Louise Colet

LOUISE COLET A NAPOLI

1° Capitolo di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

Francesco di Borbone regna ancora su Capua e Gaeta, e sembra avere tutte le intenzioni di prolungare la fine della sua dinastia. È da un mese che assisto a questa agonia, sul cui esito non ci sono dubbi e che attira su questo giovane principe di vent’anni l’esecrazione dell’Italia. Poteva andare via silenziosamente e rassegnarsi all’esilio, preferisce invece questa situazione orribile, dove italiani combattono contro italiani all’arma bianca: fede cieca dal lato dei regi, il grido incessantemente ripetuto di “Viva l’Italia!” da parte garibaldina. Ho visto il risultato di queste carneficine. Sono arrivata a Caserta il giorno seguente i famosi combattimenti del 1° e del 2 ottobre, proprio come ero arrivata a Caiazzo il giorno seguente la conquista, dopo che per due volte era stata ripresa dai borbonici a colpi di baionetta. Non è la vana curiosità di viaggiatrice e poeta che mi porta alla ricerca di queste dolorose conseguenze delle battaglie. Mentre visitavo gli ospedali di Caserta e Santa Maria, dove i soldati ricoverati ancora perdevano sangue dalle ferite e dagli arti amputati, mi sono resa conto che c’era una missione compassionevole da compiere.

Non mi illudo di essere in grado di curare e guarire i feriti come fanno le suore francesi della carità distaccate dagli ospedali napoletani, e come fa la meravigliosa miss White, la cui gestione intelligente e attiva riguarda tutti gli ospedali circostanti. Ma mi è venuta l’idea che tutti quei soldati, feriti, che hanno combattuto per l’indipendenza italiana, che poi saranno a lungo sofferenti o saranno morti, troverebbero sollievo e consolazione nell’informare immediatamente le famiglie del loro destino. Così sono andata in giro tra i letti, raccogliendo, tra i gemiti, i nomi, gli indirizzi e alcuni dettagli delle famiglie. Poi ho scritto a tutti i genitori dei feriti delle brevi lettere in tono accorato, ma rassicurante. Molti di questi eroi vivranno e rivedranno i loro cari.

Ecco, è questa la poesia del momento, poesia viva di eroica grandezza e semplicità che nessun verso scritto può eguagliare.

In queste due dolorose visite agli ospedali dove sono ricoverati i garibaldini, ho visto cose che, credo, sarebbero sfuggite ai corrispondenti dei giornali. Questo è ciò che mi ha fatto decidere di scrivere queste pagine su Napoli traendole dal libro che riguarda l’Italia.

*   *   *

In appena un mese, Garibaldi, scortato dalle sue truppe vittoriose in Sicilia, attraversò la Calabria. Quin­­dicimila nuovi volontari della Sicilia e della Calabria lo seguirono nella sua marcia verso Napoli, contribuendo a rovesciare la monarchia odiata da tanto tempo. Ero a Torino in quei giorni. Cavour era risoluto a inviare truppe piemontesi a Napoli non appena re Francesco avesse lasciato la sua capitale e Garibaldi vi fosse entrato. L’attesa di questa doppia notizia era durata diversi giorni. Cavour, sempre gentile con i francesi che amano l’Italia, mi aveva promesso un passaggio per Napoli sulla prima nave a vapore della marina in partenza su quella rotta.

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

 Andai a Genova. Il 5 settembre ebbi dal generale Della Rocca (la cui moglie è stata musa ispiratrice di una mia poesia), primo aiutante di campo del re, un amabile biglietto con il quale mi comunicava di tenermi pronta a partire. Probabilmente l’indomani mi sarei imbarcata sul piroscafo “Constitution”, lo stesso che aveva portato a Genova, pochi giorni prima, il principe di Siracusa. Il giorno seguente ricevetti la visita del comandante Alexander Wright, di origine inglese, uno degli ufficiali più illustri della marina sarda. Mi disse che forse saremmo partiti la sera. Non fu così. Il giorno successivo, venerdì 7 settembre, fui svegliata alle undici dal conte Giustiniani, aiutante di campo dell’ammiraglio Sora, che mi invitò a essere pronta a partire entro un’ora.

«Garibaldi è a Napoli!» esclamai. «Lo credo anch’io» mi rispose il conte Giustiniani sorridendo.

La “Constitution” salpò alla mezza. Quando fummo al largo il comandante Wright mi informò che Garibaldi era entrato a Napoli lo stesso giorno, alle tre in punto. Era stato informato dal comando di Torino con un dispaccio telegrafico, con il quale gli era stato anche ordinato di dirigersi verso l’isola d’Elba per imbarcare due battaglioni di artiglieria.

