Luisa Zeni

LUISA ZENI, LA MATA HARI ITALIANA

Aveva un nonno garibaldino la Mata Hari trentina che con le sue informazioni facilitò l’azione dell’esercito italiano durante la Grande Guerra. Luisa Zeni era nata nel 1896 ad Arco, città poco distante dal lato trentino del lago di Garda. Il padre faceva il fabbro. La madre era deceduta quando Luisa aveva appena tre anni. La sua famiglia era di nazionalità italiana e fedele all’irredentismo trentino. Il nonno s’era battuto nelle truppe di Garibaldi che nel 1866, nel corso della terza guerra d’indipendenza, erano entrate vittoriose in territorio trentino, dopo aver sconfitto gli austriaci e gli Schützen, comandati dal generale Kuhn, nella battaglia di monte Suello.

Il clima irredentista che viveva in famiglia e le tensioni presenti tra i filoaustriaci e filoitaliani, dove questi ultimi vivevano con sofferenza l’appartenenza all’impero austriaco della loro terra, spinsero Luisa Zeni, ancorché giovanissima, a considerare l’Austria come occupante della sua terra. A scuola, interrogata da un ispettore scolastico sulle sue preferenze in caso di conflitto tra Italia e Austria, rispose: «Andrei sul Brione a gettar giù sassi», Monte Brione divide Riva del Garda dal comune di Arco. «E contro chi getteresti le pietre?» «Contro i tedeschi, così gli italiani avanzerebbero».     

Nel 1914, appena ventenne, lasciò Arco per raggiungere Milano insieme al gruppo guidato da Cesare Battisti. Qui si formò il Comitato fra Irredenti Adriatici e Trentini al quale avevano aderito, oltre a Luisa Zeni e Cesare Battisti, Fabio Filzi, Guglielmo Oberdan, Damiano Chiesa e Nazario Sauro.

La Grande Guerra era già scoppiata. L’Italia stava valutando i pro e i contro della sua entrata in conflitto contro l’Austria. La stampa e parte dell’opinione pubblica reclamavano il completamento della liberazione dei territori considerati italiani: il Trentino, Trieste, l’Istria e la Dalmazia, territori sotto il controllo dell’Impero Austriaco.  

Gli alti comandi dell’esercito italiano decisero di creare una rete di spie formata dagli irredenti trentini venuti in Italia. Quelli che erano in grado di parlare perfettamente tedesco e conoscevano il territorio trentino venivano contattati dall’ufficio Informazioni Truppe Operanti (I.T.O.) della 1° armata, comandato dal colonnello Tullio Marchetti, per sondare la loro disponibilità a essere inviati in territorio nemico. L’unica tra i fuoriusciti trentini ad accettare la missione fu Luisa Zeni. In caso di cattura da parte degli austriaci la condanna a morte per alto tradimento era garantita.

Il colonnello Tullio Marchetti le fornì una nuova identità con relativi falsi documenti e del denaro. Luisa Zeni accettò solo i soldi che le erano indispensabili per portare avanti la missione. Le notizie raccolte dovevano essere spedite in Svizzera, da dove l’agente segreto italiano, il barone Silvio Prato, le avrebbe recapitate in Italia.

Il 22 maggio del 1915 Luisa Zeni fu fintamente espulsa per ragioni politiche dal territorio italiano. Attraversò a piedi il confine nazionale nei pressi di Verona. Fermata dalle pattuglie di confine austriache si presentò con la falsa identità di Josephine Müller. L’esame dei documenti di cui era in possesso e una perquisizione personale non diedero adito a sospetti. Luisa fu rilasciata, libera di raggiungere Innsbruck, la sua meta. Arrivata con il treno nella città tirolese, prese alloggio all’Union Hotel, un grigio edificio collocato sulla Adamgasse, nei pressi della stazione ferroviaria.

