Massimo Troisi in un fotogramma di Ricomincio da tre, 1981

MASSIMO TROISI, RICOMINCIO DA TRE

“Ricomincio da tre”, “da zero, da zero, ricominci da zero”, “nossignore, ricomincio da tre, tre cose mi sono riuscite int’a vita, perché ‘aggia perdere pure quelle, c’aggia ricomincià da zero, da tre!”. È il dialogo surreale tra Massimo Troisi e Lello Arena nel primo film diretto da Troisi “Ricomincio da tre”. Fu il film che fece conoscere a tutti gli italiani l’attore napoletano e quella versione del dialetto partenopeo che tutti riuscivano a comprendere, dalla Lombardia alla Sicilia. Era il nuovo Totò, moderno e giovane, era il comico dei sentimenti.

Il film racconta il viaggio di Gaetano dal paese natio, San Giorgio a Cremano, alla Firenze internazionale e turistica, mito dei giovani degli anni settanta. Questa prima esperienza cinematografica, con la quale Massimo si cimentò sia come protagonista che come regista, descrive la crescita e l’emancipazione di Gaetano attraverso una serie di vicende esilaranti: il pazzo dell’autostrada, il pastore protestante americano, l’incontro e l’amicizia con Marta, ragazza evoluta e moderna, antitesi delle donne che egli aveva conosciuto fino ad allora.

Massimo Troisi nacque il 19 febbraio 1953 a S. Giorgio a Cremano, un comune alla periferia sud-est di Napoli, un centro abitato contiguo alla vicina città. Il padre Alfredo era ferroviere, la madre Elena Andinolfi casalinga. Massimo risultava ultimo di sei fratelli. Abitava in una grande casa in via Cavalli di Bronzo 31, dove la sua famiglia coabitava con i genitori di mamma Elena e con la famiglia degli zii con i loro cinque figli. Coabitavano in quella casa 17 persone, come spesso capitava al sud in quegli anni, dove vivere insieme con i parenti più stretti era una scelta non dettata da condizioni economiche, o almeno non sempre, ma dal senso atavico di sicurezza che dava la presenza di tanti genitori, zii, nonni, fratelli e cugini pronti a trasformarsi in clan nei momenti di difficoltà.

La sua prima interpretazione fu una pubblicità per la Mellin, cibi per neonati, a cui partecipò da bambino con una foto che la sua mamma aveva inviato per posta. All’età di quindici anni iniziò a recitare piccole parti nel teatrino della sua chiesa parrocchiale, insieme a Lello Arena e altri giovani aspiranti attori. La neonata compagnia iniziò con la rappresentazione dei classici napoletani, rivisitati dall’inventiva degli attori. Misero in scena un Pulcinella di Antonio Petito, “E spirite dint’a casa ‘e Pulcinella”, con Massimo Troisi nei panni della famosa maschera, una maschera che lo aiutava a superare la sua grande timidezza. Era un Pulcinella calato nella situazione sociale del tempo, con frizzi e lazzi inventati da Massimo e dai suoi compagni. La compagnia, a cui si aggiunse Enzo Decaro, prese il nome di “Rh-negativo” e cominciò a mettere in scena spettacoli di avanguardia.

Il parroco, preoccupato dalla piega che avevano preso le rappresentazioni, li invitò a trovarsi un altro luogo dove fare teatro. I giovani attori fondarono il Centro Teatro Spazio in un garage preso in affitto, dove veniva fatto principalmente cabaret e avanguardia, con grande successo di pubblico ma senza nessun guadagno.

Questa storia è tratta dal volume “NOVECENTO. Napoli e napoletani del XX secolo” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Massimo soffriva di una malformazione cardiaca, conseguenza di febbri reumatiche che da bambino lo avevano tenuto per lunghi periodi a letto. Poiché la sua salute andava compromettendosi, la famiglia decise nel 1976 di portalo negli Stati Uniti per sottoporlo alla sostituzione della valvola mitralica. Ci fu una colletta a cui partecipò tutta San Giorgio a Cremano, colletta promossa anche dal quotidiano Il Mattino, che gli permise di partire per Houston dove esiste un famoso centro specializzato nelle cure cardiache. Fu operato e gli fu sostituita la valvola difettosa.

