nobile del luogo, tal Gian Paolo Osio. Gian Paolo aveva l’abitudine di sbirciare nelle finestre del convento dove alcune delle religiose più intraprendenti cercavano di farsi notare dal bel giovane. L’Osio aveva adocchiato una giovanissima educanda con la quale cercò di entrare in contatto. La cosa fu scoperta da suor Virginia, che tutti chiamavano la “signora” per il ruolo che svolgeva in città. La religiosa avvertì la famiglia della giovanetta, non prima di aver ripreso aspramente il giovane nobile. La famiglia ritirò prontamente l’educanda dal monastero.

Nei giorni seguenti l’esattore che riscuoteva le tasse dai monzesi per conto della famiglia Leyva fu ucciso da sconosciuti con un colpo di archibugio. Era la vendetta di Gian Paolo Osio nei confronti di suor Virginia per il trattamento ricevuto.

Gian Paolo riprese a spiare le suore dal proprio giardino. Con somma spavalderia non mancava di salutare con particolare intemperanza, ogni volta che ne incrociava lo sguardo, la religiosa più importante e potente del monastero, suor Virginia. Quest’atteggiamento fu interpretato come una vera sfida. Suor Virginia sollecitò il procuratore di giustizia a perseguire l’Osio per l’omicidio dell’esattore. Il giovane per evitare guai fu costretto a lasciare Monza in tutta fretta. Ritornò solo dopo un anno grazie all’intercessione dei fratellastri di suor Virginia che, sollecitati dall’Osio, chiesero alla religiosa di soprassedere alle accuse.   

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Si sa, la carne è debole, e quella di suor Virginia era ancora più debole a causa della sua forzata volontà nell’abbracciare la vita religiosa. Tutta la vicenda dell’Osio aveva avuto il risultato di una certa frequentazione tra Gian Paolo e suor Virginia. Presto questi contatti si tramutarono in una relazione tra i due. Era successo che il giovane nobile era stato ricevuto in parlatorio dalla religiosa. La complicità di due altre suore fece in modo che nessun fosse presente al colloquio. Gian Paolo, dopo alcune frasi di circostanza, saltò letteralmente addosso alla giovane e bella religiosa e, non incontrando alcuna resistenza, la fece sua. La tresca continuò. Suor Virginia riceveva il giovane nel suo appartamento, spesso in presenza delle due suore a lei molto vicine che condividevano le sue stanze. Le due religiose non disdegnavano anche loro di approfittare della prestanza dell’Osio e godere dei suoi favori sessuali.

La cosa andò avanti per un bel pezzo. Suor Virginia, rimasta incinta, mise al mondo, in segreto e con l’aiuto delle sue due complici, un bambino che nacque morto. Nel 1604 diede alla luce una seconda bimba a cui fu dato il nome di Alma Francesca Margherita. Il padre la prese con sé e la fece battezzare a Milano. Padrino di battesimo fu il conte Francesco d’Adda. La bimba venne affidata alle cure della nonna paterna. Spesso Gian Paolo la portava nel monastero dove poteva incontrare la madre. L’anno seguente riconobbe la figlia come legittima e quindi in grado di ereditare i beni di famiglia. Quella che in principio era solo un’avventura di cui vantarsi era diventata una cosa seria. Gian Paolo e Virginia si amavano profondamente, e la loro figlioletta era curata e seguita con affetto dal padre e dalla nonna.

Nel 1606 una conversa del monastero prese a ricattare Suor Virginia minacciando di denunciare ogni cosa alle autorità ecclesiastiche. La conversa fu invitata con l’inganno nell’appartamento privato della suora. Gian Paolo Osio la colpì violentemente al capo con una sbarra di ferro uccidendola. Con l’aiuto delle altre due religiose il corpo della conversa fu nascosto nel pollaio del convento. Gian Paolo fece un buco nel muro di cinta del giardino per far credere che la conversa fosse fuggita.

Ma le chiacchiere nella piccola cittadina di Monza cominciarono a circolare con insistenza. Le minacce e le violente reazioni che l’Osio esercitava verso quelli che diffondevano quei pettegolezzi non riuscirono a evitare l’intervento delle autorità ecclesiastiche e civili. Il giovane monzese per eliminare testimoni scomodi aiutò le due suore che lo avevano collaborato nell’omicidio della conversa a fuggire dal monastero dove le stesse si sentivano alla mercé della giustizia ecclesiastica. Una volta fuori Gian Paolo Osio tentò di affogare una delle due nel Lambro. La seconda fu gettata viva in un pozzo profondo diversi metri. Nessuna delle due morì. Quella del Lambro riuscì a raggiungere la riva e salvarsi. L’altra, gravemente ferita, morì poco dopo il suo ritrovamento. Le due ebbero la possibilità di fare il nome dell’autore dei misfatti alle autorità civili. L’Osio dovette fuggire dal monzese e rifugiarsi a Milano. Fu condannato a morte in contumacia.

Le autorità ecclesiastiche nel frattempo trassero in arresto Suor Virginia. Sembra che la stessa non si fosse arresa tanto facilmente, anzi aveva brandito una spada contro i gendarmi. Trasferita nel monastero delle Benedettine di Sant’Ulderico, fu giudicata da un tribunale ecclesiastico. Il 17 ottobre del 1608 fu condannata a essere murata viva. Il cardinale Federico Borromeo, arcivescovo di Milano e fratello di san Carlo Borromeo, dispose che fosse rinchiusa in una cella della casa delle Convertite di Santa Valeria e la porta e la finestra fossero murate. La casa delle Convertite era un orrido luogo dove venivano accolte ex prostitute per essere redente.

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Suor Virginia fu rinchiusa in una cella che misurava due metri per tre. L’ingresso fu murato. Solo una stretta feritoia fu lasciata libera per permettere il passaggio dell’aria e dei cibi e dava quel poco di luce che consentiva alla reclusa di poter leggere il libro di preghiere. Questa pena inumana durò 14 anni.

Nel frattempo Gian Paolo Osio, tampinato dai gendarmi, aveva chiesto ospitalità ai nobili Taverna, suoi vecchi amici. Questi, per non inimicarsi le autorità, lo ammazzarono a bastonate nel sottoscala del loro palazzo milanese. Consegnarono la sua testa mozzata al governatore di Milano Fuentes. Rimaste sole, la mamma e la figlioletta dell’ucciso si trovarono in gravi difficoltà economiche. L’anziana donna fu costretta a chiedere sussidi al governo.

Nel 1622 il cardinale Borromeo, dopo aver verificato di persona il pieno pentimento di suor Virginia, ne dispose la scarcerazione. Aveva 47 anni al momento della liberazione ma ne dimostrava 80. Suor Virginia non volle lasciare la casa delle Convertite di Santa Valeria. Chiese di continuare a vivere in quella povera cella che per l’occasione fu dotata di nuovo della sua porta. La povera redenta visse ancora 28 anni durante i quali si prodigò per redimere altre religiose con colpe simili alle sue. Alla sua morte, avvenuta nel 1650 quando aveva 74 anni, era considerata dalle sue consorelle come una santa.

Alessandro Manzoni nella prima stesura dei Promessi Sposi aveva dedicato sei capitoli alla vicenda. Nell’edizione definitiva il racconto della monaca di Monza fu racchiuso in un solo capitolo. Il taglio fu voluto dall’editore per ragioni di lunghezza e di opportunità. Non voleva contrastarsi con le autorità religiose presentando troppi particolari scabrosi riguardanti la vita dei monasteri.

(Immagine in alto: La Monaca di Monza, Francesco Gonin 1840)