Palazzo Reale di Caserta, Tango 7174, 2010, CC BY-SA 4.0

LOUISE COLET A CASERTA

Capitolo (seconda parte) di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

Camminavo sola in un quartiere quasi deserto, dove si trovavano le case più belle della cittadina. Erano tutte chiuse. Non c’era alcuna donna sulle soglie o sui balconi.

La giornata volgeva al termine. Disperavo di trovare un riparo per la notte. Mi dispiaceva essere costretta a partire quella sera stessa per Napoli senza aver visitato l’ospedale di Caserta. All’improvviso si accostò a me un giovane volontario garibaldino, Francesco Pedaldi, il cui padre è uno dei più illustri avvocati di Palermo. Questo padre ha tre figli, giovani, belli, educati. Un giorno li vide partire tutti e tre con Garibaldi, disse loro: «Sta bene, fate il vostro dovere.» Il più anziano, Francesco, aveva appena diciotto anni, l’avevo conosciuto nei giorni precedenti a Napoli.

Gli dissi della mia angoscia. Mi rispose: «Sono più fortunato di voi, ho un letto in caserma per la notte, ma finora non sono riuscito a cenare.»

Gli mostrai, con un gesto, tutte quelle grandi case chiuse, che sembravano provocarci con il silenzio che le circondava. Quindi esclamai: «Vado a prendere d’assalto una di queste case e chiedo di cenare.» «Ecco un’idea», rispose lui, «che poteva venire solo a una francese e a una parigina, ma vi avverto che non ci riuscirete, perché tutte le case di Caserta sono chiuse per noi già da qualche giorno.» «Bah!» gli dissi, «lasciami fare.» Entrai risoluta in una bella casa con balconi, situata vicino al palazzo reale. Il portiere mi informò che quella casa apparteneva al signor Rossi, l’architetto di stato. Andai incontro al maggiordomo. Era un uomo con maniere distinte e circospette. Mi presentai. Parlai degli amici che avevo in tutta Italia. La signora Rossi, che era apparsa scortata dai suoi otto figli, mi assicurò con gentilezza e semplicità che avrei ricevuto tutta l’ospitalità che poteva offrire, cioè una cena improvvisata. Quanto al letto, era quasi impossibile, le stanze che la numerosa famiglia non occupava erano già state prese dagli ufficiali di Garibaldi. La cena, eccellente e di una semplicità squisita, fu servita in una sala da pranzo dalla quale si dominava la campagna, e la cui prospettiva era il Vesuvio. Al dessert, il giovane siciliano ci lasciò per andare a dormire in caserma. Non l’ho più visto. Chissà se è ancora vivo o se è stato ucciso in battaglia.

Presto Carlo Litta, di Milano, che sapeva del mio arrivo, venne a offrirmi un alloggio per la notte. Dormii poco. Voci allarmanti circolavano a Caserta dalla sera del 22 settembre. Si parlava di un attacco dei regi, che poteva avvenire durante notte. Sentivo, dal mio letto, passi lontani di soldati e tintinnii di armi. Alla fine, verso le tre del mattino, un rullo di tamburo attraversò la piazza dove affacciava la mia camera. Riuscii a distinguere il trotto di alcuni cavalli nella direzione della vecchia caserma. Che succedeva? Mi alzai e chiesi. Garibaldi, mi assicurarono, aveva trascorso la notte in bianco per controbattere una cospirazione dei regi e di alcuni abitanti reazionari. Non riuscii a riaddormentarmi. All’alba mi vestii e alle otto ero pronta per andare all’ospedale. Il Capitano Litta, guidandomi verso una carrozzella, mi diede alcuni dettagli sulla cospirazione della notte. Ne parlava con rabbia, alla quale si mescolava l’entusiasmo per la fermezza e l’audacia di Garibaldi.

