Kennedy con la famiglia, Cecil W. Stoughon, 1962, US Federal Government

L’EPOPEA DI JOHN F. KENNEDY

Kennedy fu il presidente degli Stati Uniti più giovane di sempre, il primo di religione cattolica. Nei quasi tre anni del suo mandato, interrotto dal suo assassinio a Dallas, diede una nuova “vision” agli Stati Uniti, la “Nuova frontiera”, ispirata alle teorie del politico e storico italiano Gaetano Salvemini.

JFK MILITARE

John Fitzgerald Kennedy era nato nel 1917. Era figlio di un facoltoso esponente della città di Boston Joseph P. Kennedy, di origine irlandese, e di Rose Fitzgerald, appartenente all’alta società bostoniana e anch’essa di origine irlandese. Il padre, tra le altre cariche, ebbe la nomina ad ambasciatore presso il Regno Unito.

John era il secondogenito di nove figli: Joseph (1915-1944), John (1917-1963), Rosemary (1918-2005), Kathleen Agnes (1920-1948), Eunice Mary (1921-2009), Patricia (1924-2006), Robert (1925-1968), Jean Ann (1928), Ted (1932-2009).

John, chiamato Jack dagli amici, frequentò l’università di Princeton, che fu costretto a lasciare a causa di una malattia, e l’università di Harvard dove si laureò. Si arruolò volontario nella Marina degli Stati Uniti dopo l’attacco di Pearl Harbour. Ebbe bisogno di essere raccomandato dal padre per essere arruolato poiché una sua domanda di arruolamento nell’esercito era stata rigettata a causa di una frattura alla colonna vertebrale, conseguenza di un incidente occorso durante una partita di football.

Il 2 agosto del 1943 la motosilurante PT-109, al cui comando c’era John Kennedy, fu speronata da una nave giapponese. Quattro uomini dell’equipaggio perirono nello scontro. Gli altri, guidati da John, riuscirono a raggiungere a nuoto la Plum Pudding Island (oggi chiamata Kennedy island) nelle Salomone, un’isola deserta lontana tre miglia dal luogo dell’incidente. John, nonostante che avesse subito un trauma alla sua vecchia ferita alla schiena, trascinò a riva un suo commilitone ferito e non in grado di nuotare. Nuotò poi per sei miglia nello stretto di Ferguson nella speranza di intercettare una nave statunitense per chiedere aiuto. Il tentativo non riuscì. Il giorno seguente si trasferirono tutti a nuoto sulla vicina isola Olasana dove un militare australiano presente sull’isola riuscì a mettersi in contatto con la marina statunitense. Furono salvati il giorno seguente da una motosilurante. Per questa azione Kennedy ottenne la Navy and Marine Corps Medal. Il fratello primogenito Joseph, che era destinato a proseguire la carriera politica del padre, morì in un incidente aereo in Inghilterra. Pilotava un bombardiere con un ingente carico di esplosivo Torpex. A causa di un corto circuito l’aereo esplose in volo.

JFK PRESIDENTE

Nel 1946 John Kennedy fu eletto deputato nel partito democratico nella circoscrizione del Massachusetts. Nelle successive elezioni divenne senatore.

Nel 1953 John sposò la newyorchese Jacqueline Bouvier. Jacqueline era nata nel 1929. Il padre era broker di borsa di origine francese. John e Jacqueline Kennedy ebbero due figli: Caroline (1957) e John-John (1960-1999).  

Nel 1960, dopo aver vinto le primarie del proprio partito sfidò il repubblicano Richard Nixon alle presidenziali. L’8 novembre del 1960 vinse le elezioni con un minimo scarto di voti popolari ma facendo il pieno di grandi elettori a causa del particolare sistema di elezione presidenziale. Divenne presidente nel gennaio successivo con Lindon B. Johnson quale vicepresidente.

Appena eletto Kennedy dovette affrontare una grave recessione economica. Diede avvio a misure di origine sociale mai viste negli Stati Uniti. Aumentò i sussidi ai disoccupati e stabilì un salario minimo orario pari a 1,15 dollari. Diede inizio a una profonda riforma delle forze armate, ammodernando l’armamento. Affrontò l’Unione Sovietica nella sfida alla conquista dello spazio, annullando in poco tempo l’handicap iniziale.

