Palazzo Reale di Napoli, 2007, MM

LOUISE COLET RITORNA A NAPOLI

Capitolo (seconda parte) di NAPLES SOUS GARIBALDI: Souvenirs de la guerre de l’indépendance di Louise Colet (Traduzione di Silvano Napolitano)

Quando tornai a Caserta, da Santa Maria, era buio; come in precedenza, i cortili e le scale del palazzo erano ingombri di soldati. Ero così sconvolta dalla stanchezza e dall’emozione che mi addormentai pesantemente nel letto dove non ero riuscita ad addormentarmi la prima notte. Maria fece lo stesso. All’alba si alzò e si vestì senza far rumore. La trovai pronta per uscire quando mi svegliai. Mi chiese cosa poteva fare per servirmi. Gli dissi di andare a riempire la grande brocca vuota, che era nella stanza, alla fontana del palazzo. Uscì tenendo la brocca sulla testa come un’anfora antica. Aspettai due ore senza veder tornare Maria; ero ansiosa di andare a Napoli per spedire le lettere scritte alle famiglie dei feriti. Decisi di lasciare la mia stanza; trovai la brocca vuota in un corridoio. Maria aveva giudicato che l’acqua destinata alle abluzioni mi era perfettamente inutile; non c’è un paese dove ci si lava meno rispetto a Napoli. Dissi addio ai miei amici dell’intendenza e lasciai Caserta senza che avessi trovato la ragazza napoletana.

Nella carrozza dove ero salita c’era un cappellano dell’esercito di Garibaldi che mi colpì per il suo aspetto audace, fiero e ispirato; era un siciliano con una figura snella, una carnagione bruna, un profilo elegante, capelli neri e ricci; portava con distinzione pantaloni al ginocchio e una specie di dalmatico in panno nero che mi ricordava il saio dei frati armeni di Venezia; il suo cappello a tricorno era ornato di passamanerie rosse e dorate, con una piccola croce che fermava il cordoncino da un lato; una croce più grande, con un Cristo in rilievo, pendeva dal collo; aveva un pugnale alla cintura. Questo prete siciliano parlava con accento febbrile e nervoso con un altro prete seduto accanto a lui; era un grasso canonico di Napoli; aveva appena trascorso alcuni giorni in vacanza e sembrava piuttosto sorpreso di trovarsi in una compagnia così bellicosa. Il siciliano gli disse: «Il Papa si perde e ci perde, e se la Chiesa non fosse immortale, la perderebbe con noi; è tempo di rinunciare ai beni di questo mondo, se non si vuole rinunciare per sempre alle cose del cielo. Cerchiamo di essere avidi dei tesori della fede, della direzione delle anime e dell’esercizio della carità; lasciamo ai principi della terra il governo della parte fragile e transitoria dell’uomo. Cerchiamo di preservare la parte immortale, il dominio dello spirito; è solo su di essi che la nostra autorità deve estendersi. Gesù Cristo disse: Il tuo impero non è di questo mondo!» Mentre parlava, i suoi occhi brillavano come due fiamme dell’Etna; la sua mano, ossuta e fine, aveva gesti a scatti che sembravano voler scuotere l’inerzia del canonico obeso, dal quale trasse a fatica qualche monosillabo di assenso. Non avevo mai visto un contrasto più singolare di quello che esisteva tra questi due sacerdoti: uno era la dottrina vivente del Vangelo, l’altro l’incarnazione degli abusi della Chiesa. Questo prete siciliano aveva seguito l’esercito di Garibaldi dall’inizio della campagna.

Il 5 ottobre, appena tornata dal viaggio a Caserta, ebbi la visita della Marchesa di Villamarina e della sua deliziosa figlioccia (che unisce la grazia di un ritratto di Watteau alla dolcezza di una Madonna di Raffaello). Queste signore mi informarono che la sera stessa si sarebbero imbarcati per Ancona i notabili di Napoli per congratularsi con il re Vittorio Emanuele e per portargli gli auguri della città. Il presidente di questa delegazione era latore di un’ammirevole lettera che Garibaldi aveva scritto al re. Michele Baldacchini, le cui preziose informazioni erano state in passato molto utili per il mio libro su Campanella, era uno dei membri di questa delegazione. Così gli fu data l’occasione di contribuire alla costruzione della libertà del suo paese, dopo che aveva raccontato l’essenza stessa di questa libertà nei suoi scritti.