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Non avevo mai visitato un ospedale militare. Quello di Caserta è molto bello, circondato da giardini fioriti e alberi ad alto fusto. I re di Napoli, a cui non importava nulla della miseria della gente, erano preoccupati del benessere dei soldati. Essi vedevano in loro uno strumento di oppressione. All’esterno l’ospedale di Caserta assomiglia a un palazzo, ma all’interno i reparti con i ricoverati mi fecero, quel giorno, un effetto lugubre. Non incontrai nessuna donna in quel luogo. Alcune infermiere napoletane non davano sufficiente attenzione agli eroi dell’indipendenza italiana.

Mi avvicinai a ogni letto per realizzare la bella missione che mi ero imposta. Pochi erano i feriti gravi, ma molti avevano ricevuto frammenti di colpi di mitraglia in pieno volto. Di questi non riuscivo a scorgere il viso. Avevano il capo avvolto da bende bianche macchiate di sangue. Nemmeno un gemito usciva dalle labbra di questi eroici pazienti. Distesi sui loro letti allineati, cacciavano con le loro mani pallide le mosche che una temperatura calda attirava attorno alle ferite. Alcuni mi sorrisero dicendo: «Non è niente, tra otto giorni ci batteremo di nuovo.» Ben pochi accettarono delle monete. Tutti mi rispondevano: «Garibaldi non ci fa mancare nulla.» Vidi due di loro seduti su sedie di paglia, più abbattuti degli altri, e che, tuttavia, soffrivano meno. Uno aveva tutte le membra intorpidite per aver attraversato un corso d’acqua gelida mentre era accaldato dal sudore del combattimento, l’altro, “tremblant la fièvre” (tremava per la febbre), secondo l’espressione italiana e provenzale. Insistetti con le infermiere perché il primo fosse messo subito in un bagno caldo e che fosse portato del chinino al secondo. Poco dopo appresi che questa doppia prescrizione aveva procurato sollievo ai due pazienti.

Ariosi e spaziosi come sono, gli ospedali mi fanno l’effetto di catacombe. Ai miei occhi manca la luce e al mio petto il respiro. Mi sembrò di tornare alla vita quando mi ritrovai in strada, sotto gli enormi platani che ombreggiano il viale che congiunge il palazzo reale di Caserta all’ospedale. Era un caldo gentile. Nel cielo, di un blu intenso, non c’era una nuvola. Miriadi di insetti ronzavano sui fiori delle vicine aiuole. Pensai al contrasto di questo ronzio innocuo con quello delle mosche affamate che si posavano sulle ferite dei poveri soldati. Alcuni garibaldini a cavallo galoppavano per portare gli ordini del dittatore, da Santa Maria a Capua; altri passavano in carrozze scoperte che, lanciate a tutta velocità, sollevavano vortici di polvere al loro passaggio. Andai al palazzo reale, dove trovai ai piedi delle scale il capitano Carlo Litta e il tenente Giuseppe Marinoni del comando militare (un ufficiale veneziano che avevo conosciuto in precedenza a Parma). Entrambi mi stavano aspettando per accompagnarmi a visitare gli appartamenti reali, la cappella e il teatro. Salimmo i gradini dello scalone monumentale dopo aver attraversato un portico sostenuto da sessantaquattro colonne di marmo. I napoletani sono molto orgogliosi di questo palazzo, costruito secondo i disegni di Vanvitelli e, in particolare, della scala di marmo di vari colori. Gli ornamenti di scultura e architettura che la decorano mi sembrano un po’ esagerati ma, nel complesso, sono di grande effetto. Le tre file parallele di enormi gradini di marmo bianco conducono a una rotonda dove si aprono le porte della cappella e quelle degli appartamenti reali. La cappella non contiene nessun dipinto e nessuna statua importante, è ricca solo di marmi policromi. Il teatro, situato nella parte opposta del palazzo, è piccolo, ma estremamente elegante. I palchi con i loro parapetti dorati sono divisi e sostenuti da sedici colonne, resti antichi del tempio di Serapide di Pozzuoli. Gli appartamenti reali sono come tutti quelli in Europa. Solo una sala attirò la nostra attenzione: quella in cui Ferdinando II morì dopo un’orrenda agonia. Di questa stanza rimangono solo le quattro pareti. Essa è stata spogliata dei suoi mobili e arazzi. Devono essere stati bruciati per paura del contagio del male che aveva colpito il re. Si direbbe che un fuoco celeste l’abbia attraversata. Si sente, mentre si passa in questa stanza vuota, una sorta di terrore. Al contrario, è solo disgusto quello che ispira la sala dove c’era l’ufficio del Re. Essa è situata al primo piano e fa parte dell’appartamento occupato dal Generale Medici, al di sopra del quale si trova il modesto ammezzato dove alloggia Garibaldi. Questo ufficio conteneva le prove della politica miserabile dei Borbone e della sorveglianza di polizia che lo stesso re ordinava. Qua e là c’erano plichi etichettati e annotati dalla mano di Ferdinando II, mucchi di armi sequestrate, pacchi di giornali, opuscoli sediziosi e ritratti litografati del principe Murat.