JFK E LA CRISI DI CUBA

Il 17 aprile del 1961 un gruppo di esuli cubani, armati e addestrati dalla CIA, sbarcarono a Cuba con l’intenzione di abbattere il governo locale alla cui guida c’era Fidel Castro. Il Lider Maximo, Castro, era venuto a conoscenza di un possibile tentativo di sbarco. Dislocò lungo tutta la costa degli osservatori. Pertanto lo sbarco fu immediatamente segnalato e l’esercito cubano intervenne prontamente facendo fallire l’invasione. A questo tentativo seguì una grave crisi tra gli USA, Cuba e l’Unione Sovietica, sponsor di Fidel Castro.

Nel 1962 l’Unione Sovietica iniziò il trasferimento sul suolo cubano di missili atomici che in tal modo si trovavano dislocati a pochi chilometri dalla costa della Florida. Questa situazione alterava gli equilibri della guerra fredda a favore dell’Unione Sovietica. Il pericolo di avere missili atomici alle porte di casa, che in caso di conflitto non avrebbero il dato tempo di una risposta adeguata agli Stati Uniti, convinse Kennedy a prendere la grave decisione di un blocco navale di Cuba. Tutte le navi dirette all’isola avrebbero dovuto subire un’ispezione da parte della marina USA per accertarsi che non trasportassero armi, in particolare missili.

Il mondo fu sull’orlo del conflitto poiché navi sovietiche cariche di missili atomici erano dirette verso Cuba. Non avevano alcuna intenzione di subire un’ispezione della marina statunitense. Ci fu uno scontro senza precedenti all’assemblea dell’ONU che discuteva della vicenda, durante la quale l’ambasciatore USA mostrò le foto dei missili dislocati a Cuba. Il rappresentante dell’Unione Sovietica non fu in grado di negare l’evidenza. Ci furono difficili negoziati tra esponenti dell’amministrazione Kennedy e rappresentanti ufficiosi di Kruscev, il primo ministro dell’Unione Sovietica. A un certo punto sembrò che lo stesso Kruscev fosse stato esautorato dalle trattative e che le decisioni fossero nelle mani di falchi dell’amministrazione sovietica.

Una nave russa in particolare, che sembrava trasportasse missili, stava proseguendo verso Cuba con l’intenzione di forzare il blocco navale con la conseguenza dell’inevitabile scoppio di una guerra. All’ultimo minuto, quando già la marina statunitense aveva ricevuto l’ordine di fermare la nave a colpi di cannone, si ebbe la risposta favorevole dell’Unione Sovietica all’accordo proposto da Kennedy in persona, che offriva in segreto lo smantellamento di alcune basi di missili USA in Turchia.

GUERRA DEL VIETNAM

Kennedy ebbe in eredità dalla precedente presidenza di Dwight Eisenhower la presenza di truppe americane nel Sud Vietnam, che era in conflitto con il Nord Vietnam retto da un regime comunista. Kennedy, per far fronte all’offensiva dei vietcong, combattenti comunisti, fu costretto a incrementare in modo sostanziale la presenza dei militari USA nella regione, con un coinvolgimento diretto nella guerriglia che era portata avanti da forze comuniste nel territorio del Sud Vietnam, appoggiate dal Nord Vietnam, dalla Cina di Mao Tze Tung e dall’Unione Sovietica. Nonostante gli aiuti americani l’esercito sudvietnamita subì numerosi smacchi dai Vietcong provenienti dal nord. Gli Stati Uniti, coadiuvati da militari della Corea del Sud, delle Filippine e dell’Australia, furono costretti a impegnare direttamente i marines negli scontri armati. Nel frattempo il governo sudvietnamita si dimostrava sempre più incapace di fronteggiare la situazione. La corruzione era dilagante tra le forze politiche locali. La guerra tra nord e sud Vietnam continuò fino al 1975 quando il sud fu sconfitto e le forze militari americane furono costrette a un umiliante abbandono di quel paese.  