Sulla “Constitution” mi fu assegnata la cabina che aveva ospitato il principe di Siracusa. Feci una lunga dormita fino a sabato mattina, quando la nave si fermò di fronte all’isola d’Elba. Mi preparai in fretta e salii sul ponte. Davanti a me si stagliava la famosa isola con le sue rocce grigiastre, che emergevano dal mare come un antico anfiteatro. La nave virò verso destra per entrare a Portoferraio. La città, con le sue terrazze, i suoi monumenti e le sue fortezze appariva, illuminata dal sole sotto un meraviglioso cielo blu, del colore dell’oro. L’imbarco delle truppe avrebbe richiesto alcune ore, poiché le stesse erano accampate nell’interno dell’isola. Approfittai di questo tempo per visitare la città. Sul molo incontrai Danesy, valoroso generale, comandante dell’isola, lo stesso che nella battaglia di San Martino aveva visto morire, accanto a lui, il suo unico figlio di 18 anni. Il generale mi offrì il braccio e mi accompagnò al padiglione Stella, ex abitazione di Napoleone, che faceva parte di Forte Falcone. Questo padiglione era abitato dal generale. Si componeva di un piano terra e di un primo piano, con le finestre abbellite da tende di colore verde.

La stanza dell’imperatore, il suo salone e il suo studio si affacciavano su un giardino che guardava il mare. Quel giardino lo aveva voluto Napoleone in persona. Si vedevano ancora rose rampicanti, oleandri, cespugli di belle di notte, alcune statue di marmo del Canova, un busto di Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone, che decorava la nicchia di una fontana. Una terrazza, dove l’imperatore amava camminare, dominava un mare blu cielo che si infrangeva al di sotto, tra rocce ricoperte da muschio scuro. Annotavo questi dettagli seduta sullo stesso scrittoio a cilindro che utilizzava Napoleone.

Il generale mi fece servire un rinfresco e, dopo un giro in città, mi riaccompagnò a bordo, dove poco dopo mi fece avere frutta, ghiaccio, del pesce eccellente e dei fiori. Gli donai, come souvenir, la mia ode a Garibaldi, pubblicata quattro mesi prima su diversi giornali italiani. In quei versi avevo previsto la dura sconfitta del generale Lamoricière e il grande trionfo dell’eroe italiano.

Fu sollevata l’ancora. L’isola d’Elba fuggiva alle nostre spalle splendidamente illuminata dal sole. Le truppe imbarcate ingombravano il ponte della nave. Riconobbi nel capitano che le comandava un giovane ufficiale di Torino, Emilio Savio, che l’anno precedente aveva partecipato all’intera campagna d’Italia, e che avevo conosciuto a Firenze, durante le feste in onore del re a palazzo Pitti. Parlammo della rinascita e della grandezza dell’Italia, mentre la nave andava a tutto vapore. Venne l’alba. Si scorgevano le isole e le coste che formano il Golfo di Napoli: a sinistra Ischia e Procida, a destra Capri, Sorrento, Castellammare e il Vesuvio, dalla cui sommità fuoriusciva un fumo bianco che si stagliava sullo sfondo luminoso dell’aurora. Ben presto riuscimmo a distinguere alcune barche di pescatori, poi Napoli con le grandi navi da guerra, i forti, i castelli. Eravamo tutti sul ponte impazienti di toccare terra.

Sapevamo che Garibaldi era entrato a Napoli il 7. Ma da allora, cosa era successo? Egli riusciva a governare o si era scontrato con le fazioni avverse e con i resti dell’esercito borbonico? All’improvviso l’addetto al cannocchiale gridò: «Su tutte le fortezze sventola lo stendardo della Sardegna!» Un brivido di gioia si diffuse su tutta la nave. Ci si stringeva la mano l’un l’altro. Uno dei presenti esclamò: «Che bella giornata per l’Italia!»

Ormeggiammo accanto alla fregata “Queen Amelie”. Il comandante della “Constitution” si recò immediatamente sulla fregata per prendere ordini dall’ammiraglio Persano. Al suo ritorno mi informò che Garibaldi sarebbe venuto a visitare l’ammiraglio Corvette. Mi affrettai a scendere su una lancia, che presto incrociò la barca che portava il dittatore. Egli era raccolto nei suoi pensieri, vestito come sempre con la camicia rossa e con un foulard intorno al collo. Era in piedi accanto all’ammiraglio. Feci avvicinare la mia barca vicino alla sua, gli consegnai i versi che avevo scritto in occasione del suo ingresso a Palermo. Mi strinse la mano. Gli dissi: «Arrivederci, generale, se permettete!» In quello stesso istante salve d’artiglieria partirono da tutte le navi sarde coprendo le mie parole. La mia barca si avvicinò a uno dei moli da dove s’alzava un grido, ripetuto su tutta la spiaggia di Chiaia: «Viva Garibaldi.» Arrivata a riva, salii in una di quelle piccole carrozzelle guidate da bambini che, con sorprendente destrezza, lanciavano al galoppo i cavalli più agili del mondo. Prima di andare in albergo volli girare per via Toledo e via Chiaia. Tutte le strade erano adornate con bandiere sarde e festoni colorati che, a sera, si sarebbero accesi dando luce alla città.

