Ponte sul Volturno a Capua. Sedicinoni, 2010

L’ASSEDIO DI CAPUA

8° Capitolo di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

Il giorno dopo, 1° novembre, Ognissanti, il tempo era freddo e piovoso, insolito sotto il bel cielo di Napoli. Rumorose raffiche di vento soffiavano sul mare, che si gonfiava e muggiva, la natura sembrava piangere e compiangere quelli che andavano a morire. Verso le quattro il temporale esplose e occupò tutto l’orizzonte. In quel momento ero in casa della marchesa Villamarina. Un dispaccio telegrafico annunciava al marito che il bombardamento di Capua stava iniziando in quello stesso momento. Il comando supremo dell’assedio era stato dato al valoroso generale Della Rocca, sempre al fianco del re in tante battaglie, che ebbe la fortuna di avere il suo re per testimone, quando fece aprire il fuoco contro questa città assediata invano da più di sei settimane! Ecco cosa mi scrisse il generale a questo proposito il giorno stesso della resa di Capua, che soffrì circa dieci ore di bombardamento prima di inviare una prima delegazione per parlamentare con il generale:

“Cara signora,

vengo dalla firma della capitolazione che ho accor­dato alla guarnigione di Capua che non è trascorsa un’ora, sono stato felice di vedere oggi cadere la fortezza in mio potere, avendo aperto il fuoco ieri sera alle quattro alla presenza del mio re, che ha avuto la bontà di farmi visita; non vorrei ricevere spesso tali visite perché Sua Maestà, per arrivare qui (sulle alture di Sant’Angelo) si è messo in viaggio da solo, senza scorta, passando per Capua, sulla riva destra del Volturno, con il rischio di cadere nelle mani di una pattuglia nemica. Sua Maestà si espone ogni giorno troppo e non riusciamo a convincerlo che è suo dovere cercare di non essere preso o ucciso dal nemico. Immaginate, signora, quali sarebbero le conseguenze di una simile disgrazia? non solo per il Piemonte, ma per l’Italia e forse per l’Europa nel suo insieme”.

Il giorno dopo la capitolazione di Capua ebbi la visita del generale Della Rocca, che aggiunse a ciò che mi aveva scritto altri dettagli. Il re rimase vicino al generale sulle alture di Sant’Angelo fino alle sei del pomeriggio; poi tornò ai suoi alloggi, attraversando le linee nemiche; il fuoco contro Capua era iniziato alle quattro del pomeriggio, durò fino alle cinque del mattino. Alle cinque e un quarto un inviato del generale De Cornè, al comando del posto assediato, venne a chiedere al generale Della Rocca se acconsentiva a ricevere parlamentari. Il generale rispose in senso affermativo. Alle sette venne un maggiore borbonico a consegnare una lettera del generale De Cornè, dove si chiedeva una tregua di ventiquattro ore, e un lasciapassare per un ufficiale per andare a prendere ordini da re Francesco. Il Generale Della Rocca accolse questa proposta con uno scoppio di risa omerico; dichiarò che, senza dubbio, il generale De Cornè era impazzito e minacciò il latore della missiva di far riprendere immediatamente il fuoco interrotto; ma sulla preghiera e sulla promessa del maggiore borbonico che alle otto gli sarebbero state consegnate delle proposte accettabili, il generale prolungò la tregua delle armi; del resto desiderava risparmiare la città il più possibile. Alle nove e mezza il generale Liguori, accompagnato da due aiutanti di campo e con pieni poteri, si presentò nel quartiere del generale Della Rocca; cercò ancora di guadagnare tempo e tornò due volte a Capua per sottoporre i termini della capitolazione al generale De Cornè. Finalmente alle tre in punto fu firmata la capitolazione. Il generale Della Rocca decise di accettare le proposte del comandante di Capua e di conferire onori militari alla guarnigione di quella città per tre motivi che ispirarono prudenza e patriottismo. In primo luogo era necessario ripristinare al più presto possibile la comunicazione diretta tra Napoli e gran parte dell’esercito italiano accampato sulle rive del Garigliano. Inoltre sarebbe stato terribile bombardare un comune italiano i cui abitanti erano innocenti degli eccessi e degli errori delle truppe borboniche. Infine non era opportuno umiliare 11.423 soldati che si consegnavano prigionieri che poi dovevano essere incorporati nell’esercito italiano. I vincitori non possono umiliare i vinti che diventeranno loro fratelli.