MORTE DI MARILYN MONROE

Nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 1962 moriva nella sua abitazione di Los Angeles, al numero 12305 della Fifth Helena Drive, l’attrice Marilyn Monroe che, al momento del decesso, aveva 36 anni. La governante dell’attrice, Eunice Murray che, secondo alcuni, era stata licenziata quello stesso giorno, bussò alla porta della camera dell’attrice. Non ricevendo risposta, preoccupata, telefonò allo psichiatra dell’attrice, Ralph Greenson. Erano le 3.30 della notte. Quando lo psichiatra giunse alla villa trovò il medico Hylman Engelberg. I due medici non poter far altro che riscontrare la morte dell’attrice, che si trovava riversa sul letto. Secondo la versione ufficiale Marilyn Monroe si era suicidata ingerendo una grande quantità di pillole di pentobarbital, un sonnifero a base di barbiturici, più una quantità imprecisata di idrato di cloralio.

Engelberg telefonò alla polizia informando del suicidio dell’attrice. Il sergente della polizia di Los Angeles, Jack Clemmons, che giunse per primo sul luogo insieme ad una pattuglia, raccolse le prime dichiarazioni della governante. Eunice Murray disse che aveva bussato una prima volta alla porta della camera dell’attrice non ricevendo risposta. Ritornò a bussare verso la mezzanotte. Preoccupata per la mancanza di riscontro, alle 3.30 telefonò allo psichiatra. Nella versione della governante c’era un buco di diverse ore che rimase sostanzialmente ingiustificato.

Marilyn Monroe frequentava ed era frequentata, in quel periodo, da Robert Kennedy. In precedenza aveva avuto stretti rapporti con John Kennedy. Intorno alle 12 di quella notte il sergente Lynn Franklin fermò una Mercedes che procedeva a circa 120 km. orari sulla Roxbury Drive di Los Angeles, alcuni chilometri di distanza dalla villa dell’attrice. Notò all’interno tre persone, alla guida c’era l’attore Peter Lawford, cognato di Kennedy, nel sedile accanto era seduto Robert Kennedy e dietro un’altra persona che il poliziotto riconobbe poi dalle foto in Ralph Greenson.

Nel libro di Chuck Giancana, fratello del boss di Cosa Nostra Sam Giancana, venne rivelato che la morte dell’attrice fu voluta dal fratello a causa dell’impegno contro Cosa Nostra mostrato dal presidente Kennedy e da suo fratello Robert ministro della giustizia. Secondo le intenzioni di Giancana la responsabilità del delitto sarebbe dovuta ricadere su Robert Kennedy rovinando per sempre la sua vita politica e quella del fratello presidente. Secondo Chuck Giancana quattro sicari entrarono nella villa dell’attrice subito dopo che Bob Kennedy si era allontanato dopo un incontro con Marilyn. I quattro immobilizzarono la vittima e l’uccisero con una supposta avvelenata. Tracce sospette di azione di un veleno furono trovate nel colon dell’attrice durante l’autopsia. Il piano di Sam Giancana non riuscì poiché la morte fu archiviata come suicidio.

IMPEGNO DI KENNEDY CONTRO LA SEGREGAZIONE RAZZIALE

Durante la campagna elettorale Kennedy aveva posto in primo piano il tema dei diritti civili e della segregazione razziale ancora incombente, nonostante diverse sentenze della suprema corte, negli stati del sud. Dopo l’elezione l’impegno del presidente sembrò attenuarsi a causa dell’opposizione di molti membri democratici del Congresso eletti negli stati del sud. Una ventata di speranza nacque dopo la grande manifestazione per i diritti civili al Lincoln Memorial di Washington del 28 agosto del 1963. Nella manifestazione, alla quale partecipò anche il presidente Kennedy che tuttavia cercò di smorzarne i toni più oltranzisti, rimase memorabile il discorso di Martin Luther King, il leader dei diritti civili: “I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed (Sogno che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il vero significato del suo credo)”. Dopo il discorso ci fu una stretta di mano tra il presidente e Martin Luther King.  

