Giuseppe Garibaldi, 1860

L’INCONTRO CON GARIBALDI

2° Capitolo (prima parte) di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

Una lettera, che Cavour mi aveva fatto recapitare tramite il Marchese Villamarina, ambasciatore sardo a Napoli, mi fece conoscere, il giorno dopo il mio arrivo, questo eminente uomo che, dal momento dell’ingresso di Garibaldi a Napoli, era diventato il rappresentante del re Vittorio Emanuele, cioè della monarchia italiana.

Forse il signor Villamarina non sarebbe stato un abile diplomatico in un paese governato dispoticamente, ma ha tutte le nobili qualità richieste per essere il rappresentante di un popolo libero: franchezza, rettitudine, decisione e coraggio; nella gloriosa e luminosa marcia della nuova Italia, le finezze e le indecisioni di un Talleyrand non servirebbero.

Questo popolo sa quello che vuole e lo dice ad alta voce in Europa e nel mondo con le parole e le azioni di tutti i suoi nobili figli. Quando si incontravano, il Marchese Villamarina compiaceva Garibaldi. Essi possedevano una pari semplicità di modi e un comune patriottismo. Due righe di Villamarina al dittatore mi servirono come presentazione per il generale. Era il quin­to giorno dall’ingresso di Garibaldi a Napoli. Non ero totalmente sconosciuta all’eroe. Gli avevo consegnato il giorno prima, tra le salve di artiglieria, i versi che mi aveva ispirato. Nel 1849 avevo scritto una poesia per celebrare l’eroica morte della sua nobile moglie Anita.

Garibaldi abitava, a Napoli, al quarto piano del piccolo Palazzo d’Angri, situato in via Toledo. Quel giorno i suoi soldati ingombravano la corte, le scale e le anticamere. Quelli a cui chiesi informazioni mi guidarono con squisita cortesia verso la modesta camera del dittatore. Entrai. Egli era in piedi, un po’ stanco, appoggiato a uno dei sostegni di ferro del suo letto.

Bertani gli stava leggendo un decreto, e il suo fedele amico, il vecchio Luigi Gusmaroli, che lo accompagna da vent’anni, era con lui. Bertani dopo poco lasciò la camera. Il fedele compagno di Garibaldi mi diede un’occhiata indagatrice. La mia figura lo rassicurò, senza alcun dubbio, perché mi lasciò sola con l’invincibile.

La fisionomia di Garibaldi è ben conosciuta da tutti, quindi ne parlerò in breve. L’eroe è di altezza media, ma dritto e fiero. Porta alta la sua bella testa ispirata. Il suo sorriso gentile, la sua fronte intelligente, la sua barba bionda come quella di Cristo nei dipinti dei grandi pittori italiani, danno al volto qualcosa di mistico. Il suo sguardo riflette il suo animo, esprime la sua forza interiore. Se una parola lo disturba, se un sentimento lo attrae, se l’azione lo sollecita, immediatamente un lampo di luce illumina i suoi occhi. Quando, con la sciabola in mano, dà il segnale per la battaglia, quel lampo diventa una fiamma. «Nella notte si vede il fuoco dei suoi occhi», disse uno dei suoi soldati. Il suo sguardo divora il nemico, lo consuma, lo schiaccia. Garibaldi è fulmineo e coraggioso nella mischia, come l’Arcangelo Michele di Raffaello mentre calpesta i demoni.

Dissi a Garibaldi solo poche parole sulla sua gloria, così universale, così clamorosa e così pura. Sapevo che quest’uomo eccezionale era sensibile solo alle cose che riguardano la Patria. Gli parlai di Venezia, dove, tre settimane prima, fui la prima a portare la notizia del suo sbarco a Reggio.

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Pochi minuti dopo che il telegrafo l’aveva trasmessa a Torino, io avevo saputo della notizia da Farini, che una fortunata coincidenza mi aveva fatto incontrare sul treno che mi portava a Milano. La sera dopo ero a Venezia. Un vecchio gondoliere, che spesso, nell’inverno precedente, mi aveva condotto al Lido, mi accolse sul pontile. Egli aveva due figli militari nell’esercito austriaco, che erano fuggiti da Pola per diventare volontari di Garibaldi. Diedi al gondoliere la buona notizia e gli porsi diversi giornali di Milano che al mattino avevano pubblicato il dispaccio telegrafico. Egli diffuse immediatamente la notizia che passò, sussurrata, da gondoliere a gondoliere. Queste parole: «É sbarcato il grand’uomo!» venivano ripetute come un ritmo musicale incombente sulla laguna. In mezz’ora tutta Venezia seppe. Molti cuori erano pieni di gioia, molte fronti brillavano. Come è elettrizzante la gloria, quando questa è di un intero popolo.

