L'incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano, Pietro Aldi, 1886

L’INCONTRO DI TEANO

6° e 7° Capitolo di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

L’escursione a Sant’Angelo mi diede l’idea di recarmi sul Vesuvio. Rimandavo giorno per giorno questa ascensione, diventata sempre più impervia dall’ultima eruzione del cratere. Ma, dopo essere salita in cima a Sant’Angelo e visto le bombe scoppiarmi accanto, mi sembrava di essere pronta; poi mi prese una sorta di gioia femminile, mentre la guerra era lì vicino a noi, di correre anche la mia parte volontaria di fatica e forse di rischio. Non è questo il luogo di una lunga descrizione di questo sinistro e sublime oceano di lava con onde pietrificate, più spaventoso e più scuro del mare mosso di un giorno di tempesta del vicino golfo. Racconterò solamente e brevemente la terribile impressione che mi assalì durante il mio passaggio attraverso queste lande desolate, dove mi scontravo a ogni passo con l’idea della fine violenta della terra e delle persone; queste impressioni erano come l’eco e il complemento di quelle che avevo provato il giorno dopo le micidiali battaglie combattute attorno a Capua. Quando alzavo lo sguardo sulle cascate pietrificate, cara­collando su un cavallo sbuffante, pensavo all’assalto di enormi fortificazioni messe a difesa di una città inespugnabile. Dietro di me la baia di Napoli, pacifica e iridescente, era illuminata dalla luce del tramonto; le isole e la campagna, su entrambe le rive, sembravano sorridere sotto la luce che le accarezzava. Era la calma bellezza e l’inerte indifferenza della natura di fronte a una sanguinosa battaglia: che cosa importa alla Terra della distruzione e della morte?

A volte mi voltavo a guardare il golfo; era una vista che mi riempiva di felicità. Continuai la mia scalata ansimando e all’improvviso mi venne in mente la fantasmagoria di una feroce mischia in mezzo alle macerie fumanti di rocce e muri; invece di andare lentamente ed esitando con la mia tranquilla montatura, cavalli furiosi come i combattenti che li montavano si precipitavano e si lanciavano, narici aperte, peli rizzati; le loro ferite non li fermavano più di quanto non fermassero gli uomini; animali calpestavano moribondi che a loro volta li calpestavano; le ultime grida di quelli che lasciavano la vita si mescolavano ai nitriti d’agonia degli animali. Tuttavia, i più forti, i più felici, i predestinati del caso salivano sempre, attraversando fiumi di sangue e montagne di carne lacerata; giungevano infine davanti alla città conquistata, una città meravigliosa che troneggiava su queste formidabili altezze. Ma appena arrivarono trionfanti, imboccando trombe e suonando fanfare, improvvisamente la città si trasformò in una fiamma, le sue case allineate sulle strade, le terrazze, le cupole, i colonnati, gli acquedotti, gli archi di trionfo, le piramidi e le colonne vacillarono in una conflagrazione generale; gli alberi dei giardini e dei viali scintillavano e disegnavano nel buio il loro fogliame luminoso; invece dell’acqua, le fontane versavano fuoco e gli stessi vincitori, entrando in questa città che bruciava da tutte le parti, diventavano dei carboni ardenti che si ammucchiavano e agitavano per un attimo sotto i portici, poi, vacillando, si inabissavano nell’enorme fornace.

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Ma quella non era un mio incubo, era la realtà superba e terribile cui assistevo. Nel fuoriuscire dal cratere del vulcano, la lava stava effettivamente disegnando davanti a me questa vasta città, bruciata, che io popolavo di assalitori e di assediati. Sembrava la Roma di Nerone che bruciava nella notte! Che torri maestose, quali enormi bastioni! che templi! quali fori! che circhi! Bruciavano senza tregua, eppure restavano intatti e in piedi. Non crollavano di schianto trasformandosi in cenere. Per quale miracolo questa città ardente attraversava l’eternità? Questo non era forse l’emblema della distruzione e della guerra con cui tutto muore e che si perpetua da un secolo all’altro? Platone ha detto: «La vita nasce dalla morte».