Lasciai queste stanze reali con un disagio che derivava dal disgusto e non dalla tenerezza di quello che mi aveva preso all’ospedale. Qui fui afferrata da un malanno morale. Ma non appena scendemmo la grande scalinata, risuonò un clamore che risollevò il nostro cuore. Era Garibaldi che attraversava i cortili interni del palazzo. Un rispettoso fremito corse tra gli astanti. L’eroe non si soffermò ad ascoltare le acclamazioni. Era triste per le sanguinose battaglie del giorno prima, e la sua bella testa pensierosa era chinata sul suo petto. Passò, agitando la mano e convocando quasi tutti gli ufficiali presenti. Insieme andarono a cibarsi di quei pasti spartani e veloci che si distinguevano da quelli dei soldati solo dall’abbondanza di frutta che il dittatore preferiva a qualsiasi altro piatto.

Accompagnata dal capitano Litta e dal tenente Marinoni, attraversai i vasti giardini del palazzo in stato di abbandono. Uno dei giardinieri mi offrì un bouquet di fiori. Pensai al destino della giovane regina di Napoli, che aveva passeggiato tra questi giardini e che era dovuta fuggire a causa dell’odio popolare. Allo stesso modo era stata cacciata Maria Antonietta dai giardini ombrosi di Versailles e del Trianon. Ma anche a Napoli è presente la moderazione del popolo italiano, questo è ciò che rende questa rivoluzione così grande e così pura. Restammo per lungo tempo sotto l’ombra degli alberi, così pieni di verde che sembrava di essere in primavera e non in questo autunno malinconico che, nel nord della Francia, cosa strana, s’annuncia molto più in fretta che in Italia, a causa della caduta delle foglie ingiallite.

Il rullo del tamburo ricordò al capitano Litta che era l’ora in cui doveva comandare le manovre sulla piazza principale del palazzo e ricordò a me che era l’ora del ritorno a Napoli. Trovai un movimento insolito di fronte alla stazione. Una folla, che si affrettava dalla cittadina, andava mescolandosi ai soldati. Presto grida ripetute a voce piena di “Viva Garibaldi” annunciarono l’arrivo del dittatore. Stava partendo per raggiungere Maddaloni con lo stesso treno che mi accingevo a prendere per rientrare a Napoli. Era accompagnato solo dal suo fedele amico Gusmaroli e da tre o quattro ufficiali. Camminava silenzioso e pensieroso. Non avevo mai visto la sua faccia così seria. Le grida e i movimenti della folla si moltiplicarono. Alcune donne, vestite modestamente, gli lanciavano baci, urlando: «Com’è bello Garibaldi!» Alcuni bambini cenciosi cercavano di toccargli il vestito. Uno degli ufficiali, impaziente, esclamò: «Ehi, furfanti, sembrate gli stessi di quelli che ieri ci hanno inseguito durante la carneficina!»