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

La notizia di questa capitolazione causò immensa gioia a Napoli. Questo lungo assedio di Capua, segnato ogni giorno da scontri sanguinosi e fratricidi, gravava sul paese con una crudele incertezza. Capua era libera; presto Gaeta sarebbe caduta.

Gli assalitori avevano perso un solo uomo nel bombardamento della città e avevano avuto solo due feriti. Dal lato borbonico, le perdite furono maggiori. Tra gli abitanti ci fu un solo bambino ucciso.

La città avrebbe potuto resistere ancora: i vincitori trovarono lì un’enorme quantità di bestiame, diversi milioni di equipaggiamenti militari, duecentonovanta cannoni, ventimila fucili, diecimila spade, ottanta carri, cinquecento cavalli e muli, ecc. ecc.

Già ho detto del numero di prigionieri, sei generali tra di loro. Sabato 3 novembre, il giorno dopo la firma della capitolazione, i prigionieri furono trasferiti a Napoli. La resa di Capua e le successive disposizioni del generale Della Rocca furono per lui fonte di grande onore. I reggimenti piemontesi che presero parte all’assedio, e che rimarranno nella storia, furono il quarto reggimento di granatieri della Lombardia, il primo secondo reggimento della brigata del re, il primo e il sedicesimo dei bersaglieri, due batterie di campagna, due compagnie di piazza, quattro del genio. In un ordine del giorno pieno di correttezza e patriottismo, dopo la capitolazione di Capua, il generale Della Rocca ringraziò Garibaldi per l’assistenza attiva prestata dai suoi coraggiosi volontari.

La domenica (4 novembre), dopo la resa di Capua, ogni vagone, ogni sistemazione nel treno, che all’alba lasciava Napoli per la città liberata, tornata italiana, era pieno di allegria. Volevo anche visitare questa Capua guerriera che, da quando ero a Napoli, aveva occupato con ansia i miei pensieri. Feci questo viaggio con il signor Mauro, un patriota napoletano amico di Poerio, della sua affascinante figlia, del signor Giuseppe Romano, fratello di Liborio Romano, e di sua moglie, uno di quelle inglesi intelligenti ed entusiaste che, come Lord Byron, hanno scelto l’Italia come loro patria adottiva.

Arrivammo all’una a Santa Maria; questa piccola città era trionfante; i soldati piemontesi, mescolati ai volontari garibaldini, ingombravano le strade; cantavano, ridevano e facevano acquisti nei negozi; avevano quel buon umore e quella spensieratezza che è fortificata dalla fatica fisica e dai patimenti morali. Le loro uniformi erano ancora coperte della polvere dei combattimenti del giorno precedente. Un bersagliere che passava, cappello sull’orecchio e piume al vento, ci condusse al palazzo dove abitava il generale Della Rocca fischiando un’aria patriottica. Il generale era appena partito per Napoli; ma il suo aiutante di campo firmò sollecitamente un lasciapassare per visitare Capua.

Lasciammo a destra il grande anfiteatro romano della voluttuosa Capua d’Annibale, e attraversammo le prime opere d’assedio erette di fronte a questa arena di marmo. Qui era iniziata la devastazione del paese; tutti gli alberi del magnifico viale che un tempo collegava Santa Maria a Capua erano stati abbattuti. Guardai tristemente questi tronchi mutilati; ci vuole così tanto tempo prima che un albero cresca, s’ingrandisca e copra la terra con un po’ d’ombra! Ma ancora più tristi erano i piccoli tumuli di terra fresca, rimossa da poco, di cui era disseminata tutta la pianura. Erano così tante le tombe improvvisate in cui i morti erano stati sepolti nel luogo in cui erano caduti. Ho pensato alle madri che generano i figli con il loro sangue, li nutrono con il loro latte e li crescono con il loro amore, e mi sono ripetuta con viva emozione: ci vuole così tanto tempo per lo sviluppo dell’uomo prima che egli senta, pensi, soffra, ami e creda! Poi, d’un colpo, muore, la terra lo seppellisce e non lascia nemmeno le tracce che gli alberi abbattuti lasciano su questa strada.