Questa storia è tratta dal volume “GARIBALDI A NAPOLI. Ricordi di una viaggiatrice” di Louise Colet e Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Il giorno successivo al mio ritorno da Caserta, volli visitare il palazzo reale di Napoli, quel grande monumento in mattoni rossi e gialli le cui terrazze babilonesi dominano il mare e hanno la prospettiva del Vesuvio. Ciò che attirava particolarmente la mia curiosità erano le vestigia della passata regalità. Si ritrova negli oggetti di cui un individuo si circonda la vera rivelazione dei suoi pensieri intimi e delle sue passioni. Nel gabinetto dell’ultimo re morto, di quel re che il suo popolo aveva soprannominato Re Bomba, erano raccolti una gran quantità di piccoli libri, che avevano per argomento le armi reali o che riportavano tante preghiere per ogni santo dell’anno. Vicino a questi libri, si potevano vedere, in delle vetrine o appesi alle pareti, una serie di ritratti di Pio IX: dipinti, incisioni, fotografie, sculture e cammei. Di fronte alla scrivania c’era un cassettone con una collezione completa di magnifiche pipe turche. Il re deceduto era un accanito fumatore; quasi sempre aspirava tabacco e, a volte, oppio. Nonostante fosse devoto, amava il torpore della droga. Il gabinetto di sua moglie, di quella che, rimasta vedova, chiamavano regina madre, mi fece pensare al contrasto dei due ritratti della regina Carolina, di cui già parlai. Ma qui il contrasto si osservava dalla raccolta di oggetti di cui la regina madre si era circondata in diversi momenti della sua vita. C’era, su un lato della stanza, un pianoforte sul quale si trovavano appoggiati gli spartiti delle più celebri musiche tedesche e italiane, poi in un settore della biblioteca erano raccolti i poeti. Giovane e appena sposata, l’austriaca conservava nell’animo i piccoli ideali tedeschi. Madre ambiziosa, asservita a una politica di monarchia assoluta e dispotica, cercò presto nella religione più bigotta un sollievo per la sua coscienza; ella chiese alle reliquie, agli ex voto, alle leggende, un salvacondotto dal male e dalla tirannia, che le voci sincere dei poeti e le commoventi canzoni dei musicisti non potevano dare. Si attorniava di un mucchio di puerilità religiose. Il suo oratorio ne era straripante, e nelle stanze adiacenti, i piccoli letti dei suoi otto figli ne erano pieni. Sulle testate e ai piedi di questi letti erano esposte delle statuine di Gesù in cera con capigliature di fili biondi, ossa di santi custodite in urne, rosari, medaglie, rami benedetti, fiaschette piene di acque miracolose, brandelli di abiti dei martiri, denti e capelli di missionari crocifissi e infine tanti paramenti di sagrestie e conventi.

Il gabinetto della giovane regina era esente da questo armamentario: tra i bei mobili di Giroux e Barbedienne c’era tutta l’immortale pleiade dei poeti tedeschi. Ma nel gabinetto del marito, nell’ufficio di Francesco II, del re di Gaeta, come lo chiama ora il popolo di Napoli, non c’era un libro, non una mappa, nulla che denotasse un essere pensante. Accanto a una scrivania trovai una sputacchiera e, sul ripiano della stessa, fogli di carta colorata, la penna usata per le firme, poi un numero del giornale ufficiale di Napoli mai aperto: era l’edizione della sera del 5 settembre, lo stesso giorno in cui il re fuggì da Napoli; infine, ai lati della carta assorbente, due vassoi pieni di praline e lunghi confetti (caramelle al cedro che in Italia vengono chiamate Bergamasche).

Ahimè! Così finiscono le dinastie. Eppure questo palazzo, chiuso, deserto e muto, si riapriva, si ripopolava e si rianimava. Attendeva un nuovo ospite, un ospite degno della sua grandezza e della maestà della vista del golfo di Napoli, meraviglia del mondo. Egli era l’ospite per il quale erano già stati riaperti e adornati il Palazzo Arciducale di Milano, quello dei Farnese a Parma, quello dei principi d’Este a Modena, quello del Papa (San Michele in Bosco) a Bologna, quello di Eleonora a Ferrara, quello di Torre del Mangia a Siena, quello di Cambio a Perugia e l’immortale Palazzo Pitti a Firenze, impreziosito dai capolavori dell’arte. Egli era l’ospite che un giorno sarebbe salito sul trono nel Palazzo Vaticano di Roma e nel Palazzo Ducale di Venezia: Vittorio Emanuele, con l’Italia, unita, forte, eroica, personificata nel suo re.