Erano le uniformi garibaldine che illuminavano la città durante il giorno. Sì, illuminavano, questo verbo non è iperbolico, rende solo l’effetto che facevano, sotto il bel cielo di Napoli, tutti questi giovani soldati dell’indipendenza italiana, vestiti con la loro camicia rossa.

Ecco i siciliani, assomigliavano a tanti giovani Bacco indiani con i loro capelli neri, ricci e setosi. Ecco i calabresi, erano alti, magri, con lineamenti regolari, dall’aspetto marziale, con pugnali cesellati che portavano infilati nella cintura, con cappelli a punta con piume nere. I veneziani avevano una faccia malinconica ed espressiva. I toscani, piccoli e fragili, si riconoscevano per la loro eleganza. E poi nizzardi, piemontesi, lombardi, tutti figli dell’Alta Italia, dell’Italia Centrale e della Romagna, erano falangi eroiche e collaudate, composte da bravi soldati abituati alla guerra. Quasi tutti provenivano dai reparti dei famosi Cacciatori delle Alpi. Andavano e venivano nella Napoli libera e gioiosa, nella Napoli di Garibaldi. Si muovevano tra caffè e negozi come stormi di superbi fenicotteri. Riempivano le vetture che incrociavano per le strade. Alcuni, stanchi di una lunga passeggiata o bisognosi di riposo per una ferita recente, si confondevano ai lazzaroni napoletani, dormendo al sole sulle soglie delle abitazioni o sdraiati sui muri delle case in costruzione, nel lato a monte di via Toledo. In questa strada, che attraversa Napoli, c’era un continuo movimento e un fracasso senza tregua. All’andirivieni delle vetture pubbliche si mescolavano asini carichi di fardelli, pecore, capre e persino alcune mucche che portavano il loro latte alle case dei clienti dei loro padroni. Poi, lungo i marciapiedi, c’erano venditori ambulanti con piramidi di fichi, uva, arance, fiori, eleganti composizioni di rami pieni di limoni e ceste di giornali venduti da bambini laceri. Tra questa folla in movimento si scorgevano nugoli di mendicanti, piaga orribile di Napoli, coperti di stracci impossibili da descrivere, con ferite puzzolenti e ripugnanti. A questo mancava un occhio, a quest’altro un naso, a quella parte delle labbra. Questi sfortunati erano l’accusa vivente dell’ignobile e stupida negligenza del governo appena caduto. Quello stesso governo inetto che nascondeva, in un museo segreto, un’ammirevole Venere di Tiziano, del tutto simile a quella esposta con orgoglio nella Galleria degli Uffizi di Firenze. Si lasciavano circolare liberamente nelle strade di Napoli questi esempi puzzolenti di dissolutezza e brutalità, senza alcun intervento delle autorità. La polizia sorvegliava solo presunti criminali politici. Al male fisico e morale era stata concessa la libertà più orribile. Se uno straniero avesse avuto il coraggio di entrare da solo in una delle stradine di Napoli, anche nelle traverse di via Toledo, avrebbe visto sporcizia che sarebbe arduo raccontare. Ma oggi, le bandiere alle finestre, i ritratti di Vittorio Emanuele e Garibaldi che coprivano le vetrine, soprattutto quella nuvola di camicie di un rosso abbagliante, che brillava sui marciapiedi come l’incendio della lava del Vesuvio brillava sulla roccia grigia, proiettavano sulla miseria e sulla sporcizia napoletana qualcosa di vertiginoso e felice. Gli alberghi erano pieni di garibaldini. Sui marmi delle scale e delle sale si sentiva solo il tintinnio delle sciabole di questi seri, educati, riservati conquistatori, tutti di nobili e oneste famiglie. C’erano principi siciliani e ungheresi, figli di signori, discendenti dei dogi di Venezia, due fratelli della famiglia Litta e, infine, un volontario appartenente alla famiglia dei fratelli Bandiera. A tavola, a pranzo, avevano la dignità e lo spirito delle tradizioni della loro stirpe e, quelli che avevano meno antenati, avevano la dignità del patriottismo. Se si verificava un po’ di confusione, veniva dagli indaffarati servi napoletani. Bisognava vederli mentre lucidavano le sciabole dei giovani conquistatori. Toccavano con stupore quelle armi con le mani, armi che a quei servi era proibito toccare. Erano contenti di tutto questo clamore guerriero. I ragazzini si ubriacavano di tutto questo e si trasformavano in giovani parigini. Portavano tutti la croce di Savoia sulla loro giacca strappata e agitavano in mano una piccola bandiera sarda. Tuttavia, l’attività non fu interrotta per un solo giorno a Napoli, tranne che per poche ore all’ingresso trionfale di Garibaldi, che tutti i napoletani acclama­rono con gioiosa frenesia. Il giorno seguente ciascuno era al suo posto di lavoro, come al solito, ma più allegramente. Lessi con stupore, in alcuni giornali francesi, che l’anarchia regnava a Napoli. Un po’ di disordine negli uffici pubblici era possibile. Non si può negare che, per esempio, la polizia napoletana faceva malamente il suo lavoro. Essa non era altro che la continuazione della polizia borbonica, con i suoi eccessi e difetti. Né neghiamo, a giusta causa, che ci fossero ancora numerosi e scaltri agitatori tra la folla. Purtroppo i forzati di Castellammare, che re Francesco aveva fatto liberare nella capitale quando era fuggito a Gaeta, trovavano ogni occasione per tentare di creare disordini.

