Filippo Cifariello nel suo studio, 1930 circa.

LO STRANO CASO DI FILIPPO CIFARIELLO, SCULTORE

Filippo Antonio Cifariello era figlio di Ferdinando Cifariello, un modesto artista di origini baresi che provvedeva alla sua numerosa famiglia, cinque figli e la moglie Giovanna Rutigliano, facendo il cantante in sbrindellate compagnie di canto, attività che non lo metteva al riparo dalla miseria. Filippo nacque il 3 luglio 1864 a Molfetta. Si trasferì ben presto a Napoli, seguendo le vicissitudini del padre. Giovanissimo dovette darsi da fare, lasciando gli studi, per provvedere alla famiglia. Approfittando della sua naturale inclinazione alla scultura, costruiva statuine di creta che poi vendeva, ricavandone qualche soldo.

Notato per la sua bravura nel riprodurre all’impronta i lineamenti delle persone in piccoli busti di creta, riuscì a frequentare l’Istituto di Belle Arti di Napoli dove seguì le lezioni di Gioacchino Toma. Finito gli studi si dedicò alla scultura seguendo la corrente del “verismo”, che si contrapponeva a quella “accademica”. Fu accusato, tanto le sue sculture riuscivano a rappresentare la realtà fin nei minimi particolari, di fare riproduzioni tramite calchi ricavati dal vivo. La risposta, per stroncare queste dicerie, fu che “Gattonero”, così lo avevano soprannominato, rifece le sue figure in scala minore, dove non poteva esserci possibilità di utilizzare calchi. Non mancava di irridere i suoi colleghi scultori di fede “accademica” sfidandoli a creare arte anche attraverso la tecnica dei calchi di cui l’avevano accusato: «Formate (dai calchi), colleghi, formate pure, a condizione che facciate dell’arte».

Nel 1889, durante l’esposizione universale di Parigi, sorprendentemente, visto la sua totale adesione alla corrente verista, criticò Rodin e il suo verismo, facendo grandi lodi agli scultori accademici presenti all’esposizione. Di ritorno da Parigi si trasferì a Roma dove abitò e lavorò per molti anni, ospite nel palazzo del principe Odescalchi, il quale apprezzava particolarmente le sue opere. Presentò alla Prima Esposizione della Città di Roma diverse sue sculture, acquisendo una fama che superò i confini italiani. Fu anche socio del locale Circolo Artistico Internazionale.

Questa storia è tratta dal volume “NOVECENTO. Napoli e napoletani del XX secolo” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Una sera, durante una rappresentazione al Teatro del Varietà, conobbe la cantante soubrette francese Maria Brown, in arte Bianche de Mercy. Cifariello la invitò nel suo studio per farla posare per una statuina. La soubrette le prime volte si presentò allo studio accompagnata dalla madre, poi successivamente andò da sola. Nonostante la corte serrata che le faceva lo scultore, lei non si concedeva, finché un giorno cedette alle sue insistenze. La Brown subito dopo interruppe i contatti con il Cifariello, anche se lo scultore era ormai innamorato perso della bellissima Bianche de Mercy.

Nei successivi due anni non incontrò più la cantante. Filippo aveva quasi dimenticato l’avventura amorosa con quella meravigliosa creatura e aveva ripreso con accanimento il suo lavoro artistico che ormai riscuoteva un grande successo, anche economico. Un giorno la incrociò casualmente mentre passeggiava con la madre per strada. Filippo non fu particolarmente colpito dall’incontro ma Maria insisté nel volerlo rivedere. Pian piano riprese la febbre d’amore per la “chanteuse”. Non durò molto, dopo qualche tempo i rapporti si raffreddarono di nuovo e Maria Brown partì per una tournée all’estero. Ci fu poi un riavvicinamento, questa volta definitivo, poiché i due si sposarono il 12 maggio del 1894.

Iniziò, per lo scultore, un periodo di gioie, amarezze e gelosia, nonché di grande bisogno di guadagnare, poiché il denaro che lo scultore dava alla moglie per il fabbisogno domestico sembrava non bastare mai. Un giorno Filippo scoprì alcune lettere di uno spasimante della moglie. Dopo una violenta scenata Maria, accampando scuse, incolpò la madre dell’accaduto. Per cercare di far troncare questi rapporti di amicizia con altri uomini, che la moglie continuava a coltivare nonostante il matrimonio, Filippo Cifariello accettò un incarico in uno stabilimento di porcellane in Germania. A fine 1800 si trasferì con la moglie e la suocera a Passau, in Baviera, come direttore artistico della famosa fabbrica di porcellana “Lenk” che produceva fiori, statuette e piccoli oggetti di bisquit. Cifariello disegnò e produsse diversi degli oggetti prodotti in quel periodo dalla fabbrica di Passau.