Egli era ora diretto verso Napoli alla testa del suo esercito vittorioso, che in otto giorni aveva conquistato parte dello stato del Papa e catturato Lamoricière. Arrivavano via mare distaccamenti di numerosi battaglioni piemontesi. Marciavano immediatamente verso Maddaloni, Caserta e Santa Maria. Questi soldati fraternizzavano con le legioni di volontari. Presto saranno un solo esercito.

A Napoli venivano accolti avidamente tutti i dettagli del memorabile dramma che si stava compiendo; negli incontri per le vie, nei musei, nei teatri o ai tavoli degli alberghi non si parlava d’altro che di questi episodi.

L’8 ottobre vidi venire verso di me, in via Toledo, Gusmaroli, l’eterno amico del dittatore; mi prese le mani e mi disse: «Siete una buona signora!» Fu così che mi ringraziò per quel poco che avevo fatto negli ospedali di Caserta e Santa Maria.

Il 9, cenava, al tavolo dell’albergo, una madre che era arrivata da sola da Venezia in cerca di suo figlio, un volontario garibaldino: egli era vivo o morto? Che tribolazioni aveva sofferto la povera mamma! Seccature dalla polizia austriaca, una tempesta sul mare, la crudele incertezza che durò diversi giorni dopo l’arrivo. Ma alla fine suo figlio venne trovato vivo; un’immensa gioia travolse tutte le sue sofferenze.

Il 10, i colpi di artiglieria e le fanfare annunciarono un nuovo sbarco di truppe, era l’ammiraglio Persano che tornava a Napoli portandovi soldati piemontesi; venne nell’albergo dove pernottavo e la sera, a cena, mi disse che Lamoricière si era consegnato prigioniero sulla sua nave; parlava dei vinti con la squisita indulgenza, generosità e gentilezza di un gentiluomo.

Lamoricière era invecchiato prematuramente, i suoi capelli erano grigi, la sua corporatura era grossa e la sua fisionomia comune; era di una durezza tagliente celata sotto le spoglie di una falsa bonomia; aveva la tracotanza della sconfitta, rifiutava la stessa giustificandola con la fatalità. Esponeva con inimmaginabile orgoglio le sue tattiche e le giustificava; non aveva vinto, ma avrebbe dovuto vincere. I suoi concittadini che erano arrivati con il piroscafo dei messaggeri imperiali francesi il giorno precedente, avevano imbarcato il generale per condurlo a Civitavecchia; fu rilasciato sulla parola; fece ritorno a Roma.

L’ammiraglio Persano, proprio la sera del suo arrivo a Napoli, andò a Caserta per incontrare Garibaldi; lo trovò che dormiva sul suo letto da campo, nel mode­sto alloggio situato nell’ala destra del palazzo reale. Conquistatore di due regni, rifiutava di riservare a sé una delle sale d’onore della residenza reale; anche tre dei suoi ufficiali dormivano nell’anticamera. Si alzarono per presentare l’ammiraglio al dittatore. Questi due grandi cittadini dell’Italia libera concordarono insieme un piano di attacco e decisero di bloccare Gaeta. Ma pochi giorni dopo apprendemmo che i poteri costituiti erano contrari a questo blocco e che l’ammiraglio francese, navigando di fronte a Gaeta, era andato, alla testa del suo stato maggiore, a visitare re Francesco II.

A prescindere dalla sua celebrità, l’ammiraglio Persano piaceva e attraeva; era alto e snello, il suo viso era distinto, il suo carattere era espansivo, i suoi occhi scintillanti di arguzia, parlava un perfetto francese; sposato con un’affascinante donna inglese, aveva un unico figlio di diciassette anni, che era il ritratto vivente di sua madre e che era già il tenente di suo padre.

Non furono solo le truppe piemontesi a sbarcare a Napoli durante questa prima metà di ottobre. Il 14, una domenica mattina, la riva di Santa Lucia risuonò del canto nazionale inglese. Le antiche mura del Castel dell’Ovo furono scosse da “Dio salvi la Regina”. Millecinquecento inglesi, belli, alti, robusti, una divisa impeccabile, venivano a completare il reggimento del coraggioso colonnello Peard; indossavano la brillante uniforme garibaldina impreziosita da ricami dorati. Nelle loro file c’era un figlio di Lord Seymour, un figlio di Lady Campbell e il giovane Alfred Bliman de Monteiro, italiano per parte di madre, inglese per parte di padre; questo coraggioso volontario aveva combattuto valorosamente a Milazzo, a Melito e a Reggio.

Il giorno dopo lo sbarco, la legione inglese partì per Caserta e montò un accampamento sotto le alture di Sant’Angelo; il giorno successivo ricevette il battesimo di sangue.