Nel treno diretto a Napoli c’era un vagone di prima classe. Garibaldi si sedette lì. Il biglietto che avevo acquistato permetteva di accomodarmi nello stesso scompartimento, ma in quel momento ebbi l’impressione che colui che portava il peso dei destini dell’Italia desiderasse la solitudine. Sarebbe stato rispettoso lasciarlo solo.

Gli offrii con discrezione il mio bouquet del giardino reale e mi sedetti in una carrozza di seconda classe. Quando il dittatore scese a Maddaloni, uno degli ufficiali venne a invitarmi nella carrozza che Garibaldi aveva lasciato. Lì trovai il coraggioso Gusmaroli. Andava a Napoli per procurarsi polvere da sparo e armi. Mi sedetti accanto a lui e parlammo, durante il tragitto, del grande uomo che era lo scopo della sua vita. Mi raccontò della morte della fiera e sublime Anita che, come un’eroina del Tasso, aveva combattuto al fianco di suo marito durante l’assedio di Roma. Mi parlò del figlio maggiore, bruno di carnagione, vivace e affascinante. Egli assomiglia molto alla madre, è un valoroso, con una forza fisica e una rettitudine militare senza precedenti alla sua età. È l’amore, la gloria, lo stupore dell’esercito, l’orgoglio di suo padre.

L’altro, il figlio più giovane, stava completando i suoi studi in un collegio di Liverpool. Qualche giorno prima era stato fatto oggetto di una di quelle ovazioni inglesi, serie, sentite e che hanno la loro risonanza nel mondo. Anche questo bambino assomiglia a sua madre.

La figlia, bionda, seria, quasi mistica, è il ritratto di suo padre. Lei lo stava aspettando a Genova, dove ogni giorno vedeva partire navi che portavano soldati al grande capitano. Mentre queste navi levavano l’ancora, sentiva echeggiare sulla superficie delle onde il nome glorioso che lei porta. Un nome che andrà a risvegliare gli echi di un deserto palazzo Doria.

Ascoltai, commossa, i dettagli che Gusmaroli mi raccontò durante il viaggio su questi tre figli che si distinguono nello studio e nella gloria, del tutto degni della grandezza del loro padre.

Il buon vecchio, commosso dall’emozione che mostravo sul viso mentre mi parlava, mi prese le mani e le tenne per qualche istante, poi, scrivendo il suo nome sul mio taccuino, mi disse: «Se vi serve qualcosa da noi, venite a parlare con me.»

«Eh! Cos’altro può desiderare di più un poeta di quello che già ci sta dando?» esclamai, «Con questa atmosfera elettrizzante Garibaldi ci riporta in vita. Attraverso di lui, tutti i sentimenti belli e grandi che sono nascosti nei cuori si rianimano. Strappa la mente dalle cose materiali. Libera le fronti aggrottate dal peso del dispotismo. Dona alle anime il cibo ideale che per lungo tempo hanno cercato invano sulla terra. Devo al vostro amico la felicità di ammirare e credere ancora nel buono, nel bene, nell’onestà.» «Quali doni ci ha fatto mancare, il nobile e generoso liberatore d’Italia?» «Ci ha offerto uno spettacolo insperato di virtù sincere, di disinteresse alle più alte fortune, di scrupolo nonostante la gloria. Solo lui, in questo secolo, ha fornito all’inesorabile storia un eroe come nessuno avrebbe osato descriverlo né in un romanzo né in un poema, per paura di essere oggetto della derisione e dell’incredulità dei contemporanei, abituati alla fama adulterata dei re e dei grandi politici odierni. Vedete che ha fatto per me e per tutti coloro che adorano ancora la bellezza morale: una cosa che non avrebbe potuto fare nessun potente al mondo!»

(Foto in alto: Palazzo Reale di Caserta, Tango 7174, 2010, CC BY-SA 4.0)