Ma quello che vogliamo negare è che l’anarchia politica fosse padrona a Napoli in questo periodo.  C’era stato un solo assembramento serio nel quale era stata evidenziata una volontà contro l’annessione. Al contrario numerose furono le voci che gridavano: «Viva Garibaldi» e anche: «Lunga vita a Vittorio Emanuele». Che importa che ci fossero qua e là, in quelle che sono chiamate “alte sfere”, alcuni scontenti. Le persone, i lavoratori, la borghesia erano felici della loro emancipazione, non un napoletano avrebbe voluto essere ancora sotto il potere di quel re taciturno che, a vent’anni, non aveva alcuno dei nobili istinti della giovinezza. Che contrasto con questo popolo di Napoli, impetuoso e spirituale, che sembrava creato per la libertà, per le feste popolari, per le acclamazioni di eroi come Garibaldi e Vittorio Emanuele, sarebbe stato sufficiente vedere questa gente mentre faceva il tifo per i suoi salvatori al Teatro San Carlo. Bisognava vederla anche sulla piazza davanti al palazzo reale, di fronte alla chiesa di San Francesco di Paola, attenta alla fluente eloquenza di padre Gavazzi, che appassionava il suo pubblico con tre parole: Unità, Vittorio Emanuele, Garibaldi. Con queste tre parole terminava tutte le sue frasi come un ritornello, e ogni volta un lungo clamore di applausi copriva il rumore delle onde del mare vicino. Appoggiata a una delle colonne del peristilio della chiesa di San Francesco di Paola, sentii una sera, appena arrivata a Napoli, una predica di padre Gavazzi. Aveva indosso la camicia rossa dei garibaldini e, in piedi su un pulpito improvvisato all’aria aperta, affascinava la folla con le tre parole magiche ora scritte sulla bandiera italiana. Le porte della chiesa erano chiuse. Alcuni preti spaventati passavano e ripassavano sotto il colonnato chiedendosi: «Che succede, chi è questo fratello dissidente che proclama la libertà dell’Italia e la fine del nostro potere?» Vidi, di fronte, il palazzo dei Borbone quieto e silenzioso e, sullo sfondo, in un angolo di questo posto meraviglioso, il Vesuvio con le sue due labbra di fuoco protese verso il cielo, emblema sublime di questo popolo che aspira, a testa alta, a una nuova fede. Il giorno dopo un decreto del dittatore soppresse l’ordine dei gesuiti e confiscò le loro proprietà a beneficio dello stato. Il loro convento, o meglio il palazzo, che si trova su via Toledo, trasformato in un ospedale militare, era stato decorato con fasci d’erba e di fiori. Alle finestre erano appesi tendaggi con la croce dei Savoia. La sera le fanfare suonavano nella piazza del palazzo, splendente di un’illuminazione che simboleggiava i colori dell’Italia.

La gioventù napoletana celebrava l’emancipazione della sua intelligenza, debilitata da un’istruzione impartita da insegnanti corrotti dal dispotismo.

(Immagine in alto: Louise Colet)