Il giorno dopo visitai l’isola delle Vignole, l’unica di quelle che circondano Venezia che non conoscevo. Incontrai lì una famiglia, la cui immagine non dimenticherò mai. La vecchia madre rugosa filava, al riparo dal sole, sotto un pergolato. Suo marito raccoglieva i frutti che doveva vendere il giorno dopo a Venezia. Tre dei loro figli diserbavano la terra. Una nuora di una bellezza rara, quando le dissi che era bellissima, mi rispose: «Guardate mio marito, è più bello di me!» e lo chiamò per mostrarmelo. Anche loro avevano un figlio nell’esercito di Garibaldi. Quando riferii la notizia del giorno prima, ci furono lacrime ed esclamazioni di gioia. Subito la giovane donna mi regalò un superbo bouquet di fiori e il padre mi offrì, in un cestino, i frutti più belli. Tre giorni dopo raccontai questa scena all’illustre Manzoni. Egli esclamò: «Quale idillio di poeta sognerebbe questo idillio vivente?»

Garibaldi ascoltò attentamente e con emozione il mio resoconto su Venezia. «Sono felice della vostra visita. Avete fatto bene a venire ora,» mi disse, «fra tre giorni non sarò più qui, andrò a fare l’assedio di Capua, poi andrò a Roma, e dopo a Venezia.» Queste furono le sue parole. Gli ultimi suoi proclami le confermarono. Questo non vuol dire che, oltre ogni prudenza, come viene accusato, Garibaldi avrebbe proseguito, senza fermarsi, con il suo disegno di unificare il resto d’Italia. No! Garibaldi aveva già dimostrato, dopo la pace di Villafranca, come sapesse temporeggiare, attendendo l’ora propizia alla vittoria. Egli ha la pazienza del genio. Avrebbe tergiversato con le diplo­mazie europee, come era avvenuto in questi giorni con San Gennaro.

Il 19 settembre mattina, il giorno nel quale il santo compie ogni anno il suo miracolo, salve di artiglieria annunciarono che, in onore dell’indipendenza italiana, il miracolo era avvenuto un’ora prima rispetto agli anni precedenti. Visitai intorno a mezzogiorno la chiesa di San Gennaro. Volevo vedere il sangue sciolto, vidi solo un gruppo compatto di sacerdoti officiare e cantare nel coro, e una folla infetta di mendicanti ammucchiati nella navata. Dopo che avevo visitato San Marco a Venezia, il duomo di Milano e quello di Firenze, le cattedrali di Siena e Pisa, e le vecchie basiliche di Ravenna, il duomo di San Gennaro, con i busti d’argento di santi e vescovi, i suoi ex-voto e i vistosi reliquiari, non merita la mia ammirazione dal punto di vista artistico

Tuttavia, nello stesso giorno del miracolo, un glorioso cannone tuonava sotto le mura di Capua. Garibaldi, affiancato dai suoi tre generali più capaci e più famosi, Bixio, Medici e Türr, riportò la sua prima vittoria sugli avamposti di quella cittadina.

Il 19 settembre, il generale Türr conquistò alla baionetta la forte posizione di Caiazzo. La città fu ripresa il giorno successivo dai regi, e riconquistata di nuovo, la sera, dai garibaldini. Che carneficina! Quanti atti di eroismo ignoti! Quanto sangue si era sparso in queste feroci lotte!

Napoli era diventata deserta, vedova di questi giovani eroi con la camicia rossa, che lasceranno nella sto­ria una pagina così poetica e così gloriosa. Tutti gli ufficiali e tutti i soldati erano sul campo di battaglia. Avevo promesso ad alcuni miei amici garibaldini di incontrarli a Caserta. Lasciai Napoli il 22. Sulla banchina del treno diretto a Caserta c’era un continuo movimento di truppe e un ammasso di materiale bellico. Era una vista tutta nuova per me. Mi sedetti in un vagone, dove trovai alcuni ufficiali che, leggermente feriti nei giorni precedenti, erano venuti a Napoli per curarsi e che già tornavano sulla linea di fuoco. A Maddaloni, splendido paese ai piedi di alte montagne, coronate dalle torri superbe di un castello medievale, salirono sul treno i feriti più recenti, ancora sanguinanti, insieme ad altri ancora doloranti per i colpi ricevuti il giorno prima nella battaglia intorno a Caiazzo. Notai un giovane capitano con la testa tutta ricoperta da una fasciatura; al suo fianco, aiutato dallo stesso ufficiale, stava seduto un piccolo garibaldino di tredici anni, piegato su sé stesso, al quale ogni movimento sembrava impossibile. Chiesi al povero bambino cosa avesse. Il capitano rispose che mentre questo bambino, con la spada in pugno, combatteva eroicamente contro i borbonici, nell’ultimo attacco di Caiazzo, i contadini lo avevano bastonato alle spalle. «Spero, per il loro onore, che non siano stati i contadini», disse un altro ufficiale, «ma alcuni dei detenuti di Castellammare che i Borbone hanno scatenato nel paese».

Arrivammo a Caserta. La banchina della stazione è situata di fronte al palazzo reale, una costruzione massiccia e imponente che sembra pesare sul terreno come i sovrani che l’abitavano pesavano su queste contrade. Davanti alla facciata c’è una vasta spianata erbosa, fiancheggiata a sinistra da una caserma. Sempre a sinistra, all’orizzonte, si nota il Vesuvio, che getta nell’aria il suo fumo eterno. Da questo lato del monte non si riesce a vedere la sua bocca infuocata. Dietro il palazzo si trovano il parco e i giardini, dove sorge una cascata che imita quella del castello di Saint-Cloud.