L’albergo era frequentato dagli ufficiali austriaci del comando delle truppe impiegate sul fronte italiano. Fare amicizia con i graduati, approfittando del perfetto accento tirolese, fu la missione di Luisa. In tal modo raccolse preziose informazioni sugli spostamenti dei reparti austriaci impegnati in trentino. Nascondeva i suoi appunti in dei particolari bottoni del suo soprabito. La parte superiore di questi si svitava rivelando un piccolo vano dove nascondere piccoli foglietti pieni di interessanti notizie. Dopo qualche tempo lasciò l’albergo e andò ad abitare in un appartamento. Prese a viaggiare lungo le valli vicine al confine con l’Italia con l’intento di stringere amicizia con soldati e ufficiali e raccogliere preziose confidenze sui movimenti delle truppe.

Luisa si riuniva di tanto in tanto con un gruppo di amici, originari della sua terra, che nulla sapevano della sua attività. Durante una di queste rimpatriate la polizia austriaca fece una retata a cui solo lei e alcuni dei suoi amici riuscirono a sfuggire. Gli altri furono arrestati e di loro non seppe più nulla.  

La prudenza di Luisa Zeni la salvò più volte. Ma a luglio fu arrestata e perquisita. Rinchiusa in una fredda cella trovò la forza d’animo di reagire. Diede le sue vere generalità raccontando che si faceva chiamare con un nome tedesco per sfuggire ai continui controlli. Parlò della sua famiglia con simpatie italiane. Disse anche che il padre e il fratello erano arruolati nell’esercito austriaco e combattevano sul fronte russo e che un suo zio era cappellano dell’esercito. Dire la verità era meno pericoloso che raccontare bugie sulla sua origine per poi essere sorpresa a mentire. Non venne trovato nulla a suo carico e fu rilasciata.

Luisa Zeni si trovava in una situazione di pericolo. Era sotto sorveglianza da parte della gendarmeria di Innsbruck. Ogni sua azione veniva spiata e la sua attività segreta era in procinto di essere scoperta. Attorno a lei si moltiplicavano gli arresti di trentini accusati di tradimento. Anche fuggire divenne difficile.

Il 7 agosto del 1915 i gendarmi andarono a cercarla in casa. Lei era in giro. Era andata a controllare di persona una notizia che le era pervenuta circa movimenti di truppe. Al suo ritorno fu avvertita dalla vicina. I gendarmi avevano lasciato detto che sarebbero tornati. Non poteva più rimanere in quella casa. Si vestì con abiti maschili tirolesi e nella notte raggiunse una piccola stazione ferroviaria fuori Innsbruck, dove la sorveglianza era meno attenta che in città. Prese un treno diretto a Feldkirch, cittadina austriaca sul confine con la Svizzera. Giunta a notte inoltrata si avviò verso il controllo doganale mettendosi in coda ad un gruppo di italiani. Mostrò al doganiere un foglio di legittimazione rilasciato dal municipio di Innsbruck. Non serviva per espatriare e il doganiere la rimandò indietro. Luisa tentò il tutto per tutto. Continuò a camminare in coda al gruppo degli esuli italiani. Giunta al posto di blocco dove c’erano due soldati che sorvegliavano la banchina della stazione, sventolò sotto il loro naso il foglio di legittimazione come se fosse stata autorizzata a partire. A quell’ora di notte, i militari infreddoliti e assonnati non era propensi ad approfondire la lettura del documento. Passò indenne e raggiunse il treno che poco dopo partì diretto in Svizzera.

Raggiunta Zurigo fu assistita dal suo corrispondente in Svizzera, il barone Silvio Prato. Fornita con documenti della 1° Armata attraversò in treno il suolo elvetico raggiungendo Milano. Qui incontrò il suo capo, il colonnello Tullio Marchetti, che non volendo farle correre altri rischi, la congedò quale informatrice del suo ufficio I.T.O.