La moglie insoddisfatta della vita che conduceva nella piccola cittadina tedesca, lasciò il marito per riprendere l’arte che più amava. Tornò a Roma per calcare le scene dei teatri di varietà. Bianche de Mercy ottenne anche un ingaggio per una tournée negli Stati Uniti, dove rimase un anno, abbandonando di nuovo lo scultore che nel frattempo era tornato a Roma. Terminata la tournée americana Maria riprese il suo posto nella casa coniugale insieme a Filippo. Nel 1905, dopo l’inaugurazione della statua di Umberto I, che Cifariello aveva scolpito per conto del comune di Bari, la coppia si divise. La moglie continuò la sua attività di cantante, mentre Cifariello tornò nella sua Napoli prendendo alloggio presso la pensione Mascotte di Posillipo.

Dopo alterne vicende, con richieste di separazione avanzate dalla moglie e momentanee rappacificazioni, il 9 agosto del 1905 Filippo Cifariello sorprese la moglie in una camera della stessa pensione con l’avvocato Soria, un amico di famiglia. Dopo improbabili spiegazioni, sembrava che la cosa fosse chiarita. Ma, durante la notte, iniziò un nuovo litigio tra Maria e Filippo. A un certo punto Maria impugnò un revolver che teneva nascosto sotto il cuscino, minacciando il marito. Cifariello prese a sua volta dal comodino una pistola e, puntandola contro la moglie, fece fuoco per cinque volte. Erano le 5 del mattino del 10 agosto del 1905. Marie Brown morì sul colpo.

Il processo si tenne presso la Corte di Assise di Campobasso nel 1908, dopo che quello di Napoli dovette essere sospeso e trasferito per legittima suspicione a causa della calca di pubblico che intendeva assistere alle udienze. Il fatto di cronaca aveva suscitato un grande clamore. Durante il dibattimento fu messa in evidenza una precedente malattia mentale con crisi maniaco-depressive che Filippo Cifariello aveva sofferto anni prima, inoltre fu tenuto conto dello stato di alterazione mentale dello scultore nel momento del delitto. Grazie a questo precedente e alla bravura dei suoi avvocati, Pietro Pansini e Gaetano Manfredi, due principi del foro, fu assolto per vizio totale di mente.

Dopo questa tragedia la vita artistica di Filippo Cifariello ne uscì distrutta.  Dovette ricominciare praticamente daccapo, ma la sua bravura ben presto si impose facendo dimenticare la tragedia di cui era stato protagonista. Le sue drammatiche vicende avevano accentuato il suo “superverismo”. Nel suo lavoro artistico preferiva la riproduzione delle fattezze umane, accompagnata da una lettura psicologica del soggetto preso a modello. Riusciva a far intuire il carattere delle persone dalle espressioni del volto delle sue statue, come nella riproduzione del viso della pianista “Nadler” (1898) e del tenore “Caruso” (esposto a Parigi).

Nel 1914 si risposò, cinquantenne, con la ventiduenne Evelina Fabbri che però, dopo tre settimane dal matrimonio, morì per un incidente domestico. Un fornellino a spirito le si rovesciò addosso, avvolgendola tra le fiamme nell’appartamento della coppia in via Solimena a Napoli (Vomero). La poveretta fece in tempo, prima di morire, a riferire ai suoi soccorritori che si era trattato di un incidente, scagionando il marito da ogni sospetto.

Ci fu un terzo matrimonio nel 1928 con la tedesca Anna Maria Marzell, della quale sono rimaste due sculture fatte dal marito, una in gesso “La signora delle Ortensie, Anna Maria Cifariello” e una in marmo “Maternità” che si trova presso il museo di San Martino. Da questa unione nacquero due figli, Filippo e Antonio Cifariello. Nel 1931 lo scultore scrisse uno dei più bei libri autobiografici del novecento “Tre vite in una” dove, con vena poetica, raccontò le vicende della sua vita artistica e familiare. Fu pubblicato dalla Bottega d’Arte di Livorno.

Il 5 aprile del 1936, in preda a una depressione che lo teneva sotto scacco da alcuni anni, Filippo Cifariello si tolse la vita sparandosi un colpo di pistola alla tempia nel suo studio di Napoli, in via Solimena 10 al Vomero, situato a pochi passi dalla sua abitazione. Il figlio dello scultore, Antonio Cifariello, nato nel 1930, divenne un famoso attore cinematografico. Fu chiamato a interpretare più di quaranta pellicole, in particolare film della commedia all’italiana, tra cui i più famosi furono “Pane, amore e …” e “Vacanze a Ischia”. Fu nel cast delle “Le ragazze di San Frediano” con la regia di Valerio Zurlini. Partecipò ad alcuni sceneggiati televisivi tra cui “Il dottor Antonio” del 1954. Antonio Cifariello sposò Patrizia Della Rovere, valletta del Musichiere, dalla quale nel 1960 ebbe un bambino. Purtroppo la sventura continuò a perseguitare la famiglia Cifariello. Antonio morì il 12 dicembre 1968 in un incidente aereo a Lusaka, nello Zambia, a soli 38 anni.

(Foto in alto: Filippo Cifariello nel suo studio, 1930 circa)