Jessie White Mario

LE VISITE NEGLI OSPEDALI

Capitolo (prima parte) di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

La mattina del 3 ottobre c’era un’intensa attività a Napoli, un movimento rapido e regolare che trovava la sua origine da una riflessione comune: l’orrore per i regi e l’ammirazione per i valorosi soldati che li avevano vinti, che finalmente si impossessavano di questa popolazione, fin ad allora inerte, e la coinvolgevano nell’amore per la nazione libera.

Tutte le vetture erano state requisite per il trasporto di feriti e prigionieri. Le guardie nazionali si moltiplicarono. Andarono sulle banchine della stazione di Caserta, e su quelle di Santa Maria, a cercare i feriti, a portare ordini o soccorso; anche loro erano diventati volontari dell’indipendenza. Non consentirono che qualche ozioso o straniero passeggiasse quel giorno in carrozza, mentre soldati morenti giacevano attorno a Napoli; ogni vettura fu utilizzata per portare i feriti negli ospedali. Le guardie nazionali avevano, per far scendere dalle carrozze coloro che passavano, una cortesia e una fermezza nel persuaderli che sempre premiavano i loro sforzi. Così, la sera precedente, mi presero la vettura che mi stava conducendo a casa dell’ambasciatore sardo.

Quando fui in grado di andare a Caserta, mercoledì 3 ottobre, invano attesi due ore per una carrozza. Alla fine decisi di uscire fuori la porta dell’albergo, sperando che una buona occasione venisse in mio aiuto. In effetti vidi passare in cabriolet il piccolo sergente, che si fermò per salutarmi. Non esitai un momento e lo pregai di farmi posto sulla sua carrozzella per accompagnarmi alla stazione. Grazie alla divisa dell’eroico bambino, che si era comportato così valorosamente a Caiazzo, riuscimmo a passare attraverso la folla compatta che si affollava intorno alla ferrovia. La cabriolet non si fermò finché non giunse accanto al treno pronto a partire, la locomotiva stava già fumando e fischiando, ma il fischio era coperto dal suono delle voci che si incrociavano per dare ordini. Sulla banchina c’era un gruppo turbolento e confuso di guardie nazionali e soldati di Garibaldi; i primi prelevavano i feriti, i secondi andavano a riempire i vuoti che la morte aveva appena fatto nell’esercito dei volontari. Scorsi nella folla il coraggioso generale d’Ayala che dava le ultime istruzioni alle guardie nazionali e il fedele Gusmaroli che stava per raggiungere Garibaldi a Caserta. Li salutai entrambi senza poterli raggiungere; i vagoni erano affollati di gente seduta, altre persone erano in piedi. Mi affrettai ad accettare un posto offerto da un ufficiale. Il piccolo sergente appoggiò la mia borsa da viaggio ai miei piedi. All’improvviso vidi la borsa sollevarsi sulle ginocchia di una povera ragazza di Napoli che mi aveva seguita sul vagone. I viaggiatori pensarono che fosse al mio servizio e le fu permesso di sedersi; era una specie di nana vestita con un camice di cotone grigio coperto da un grembiule strappato; una sciarpa di cotone giallo incrociava sul petto; il collo era largo, carnoso e prematuramente segnato da rughe; la testa era piccola; la fronte era così bassa che l’attaccatura dei capelli quasi toccava le sopracciglia nere ad arco. I suoi piccoli occhi neri scintillavano; il suo naso era appiattito; la sua bocca larga mostrava denti giovani e intatti ma con il colore del legno di mogano; i suoi abbondanti capelli crespi, ribelli al pettine e agli unguenti, erano raccolti in trecce legate con nastri. Questa ragazza era brutta e sporca, eppure non ispirava repulsione: aveva nella fisionomia qualcosa di passivo, servile e buono, una sorta di tenera animalità e rassegnazione nella miseria che impediva al pensiero qualsiasi durezza nei suoi confronti. Era difficile stabilirne l’età; la sua carnagione gialla e i contorni flaccidi della sua carne dimostravano più di trent’anni, eppure il suo sorriso e i suoi occhi erano giovani, quasi infantili. «Chi sei e dove stai andando,» gli chiesi, «e perché tieni la mia borsa?»

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

I soldati e gli ufficiali di Garibaldi, seduti in carrozza, vedendo che lei mi era estranea, la interrogarono a loro volta, pian piano rispose alle domande.

Non sapeva in che posto era nata, né in che anno, né da quali genitori: era stata portata a Napoli, dove aveva vissuto, a volte sul marciapiede, a volte al ser­vizio di povere case o presso una zia che le dava asilo e la curava quando era malata; era stata chiamata Maria. Fino ad allora aveva adorato San Gennaro, ma ora era Garibaldi che adorava, non era riuscita a incontrarlo a Napoli, e veniva a Caserta per vederlo passare; ecco perché era scivolata dietro di me nel vagone. Alcuni soldati le dissero: «Ma poiché tu ami tanto Garibaldi, devi amare un po’ anche noi: se vuoi ti porteremo al campo dove potrai fare il bucato».