Nel frattempo l’ambasciatore Villamarina era andato da re Vittorio Emanuele per sollecitare il suo arrivo a Napoli. Quando il re lo vide, gli disse sorridendo: «Bene! Quindi, il 1° ottobre, senza il mio consenso, avete mandato i nostri soldati in battaglia?» “Ho fatto male, Sire?” Rispose il marchese. “Oh! Per quello, no,» disse il re energicamente, «io ho solo un rimpianto, non essere potuto star lì per comandarli.»

La perseveranza del re di Gaeta a insanguinare il paese sarebbe finita necessariamente con lo scontro fra i due eserciti. Il coraggioso colonnello Cattubeni, fatto prigioniero dai regi nella terribile battaglia di Caiazzo, fu scambiato il 10 ottobre contro un prigioniero dell’esercito borbonico. Il 15, egli mi fece visita e mi informò che il re Francesco II aveva ancora un esercito di cinquanta o sessantamila uomini. Ma, tempestivamente, si stava preparando un attacco generale e vittorioso su tutta la linea da parte degli italiani. Cialdini avrebbe sorpreso il nemico alle spalle, mentre Garibaldi lo avrebbe attaccato di fronte.

Tutte le forze d’Italia, tutte le sue capacità, l’intelligenza e l’azione, si sarebbero fuse in un’armonia perfetta per il trionfo dell’indipendenza e della libertà. Tutte le vanità, i lamenti e gli interessi particolari erano messi a tacere; ci si occupava solo del bene del paese, della sua moralità, della sua gloria; alcuni sul campo di battaglia, altri nell’arena della politica. Mentre la grandezza d’animo del re e quella di Garibaldi erano al servizio degli eserciti, la stessa grandezza d’animo fu rivelata da Cavour nei due discorsi memorabili che pronunciò davanti alle due camere. Quelle ardite e rassicuranti parole suscitarono la sorpresa e l’ammirazione del mondo, così come la suscitarono per la storia: che abilità, che patriottismo, che serenità di un grande animo!

Vergogna a coloro che, non comprendendo ciò che quest’ora aveva di solenne e decisivo per l’Italia, osavano tentare di seminare sospetti e divisioni tra questi nobili cuori e queste menti generose! Era come disconoscere l’intervento di Dio stesso che si era manifestato nell’apparizione di questi uomini che erano spinti per concorrere, con la loro fede, la loro devozione e il loro martirio, alla resurrezione dell’Italia. Omaggio a tutti coloro che avevano partecipato all’opera immortale, omaggio alle vittime di Spielberg, omaggio a Mazzini, omaggio a Menotti, omaggio a Santa Rosa! Omaggio a quel re che, morto in esilio su un letto di cenere, lasciò in eredità al figlio la realizzazione di un sogno tradito, il rimorso della sua giovinezza; un omaggio a Cavour, che per primo introdusse nei consigli dei sovrani d’Europa il germe vivo dei diritti del suo paese! Questo germe è sbocciato, è cresciuto, è diventato un colosso, vive, combatte, trionfa, parla ad alta voce al mondo sorpreso. Omaggio a Manin che, morente, disse a Venezia: «Figlia sottomessa, confonditi nella patria comune!» Omaggio a Farini, che ha raggruppato tre province nel seno della madrepatria! Omaggio a Ricasoli, che voleva che la Toscana fosse la grazia e la poesia di un’Italia guerriera!

Omaggio alle città e alle province che hanno valorosamente spezzato le loro catene! A Perugia, Ancona, Marche e Umbria. Omaggio a Roma. Che aspetta e spera, e soprattutto un tributo al liberatore di due regni! Omaggio al temerario, al puro, al semplice, al giusto, all’ispirato, omaggio a Garibaldi! Omaggio all’eroe in cui si è incarnata l’anima del popolo italiano. Omaggio finalmente al re, legame e coronamento di questo formidabile fascio; al re, forza e maestà della nazione, garante dei suoi destini davanti al mondo!

O Italia! Non permettere che si tocchi uno solo dei gloriosi rematori della tua santa arca, non soffrire perché si insultano o si ignorano a vicenda, non imitare la fatale debolezza della Francia, dove i disastri seguivano le divisioni, dove la compressione della libertà seguiva la licenza. Sii come la giovane America di Franklin e Washington, unita e dignitosa, grata e rispettosa nei confronti di coloro che ti hanno fatto rivivere e ti hanno rimessa al posto che ti spetta, o regina del Mondo!

(Foto in alto: Palazzo Reale di Napoli, 2007, MM)