Tullio Marchetti la propose per l’assegnazione di una medaglia d’argento al valor militare. L’onorificenza le venne concessa per i suoi alti meriti nello svolgimento del servizio svolto in campo nemico mettendo in pericolo la sua vita. La motivazione che era stata inviata a Roma a giustificazione della richiesta così recitava: “Conscia dei pericoli sui quali andava incontro, diede prova di grande ardimento, arrischiando la vita, soprattutto nella sua qualità di trentina, e ciò per puro amore di patria e non per denaro, avendo essa compiuto fino al limite del possibile il suo servizio con il minimo di spesa e senza guadagno di sorta, né diretto né indiretto…. Il suo agire arditissimo e nobile ebbe ed ha un valore maggiore che se fosse stato compiuto da un uomo, dato che nessun uomo si è sentito di fare quanto la Zeni ha fatto.”

Smessi gli abiti di agente segreto Luisa non si arrese alla normale quotidianità. Nel 1915 frequentò la scuola per crocerossine. Svolse l’attività di infermiera al servizio dei soldati italiani feriti in battaglia in vari ospedali. Essere crocerossina negli ospedali di guerra era un atto di grande coraggio. Al di là delle considerazioni romantiche di quella che era considerata una missione, le crocerossine dovevano affrontare prove terribili in ambienti tutt’altro che accoglienti, tra feriti gravissimi in gran parte destinati alla morte o a un destino da menomati. Alcune di esse, non abituate ad assistere a tali sofferenze, non riuscivano a portare a termine la loro missione. Non fu il caso della Zeni che offrì il proprio aiuto fino alla fine delle ostilità.

Ma Luisa Zeni non era ancora paga. Si imbarcò in una nuova avventura. Fiume e il suo territorio erano stati negati all’Italia nella conferenza di Pace di Parigi del 1919 dove si decise la sistemazione dell’Europa dopo il primo conflitto mondiale. Gli irredentisti italiani si opposero alla decisione presa a Parigi. Gabriele D’annunzio, alla testa di un manipolo di 2500 legionari, in maggioranza reduci della Grande Guerra, partì da Ronchi, alla periferia di Monfalcone. Raggiunse Fiume e la occupò, proclamando la Reggenza Italiana del Carnaro.

Fiume diventò uno stato libero in attesa che le autorità italiane, in base a un accordo internazionale o a un atto di forza, procedessero all’annessione di quel territorio. Luisa Zeni seguì Gabriele D’Annunzio. Svolse anche in quella occasione compiti da crocerossina prestando cure, insieme ad altre due infermiere, ai legionari feriti negli scontri con i sostenitori della slavizzazione della città. Il tutto durò solo un anno. Il 12 novembre del 1920 il governo italiano firmò il trattato di Rapallo con il quale venne creato lo Stato Libero di Fiume, una entità indipendente dall’Italia. D’Annunzio rifiutò di lasciare Fiume. Nel cosiddetto Natale di Sangue l’esercito e la marina italiana attaccarono i legionari schierati a difesa della città. Il 31 dicembre del 1920 Gabriele D’annunzio capitolò abbandonando Fiume. La maggioranza dei suoi seguaci, tra cui Luisa Zeni, lo imitò rientrando in patria.

Luisa, a cui era stata assegnata una modesta pensione, trascorse gli anni seguenti curandosi dalla tisi che aveva contratto nella fredda Innsbruck. Raccolse i suoi ricordi di guerra in alcuni libri: Briciole, ricordi di una donna in guerra, edito dagli eredi Cremonese nel 1926; Irredento, romanzo patriottico pubblicato da Vallecchi nel 1928; Figli d’Italia, edizione Belforte del 1932. Nel 1940 Luisa Zeni morì nella sua città natale a causa dell’aggravamento della malattia. Era stata un’agente segreta coraggiosa e spericolata. Si era fermata solo alla fine del primo conflitto mondiale, l’ultima guerra d’indipendenza italiana.