Rispose lei: «Se la signora lo permette, è con lei che andrò; porterò il suo bagaglio fino al palazzo dove lei ha detto di essere alloggiata, e forse avrò la fortuna di vedere Garibaldi.» Non si poteva farla demordere dalla sua decisione. Le avevo dato due carlini e fatto mangiare pane e frutta candita. Era più che sufficiente per attrarre una povera donna napoletana, e poi, forse, aveva davvero nel suo cuore quel tipo di devozione per Garibaldi che si era impadronito di tutto il popolo di Napoli.

Un ufficiale seduto accanto mi disse: «Non rifiutatela, signora, non lasciatela con i soldati, presto sarà notte. Fate dormire questa povera ragazza con voi, potrebbe esservi utile.» Arrivammo a destinazione e diedi il mio braccio all’ufficiale con cui avevo parlato. Maria ci precedette, portando la mia borsa piuttosto pesante sopra la sua testa, con i suoi capelli che svolazzavano nel vento.

Attraversammo la spianata piena di soldati al bivacco, cavalli, artiglieria e mucchi di fucili. Oltrepassammo il portone del palazzo reale e, nel primo cortile a sinistra, trovai Marinoni, commissario di guerra, e diversi ufficiali dell’intendenza militare, che misero a mia disposizione un alloggio.

Il portico, i cortili, la splendida scalinata di marmo e gli orti del palazzo erano, come la spianata, intasati di soldati, che mangiavano, dormivano o accomodavano, alla luce di una lanterna, un indumento strappato. Cavalli e cavalieri stavano alla rinfusa, uomini e animali condividevano la stessa paglia; si poteva percepire la stanchezza del giorno che segue il combattimento.

Marinoni, che sapeva che avevo intenzione di visitare gli ospedali all’indomani della battaglia, mi aveva scritto per dissuadermi. Il giorno prima Caserta era stata quasi conquistata dai regi. Un nuovo attacco, mi disse, poteva aversi nella notte. Questa lettera non mi era pervenuta, e se l’avessi ricevuta, penso che non mi avrebbe dissuaso dalla mia missione, ho sempre avuto la curiosa attrazione per il pericolo e il dolore.

Seguita da Maria, mi sistemai in una grande camera accanto al teatro del palazzo, la quale, nel passato, era stata occupata da una delle dame della regina. Questa stanza era divisa in due da un tramezzo di legno. Un letto da campo fu sistemato per Maria nella parte attigua alla porta, e io mi stabilii all’angolo opposto, dove c’era una poltrona, una cassettiera, una toilette e un elegante letto, residui della mobilia originale. La luce soffusa e l’aria frizzante della notte entravano nella camera da due enormi finestre che si affacciavano sul giardino; nuvole cariche di pioggia coprivano il cielo e si confondevano con le grandi montagne che fanno da sfondo al parco di Caserta. Colpi di fucile sparati di tanto in tanto sotto gli alberi mi facevano trasalire. Erano i regi che tornavano? Qualche sanguinoso scontro stava per ricominciare?

Mentre ascoltavo il rumore degli spari, mescolati ai vaghi suoni della notte, un giovane soldato veneziano, uno dell’intendenza militare, mi portò la cena; mi servirono, nelle porcellane reali, fagiani del parco e trote della cascata, preparati dai cuochi militari. Assaggiai appoggiando appena il cibo alle labbra; il gusto acre delle salse mi disgustava. Calmai la mia fame con delle belle pesche gialle e un’uva moscata dorata. Maria fece festa con i piatti, insoliti per lei, che io avevo disprezzato, poi andò a letto e si addormentò di un sonno profondo.

Non riuscivo a prendere sonno nel mio letto circondato di tende di seta verde, guardavo l’affresco del soffitto che rappresentava una Didone troppo grassa mentre raccontava le sue disgrazie a Enea. Sentivo il calpestio di cavalli e soldati sotto le volte del palazzo; alcune voci cantavano l’inno di Garibaldi. I colpi di fucile raddoppiarono nel giardino e nel parco. Il rullio di qualche tamburo s’udiva nella notte. Tutti questi rumori mi giungevano distintamente attraverso la finestra aperta; fino all’albeggiare credetti che si fosse trattato di un falso allarme. Maria, svegliata due volte da colpi di arma da fuoco, mi disse allarmata: «Signora, ecco i regi!» La storia che il tenente Marinoni mi aveva fatto dell’attacco del giorno prima mi aveva suggestionato, e questo contribuiva alle fantasticherie della notte. I colpi sparati nel parco erano invece diretti contro i fagiani o i piccioni che svolazzano lì a migliaia, come in Piazza San Marco a Venezia. Alcuni di questi volatili si erano rifugiati sotto la mia finestra e persino nella camera.