La spianata era ingombra di un viavai di garibaldini: alcuni avevano le braccia spezzate, i vestiti strappati ed erano ancora coperti dalla polvere della battaglia. Attraversai l’enorme portone del palazzo: niente guardie, niente consegne, nessun cerimoniale. Il portiere e i custodi, spaventati, non furono in grado di indicarmi in quale parte del palazzo si trovavano gli amici che mi stavano aspettando. Dopo un’ora di vana ricerca in questo labirinto di corridoi, rinunciai e decisi di cercare una sistemazione in qualche albergo a Caserta. Se in tempi normali le locande nei dintorni di Napoli offrono solo alloggi piuttosto modesti, bisogna immaginare come si presentavano in quel momento, ingombre di soldati affamati ed esausti. Un custode del palazzo mi condusse nell’albergo più bello della città. Ancor prima di entrare mi resi conto dell’impossibilità di trovare una camera libera. Il cortile interno era pieno di garibaldini distesi a terra, che riposavano, fumavano o mangiavano carne e maccheroni traboccanti dai piatti. Attraversai le scale, tutte ingombre di acqua sporca, detriti vegetali e piume di pollame. Al primo piano c’erano alcune donne anziane, trasandate e spet­tinate, che macellavano polli, spennandoli per poi passarli a un cuoco cencioso che li friggeva e grigliava immediatamente. Altre rompevano e battevano uova per farne omelette. In diverse stanze, i materassi erano sparsi sul pavimento e servivano sia da letto che da tavolo da pranzo. La massa di garibaldini era così compatta in alcuni luoghi che non tentai neppure di entrare. Attraversai un locale accanto alla cucina dove vidi l’albergatore occupato a contare pile di carlini con i quali i garibaldini avevano pagato con scrupolosa esattezza i pranzi che erano stati loro serviti. Gli chiesi, senza alcuna speranza, una stanza per la notte. «Vedete», rispose, «è impossibile, cara signora.» Non insistetti, e uscii dall’albergo dove si soffocava per gli odori pungenti. L’aria pura e una colonna di militari, che in quel momento passava per le strade di Caserta, mi rianimarono. I garibaldini, appena arrivati da Napoli, marciavano allegramente al suono della tromba. Altri cantavano il ritornello della loro canzone preferita:

  • Addio, mia bella, addio:
  • l’armata se ne va;
  • se non partissi anch’io
  • sarebbe una viltà!

Poi passarono altre colonne di soldati, meno gioiose, più lente e tristi da guardare. Anche davanti a loro c’era un po’ di musica, ma sembrava una fanfara lugubre. Le trombe erano annerite di polvere e alcune bacchette dei tamburi si erano rotte in battaglia.

Erano volontari che tornavano vivi dall’ultimo combattimento di Caiazzo. Tra questi trovai il giovane capitano ferito alla testa che avevo incontrato nel treno. Accanto a lui si trascinava il ragazzo di tredici anni che i contadini avevano picchiato, altri ragazzi della stessa età, con gli abiti strappati, presentavano piccole ferite al volto e alle mani. «Poveri piccoli,» dissi loro, «anche voi avete combattuto per l’Italia.» «Hanno combattuto come leoni,» rispose il capitano, «erano cinquanta di una legione che avevo messo insieme in Italia centrale». «Sono stati chiamati i piccoli cacciatori di Bologna. Ne rimangono appena sette, gli altri sono tutti morti con la spada in mano. Ieri ho visto più di trenta ragazzi caduti sulle alture di Caiazzo. Il loro ultimo grido fu “lunga vita all’Italia, lunga vita a Garibaldi!” Fecero il segno della croce, mormorarono un atto di contrizione e questo fu tutto. Dovetti abbandonare ai regi quei corpi giovani e mutilati senza sepoltura. Ancora ho davanti agli occhi i loro pallidi volti e i loro occhi morti, che sembravano guardarmi. Quasi tutti erano poveri figli del popolo che il nome di Garibaldi aveva infiammato. Ma uno era nato in una bella villa sulle rive del lago di Como. Un ricco orfanello catturato dal sublime amore della patria, aveva lasciato i suoi tutori, era fuggito per seguirci. Mi diceva spesso: “Capitano, quando sarò più grande, vorrei che tu e tutto il battaglione veniste a banchettare a casa mia.” Povero bambino così coraggioso, così buono, così espansivo; ora non ha nem­­­meno una tomba!»

Mentre il capitano parlava, vedevo tutti questi eroici bambini insanguinati sdraiati sull’erba, pensavo alla disperazione delle madri. Un singhiozzo mi proruppe dal petto, le lacrime mi scendevano sul viso. Per non farmi vedere, abbassai il velo e fuggii in una strada solitaria.

(Immagine in alto: Giuseppe Garibaldi, 1860)