Questi tristi pensieri furono interrotti e rallegrati dal via vai della strada, dove si incrociavano le vetture più strane, specie di piccoli carri che procedevano in modo piuttosto spericolato. Erano composti da tre tavole appoggiate su un asse, intasati di soldati piemontesi, volontari garibaldini, sartine napoletane con vestiti sgargianti e cappelli discordanti; monelli cenciosi, per non parlare dei piccoli mendicanti, che si aggrappavano alle ruote e le cui grida si mescolavano al latrato di alcuni cani che innervosivano cavalli e cocchieri. Trascinati dal fervore generale e dalle sfide che si lanciavano correndo, tutti questi conducenti si provocavano, si superavano, si scontravano tra loro con i carri, rischiando di far cadere sulla strada il loro pesante carico, chiacchierando e salutando rumorosamente senza preoccuparsi del pericolo.

La giornata era superba: il cielo sembrava felice come gli sbatacchiati passeggeri di carri e carrozze. Avvicinandoci a Capua vedemmo sulla destra, in un campo privo di alberi ed erba, un gran numero di soldati seduti vicino alle loro tende. Attraversammo la doppia fila di fossati e bastioni che circondano la città, ed entrammo da un grande porta sovrastata da un sottile arco. Fino ad allora non avevamo trovato tracce di bombardamenti. All’interno della città i danni causati dall’assedio erano più evidenti: i vetri delle finestre della maggior parte delle case erano rotti, diverse facciate avevano buchi causati da colpi di obice, una bomba era caduta nel teatro, un’altra nella sagrestia della cattedrale, un’altra nel palazzo del cardinale arcivescovo, che, si dice, fu uno dei primi, nonostante la sua devozione al re di Gaeta, a convincere il generale De Corné a capitolare.

Dimenticando gli orrori appena trascorsi, la popolazione di Capua era in festa; salutava i soldati italiani come liberatori e, curiosamente, interrogava i visitatori napoletani su Garibaldi, sul grand’uomo! Attraversammo la città e superammo il Volturno su un bel ponte, dove si erge una statua in marmo bianco di San Giovanni. Da questo lato i fossati dei bastioni erano pieni di buoi e cavalli al pascolo.

Ci portammo fuori da Capua, dove iniziava la campagna, davanti a una taverna esposta al sole; pranzammo lì all’aperto con le provviste che avevamo portato. L’albergatore non poté servire una sola pietanza; a malapena trovò due bicchieri scheggiati; i soli rima­sti, ci disse, dopo le distruzioni dei regi.

Uno sciame di mosche ronzanti di un giorno d’estate volò intorno a noi, salendo a spirale verso l’alto, contro il blu del cielo; lo stesso sfondo blu e limpido contro il quale le montagne disposte a semicerchio intorno a Capua ritagliavano i loro contorni con chiarezza scultorea. La cima di Sant’Angelo superava le vette vicine. Salutai come un’amica questo monte che avevo scalato due settimane prima.

Riattraversammo di nuovo Capua, dove tutti gli abitanti, seduti o in piedi davanti alle loro porte di casa, assaporavano la triplice festa della pace, del sole splendente e della libertà. Prima di tornare a Santa Maria, ci fermammo all’antico anfiteatro. Questa maestosa arena è, si dice, più grande del Colosseo di Roma. Quasi tutte le gradinate sono distrutte; i frammenti dei resti delle arcate nel recinto esterno si confondono tra gli alberi e la vegetazione, producendo un grande effetto. La parte meglio conservata è l’arena, esposta alla lenta e distruttiva marcia dei secoli. Si scende per corridoi in pendenza e si entra in mirabili costruzioni sotterranee. Le celle degli animali e dei gladiatori sono intatte; i corridoi che conducono a queste sono cosparsi di resti di colonne, capitelli corinzi, busti, piedistalli di statue. Portai con me uno di questi frammenti. A quale dea sconosciuta era appartenuto quel bel pezzo di gamba del più puro marmo bianco? Chi lo saprà mai? È come se si cercassero membra mutilate di cadaveri nei vicini campi di battaglia, e ci si chiedesse a chi fossero appartenute.

(Foto in alto: Ponte sul Volturno a Capua, Sedicinoni, 2010)