Rinunciando alla speranza di addormentarmi, mi alzai e mi vestii in fretta. Montai su una vettura che l’intendenza militare aveva messo a mia disposizione e andai per prima cosa dall’architetto Rossi, per ringraziarlo dell’ospitalità offerta nel mio primo viaggio a Caserta. Donai dei souvenir ai suoi piccoli e condussi con me il maggiore dei suoi figli per visitare l’ospedale. L’architetto Rossi mi disse che era stato appena convocato dal generale Sirtori, che gli aveva chiesto una mappa dettagliata di Caserta e dintorni. Mentre entravo in ospedale, miss White ne usciva. Notai subito i benefici cambiamenti apportati dalla presenza dell’efficiente miss White. Le stanze erano più ventilate che durante la mia prima visita, i letti erano più puliti, le infermiere più numerose. C’erano pochi feriti particolarmente gravi. Alcuni accettarono l’offerta che feci loro di scrivere alle famiglie. Ma fu a Santa Maria che mi aspettava lo spettacolo straziante di un giorno di battaglia.

La vettura percorse una comoda strada, e in tre quarti d’ora arrivai nel paese di Santa Maria, affollato come Caserta di soldati e materiale bellico. Mi recai sugli avamposti, poi entrai nell’ospedale improvvisato dove erano stati portati i feriti della sera precedente e quelli di due giorni prima.

Era una grande casa fatiscente, aperta a tutti i venti. Attraversai un cortile pieno di detriti e letame, salii una stretta scala a destra, e arrivai in una stanza seguita da una grande camerata con le pareti grigie, dove erano allineate due file di letti; qui non c’erano donne; erano presenti poche infermiere. Due medici dell’esercito andavano di letto in letto con i loro strumenti, sondando ferite, estraendo proiettili o tagliando arti distrutti e inutili. C’era sofferenza in tutta la sua intensità, con la morte in agguato. Ad alimentare quest’angoscia era la circostanza che fuori dalle finestre non si vedevano alberi, fiori, uccelli, nemmeno l’azzurro e il sole nel cielo, poiché il tempo era buio e nebbioso. Una pioggia fine bagnava i vetri delle finestre e lasciava entrare nella camerata solo una luce opaca. Mi fermai davanti a ogni letto, seguita da Maria che distribuiva frutta a questa povera gente mentre raccoglievo i loro nomi, alcune indicazioni e alcuni dettagli delle loro famiglie. Molti rifiutarono ogni aiuto e ogni consolazione: perché dire a quelli che li amavano che stavano per morire? Quello che desideravano era che la morte sopraggiungesse rapidamente. Uno di loro, esprimendo questo pensiero con disperazione, mi inseguì a lungo con questo grido: «Oh! Per pietà, signora, finitemi!» Ho ancora davanti agli occhi quel viso pallido e quei muscoli tesi; gli occhi gli uscivano dalle orbite; i capelli neri bagnati di sudore aderivano alle tempie pallide; le due braccia in aria, legate a una specie di trapezio, si muovevano convulsamente, il suo busto sigillato da una benda insanguinata vacillò come quello di un ubriaco; era stato colpito al petto; per miracolo non era morto sul posto, ma si stava spegnendo, mentre pronunciava questa preghiera le cui parole non dimenticherò mai: «Signora, per carità, finitemi!» Ne vidi un altro a cui erano stati estratti due proiettili; era di un pallore livido, ma non gemeva, si manteneva il suo stesso braccio che uno strumento martirizzava. Un altro siciliano mi colpì per la sua loquacità; veniva da un villaggio vicino Agrigento, voleva vivere e vivrà, diceva. Ma nel frattempo, siccome era sposato, desiderava che sua moglie venisse a curarlo; era un suo dovere, come era stato un suo dovere quello di combattere per il suo paese. Mi incaricò di scrivere questo alla sua cara Annunziata.

Nella camerata dove erano sistemati i mutilati ne trovai parecchi addormentati. Era stata la natura o il cloroformio che aveva concesso loro quella tregua nel dolore?

Mi diressi verso l’ultimo letto in fondo alla corsia. Una delle infermiere mi disse: «Questo, signora, è un regio!» Gli suggerii, come per gli altri, di scrivere ai suoi genitori; rispose che era di Napoli e che sarebbe ritornato presto a casa; soffriva molto.

«Il vostro re Francesco è un maledetto,» gli dissi, «farvi uccidere così, italiani contro italiani; vedi, tuttavia, che è tutto inutile. Egli ha perso, non tornerà mai più nella sua capitale».

A queste ultime parole, che pronunciai mentre stavo per andare via, il soldato si sollevò e sussurrò all’orecchio di Maria, che gli stava porgendo della frutta: «Questa signora è stata ingannata; lei non sa cosa sta succedendo: anche oggi, re Francesco è a Napoli.»

Ecco di quali mezzi si servivano per convincere i soldati ad affrontare la morte. A volte veniva loro detto che cinquantamila austriaci e prussiani stavano arrivando in loro aiuto; altre volte l’esercito, sempre trionfante, di Cialdini, era stato sconfitto; o che Garibaldi era morto, o che Napoli si era sollevata in nome del suo legittimo re. Queste invenzioni erano credute dai soldati, raccolti intorno al re e separati dal resto d’Italia. Se alcuni degli ufficiali, informati sulla realtà degli eventi, desideravano ritirarsi, erano minacciati di fucilazione.

(Foto in alto: Jessie White Mario, direttrice degli ospedali che curavano i garibaldini feriti)