Sembrava che un soffio intelligente circolasse in questa città modellata dalla lava, conservata intatta come amianto, che nessun fuoco poteva distruggere. Eppure era deserta. Dove erano nascosti i vincitori e i vinti? Dove erano caduti i combattenti che l’avevano presa d’assalto? «Cerchiamo! cerchiamo!» La loro tomba era forse in questo ultimo bastione titanico che ruggiva e tuonava sulla mia testa.

Da parte mia continuavo a salire; sentivo come colpi di cannone sotterranei e formidabili che riecheggiavano sovrastandomi; salii fino al cratere. Alterata dall’ignoto e dall’infinito, premetti le mie labbra sul bordo dell’immensa bocca fiammeggiante; fui avvolta dal fumo che bruciava, punteggiato da alcuni getti di lava luminosi. Le spaventose urla dell’abisso salivano verso di me; erano detonazioni che si articolavano come i giochi di voce di un gigante. Mi sembrò di riconoscere in questi rumori senza tregua tutti i gemiti e le grida degli eroi sconosciuti morti per la libertà. La vertigine dell’abisso mi afferrava e mi attraeva. Mi allontanai dal cratere con terrore. Le mie labbra disseccate si sollevarono, tendendo verso le stelle e inalando l’aria fredda della notte. Alla base di uno dei versanti esterni del cratere percepii una immensa solitudine, ero separata dal resto del mondo da montagne di lava. Mi precipitai attraverso le ceneri che mi piovevano addosso come per seppellirmi. Là non si sentiva mormorio umano. Sembrava di camminare nel vasto e triste cimitero di tutti quelli che la guerra aveva sottratto violentemente alla vita. Era la tomba superba e desolata adatta alle glorie deluse e alle fame annientate; dove la natura è senza eco, la tristezza delle ombre dimenticate è meno amara.

Sotto i fiori, sotto i soffici tappeti erbosi e marmi impreziositi nel camposanto di Napoli, di fronte al golfo scintillante di vita, gioia e luce, a queste campagne che sbocciano allegria, a queste isole che sembrano cantare l’amore, a quelle notti radiose in cui regna il piacere, cosa ne sarà di voi, eroici martiri, i cui giorni prematuramente troncati furono un costante e stoico sacrificio?

* * *

Tuttavia, il regno del padre di tutti questi eroi, per i quali sognai questo sublime cimitero, il regno così puro, così disinteressato, così inaudito nella storia, il regno di Garibaldi giunse al suo termine. Il 27 ottobre, i due uomini che, con meraviglioso accordo, avevano resuscitato l’Italia, il dittatore e il re, si incontrarono vicino al villaggio di Sant’Agata. L’esercito italiano, che aveva marciato per diversi giorni, aveva raggiunto l’incrocio tra le due strade provenienti da Venafro e San Germano. Il generale Della Rocca, a capo di una colonna, vide un gruppo di garibaldini: il dittatore era tra loro. Il generale Della Rocca si avvicinò e strinse l’eroica mano che aveva conquistato l’Italia meridionale per offrirla al suo re. Il generale annunciò a Garibaldi che Vittorio Emanuele si stava avvicinando con il grosso dell’esercito. Il dittatore montò immediatamente sul suo cavallo e galoppò per incontrare l‘eletto principe d’Italia. Presto i due predestinati furono faccia a faccia: il re era circondato dal suo stato maggiore, Garibaldi dai suoi fedeli. Vittorio Emanuele, commos­so, tese la mano al suo amico. Subito si allontanarono insieme distanziando un po’ il loro seguito; parlarono tra loro per due minuti: non una parola di ciò che si dissero arrivò ai loro uomini. Così, le parole e il breve discorso, politico e preparato, che diversi giornali avevano riportato, erano privi di qualsiasi verità. Dopo questi due solenni minuti di colloquio, si riunirono ai loro armati che si erano fermati per un momento. Il re e l’eroe proseguirono fianco a fianco, chiacchierando familiarmente, scortati dai loro ufficiali e seguiti dal grosso delle truppe; arrivarono a Teano.