ASSASSINIO DI JFK

Il 22 novembre del 1963 Kennedy e la moglie Jacqueline erano a Dallas per una visita ufficiale. I suoi collaboratori più stretti avevano sconsigliato questa visita. Brutti precedenti c’erano stati in quella città. L’ambasciatore presso le Nazioni Unite, Adlai Stevenson, stretto collaboratore del presidente, era stato aggredito a Dallas da alcuni facinorosi. Nei giorni precedenti la visita furono distribuiti dei manifestini nel centro della città in cui Kennedy era rappresentato come un ricercato “wanted” e in cui erano elencate una serie di accuse per tradimento. Il quotidiano “Dallas Morning News” uscì con la prima pagina listata a nero e Kennedy accusato di tradimento.

Alle 12 e 30 del 22 novembre Kennedy, Jacqueline, il governatore del Texas Connally e la moglie Nellie erano a bordo della cabriolet presidenziale scoperta. Mentre attraversavano la Dealey Plaza di Dallas, si sentirono colpi d’arma da fuoco. John Kennedy fu colpito mortalmente alla testa da uno di questi colpi mentre il governatore Connally fu gravemente ferito. La limousine proseguì senza fermarsi fino al Parkland Memorial Hospital. Dopo pochi minuti il presidente fu dichiarato morto. Il poliziotto Marion Baker, che nell’inchiesta ufficiale affermò di aver creduto di individuare la provenienza degli spari dal deposito di libri della Texas School, entrò nell’edificio dove incrociò Lee Harvey Oswald al secondo piano. Erano trascorso 90 secondi dagli spari. Baker bloccò Oswald. Ma su sollecitazione del sovraintendente dell’edificio lo lasciò andare. L’inchiesta poi stabilì che Oswald aveva sparato da una finestra del sesto piano di quell’edificio.

Oswald, a detta del poliziotto e di alcuni testimoni appariva calmo, freddo e non sudato. Un fucile Mannlicher-Carcano calibro 6,5 mm. Mod. 91/38 con mirino telescopico fu ritrovato accanto alla finestra del sesto piano. Intanto Oswald si era nascosto in un cinema dove era entrato senza pagare. La cassiera avvertì la polizia. Oswald, che era stato individuato dalla polizia di Dallas come responsabile dell’omicidio, fu catturato alle 13 e 50 all’interno della sala.

Due ore dopo il decesso la salma di John Kennedy venne imbarcata sull’aereo presidenziale per essere traportata a Washington. Il vicepresidente Johnson, anche lui a Dallas, salì sull’aereo “number one” insieme a Jacqueline Kennedy. Johnson giurò fedeltà alla costituzione a bordo dell’aereo subentrando ufficialmente nella carica di Presidente.

Oswald, due giorni dopo l’arresto, mentre usciva accompagnato da un nugolo di poliziotti dalla stazione di polizia per essere trasportato in carcere, fu ucciso con un colpo di revolver da Jack Ruby. Ruby poi dichiarò che lo aveva fatto per vendicare Jacqueline Kennedy.

La commissione Warren costituita per indagare sull’omicidio di John Kennedy concluse che a uccidere il presidente fosse stato Lee Oswald. Indagini indipendenti e inchieste giornalistiche ritenevano che il presidente fosse stato vittima di un complotto e che Lee Oswald era solo l’esecutore materiale dell’assassinio. Non veniva esclusa la partecipazione nella materiale uccisione del presidente di altre persone. Non si riuscì mai a stabilire con certezza il numero di colpi d’arma da fuoco sparati nell’occasione. In un filmato di un cittadino che riprendeva la sfilata di auto del corteo presidenziale negli attimi successivi allo sparo si notava la presenza nei giardini antistanti quel luogo di una donna anziana con la testa avvolta in un foulard che, calma e rilassata, si allontanava dal luogo dell’omicidio con in mano una macchina fotografica. Nonostante le approfondite ricerche fatte dall’FBI, non fu possibile rintracciare quella donna per ascoltarne la testimonianza. La donna veniva chiamata Babushka dalla stampa a causa del foulard tipico delle donne russe.

Il presidente Kennedy si era fatto tanti, troppi nemici con la sua politica: anticastristi, Cosa Nostra, suprematisti bianchi. Nelle istituzioni non era visto di buon occhio dai politici repubblicani più estremisti, dai vertici della CIA e dagli alti comandi delle forze armate. Con la sua morte si chiuse la stagione della “Nuova frontiera” americana.

(Foto in alto: Kennedy con la famiglia, Cecil W. Stoughon, 1962, US Federal Government)