Nei giorni seguenti Vittorio Emanuele e il dittatore si incontrarono spesso a Caserta, a Santa Maria e nei vari villaggi che circondano Capua, fino alle rive del Garigliano.

Il 31 ottobre il dittatore venne a Napoli per assistere alla benedizione delle bandiere del reggimento ungherese sulla Piazza di San Francesco di Paola. Davanti alla chiesa, di fronte al Palazzo Reale, con la vista del Vesuvio, fumante come un gigantesco treppiede, era stato eretto un altare; bandiere scintillanti di ricami d’oro ricoprivano ciascun lato dell’altare. Queste bandiere erano il lavoro paziente delle donne italiane.  Sembrava di essere tornati al Medioevo, quando le nobili castellane ricamavano sciarpe e stendardi per i cavalieri; la figlia assente di Garibaldi e la marchesa Pallavicino, eroica moglie del nobile martire di Spielberg, erano le due madrine delle bandiere ungheresi. Dopo la benedizione delle bandiere, Garibaldi, affacciato al balcone del Palazzo della Foresteria, parlò al popolo del vero spirito del cristianesimo, sconosciuto al papato; il pubblico lo applaudì con amore, poi si allontanò, con l’eco delle sue parole nelle orecchie.

All’interno del palazzo proseguì una festa riservata. Il generale Türr, capo del valoroso reggimento ungherese, sedeva a una splendida tavolata con il dittatore, il suo stato maggiore, gli ufficiali ungheresi più alti in grado, il marchese e la marchesa Pallavicino, il marchese e la marchesa Villamarina e alcune signore inglesi. Si brindò all’Italia libera e unita e all’Ungheria ancora schiava. In uno slancio di lirismo molto nobile ma un po’ chimerico, il generale Türr disse alla marchesa Villamarina: «Prima di un anno faremo il vostro re, re d’Ungheria …»

Garibaldi, pensoso e riflessivo come sempre, ascoltava tutto e parlava poco, piuttosto sembrava meditare; secondo sua abitudine rifletteva in silenzio. Improvvisamente la porta della stanza si aprì, una mendicante venne introdotta, era una di quelle povere donne delle strade di Napoli che Garibaldi aveva preso in amicizia. La vecchia cenciosa avvicinò l’eroe; lo chiamò “figlio mio” e lo baciò; uomo giusto e semplice, un vero cristiano, rese alla bisognosa il bacio di pace e di uguaglianza e dispose che le venisse dato da mangiare. Sembrava di vedere una scena del Vangelo.

Dopo questa festa di gloria, di libertà e di fede, Garibaldi ritornò al campo; l’apostolo ridiventò soldato.

La sera di quel giorno si danzò dal generale Türr; osiamo dire che il ballo era inopportuno in questa festa. Molte signore si rifiutarono di partecipare, perché in quei momenti si combatteva e si moriva intorno a Capua e lungo il Garigliano. Ci vuole tutta la passione degli ungheresi per la danza, per giustificare questa frivolezza; giustificazione leggera come la stessa passione. È questa, del resto, la debolezza e la puerilità di quella bella razza, che ama un po’ troppo la galanteria, le sciarpe ricamate e le corone tessute da mani femminili, gli anelli scambiati, i giuramenti appassionati e volubili fatti alle donne sui nomi sacri di patria e onore; facondia di soldato, iperbole cavalleresca che involontariamente ricordano il Febo di Notre Dame de Paris, ma che, tutto sommato, l’eroismo in battaglia cancella e redime.

(Immagine in alto: L’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano, Pietro Aldi, 1886)