Tornato in Italia, riprese la sua attività teatrale con il trio “I saraceni” formato da Troisi, Arena e Decaro. A causa del forfait di Leopoldo Mastelloni che si doveva esibire al teatro San Carluccio di Napoli, il trio fu chiamato per la sostituzione da Pina Cipriani, titolare del teatro insieme al marito Franco Nico. Il teatro San Carluccio era una piccola sala in via S. Pasquale a Chiaia, con circa 100 posti a sedere, soprannominata “bomboniera” per la sua eleganza e bellezza, dove si esibivano piccoli gruppi teatrali e dove si faceva della buona musica sotto la direzione di Franco Nico, affermato musicista e cantautore, e della moglie Pina Cipriani, raffinata interprete della canzone napoletana.

Fu Pina Cipriani che, avendo chiesto a Massimo come si chiamasse il trio e avendo avuto come risposta una smorfia di disappunto, suggerì il nome “La Smorfia” che richiamava le espressioni del volto ma anche il libro che spiega il significato dei numeri del lotto. Il trio si esibì con il proprio repertorio di cabaret in diverse serate ottenendo un grande successo.

Dopo questa prima esperienza in un vero teatro, “La Smorfia” fu chiamata dalla RAI. La prima partecipazione fu nel programma “Cordialmente insieme” trasmesso dalla radio, seguito subito dopo dal programma televisivo “Non stop”.

Con “Luna park” di Pippo Baudo il trio ebbe il definitivo successo di pubblico e di critica con quei piccoli sketch, di cui Massimo era l’inventore, nei quali contavano più i silenzi che le parole, parole che riuscivano, con quella comicità essenziale, a essere esilaranti. È rimasto nella memoria popolare lo sketch dell’arca di Noè, su cui Massimo intendeva salire di straforo, fingendosi uno strano animale, il minollo, e quello dell’Annunciazione dove Arena interpretava l’arcangelo Gabriele e Massimo la moglie di un pescatore scambiata per la madonna. Il trio si sciolse alla fine degli anni settanta per incomprensioni tra Decaro e Troisi.

Dopo la separazione del trio, Troisi si dedicò al cinema nella veste di regista, autore e attore protagonista, con una sceneggiatura scritta a tre mani da Troisi, Jemma e Anna Pavignano, compagna di Massimo. Il film “Ricomincio da tre”, uscito nelle sale a marzo del 1981, ebbe un successo travolgente e segnò una pietra miliare nel cinema: macchine da presa fisse, dialoghi surreali intrisi di rivolta contro i luoghi comuni nei confronti dei meridionali, mai viaggiatori ma esclusivamente emigranti, un linguaggio dialettale reso comprensibile come già avevano fatto Totò e Eduardo De Filippo.

Nel 1983 esce un nuovo film di Massimo Troisi con un titolo che, invece di far riferimento al soggetto del film, chiede scusa al pubblico per il ritardo con cui era stato prodotto, “Scusate il ritardo”. Il tempo trascorso tra i due film fu dovuto alle molte soste nelle riprese e ai dubbi di Troisi che aveva timore che la sua seconda opera non fosse all’altezza della prima. Il film aveva come autore, sceneggiatore e regista Massimo Troisi, che era anche il protagonista Vincenzo, insieme a Lello Arena, nella parte dell’amico “rompi” in preda a crisi esistenziali, Lina Polito nella veste di sua sorella e Giuliana De Sio nella parte di Anna, la donna di cui si innamora il protagonista.

Questo fu il film più autobiografico di Massimo, era descritta la vita un po’ noiosa ma teatrale che si svolgeva nella grande casa di San Giorgio a Cremano, insieme ai tanti familiari e al fratello Alfredo, attore, che nel film rappresentava lo stesso Troisi. Sono memorabili i dialoghi tra Vincenzo e l’amico Tonino che si svolgevano sulle scale di via Mariconda a Chiaia, oggi chiamate “Scale Massimo Troisi”, oppure le riprese che furono girate in una stazione periferica e desolata, che nella realtà era la stazione ferroviaria di Giugliano-Qualiano, dove Tonino aveva intenzione, per delusione d’amore, di buttarsi sotto il treno. La pellicola rappresentò la definitiva affermazione dell’artista, considerata la migliore dai critici e premiata con due David di Donatello.

Tra questi due film Massimo produsse una chicca televisiva sotto forma di un documentario, che poi si rivelò tragicamente autobiografico, “Morto Troisi, viva Troisi” e nel quale veniva rappresentata la morte prematura dell’attore Troisi. Nel documentario Lello Arena, Maurizio Nichetti, Roberto Benigni ricordano gli episodi della vita del defunto, con Benigni che non fa che parlar male del morto e Arena che interpreta la parte del suo angelo custode.

Massimo Troisi contava tra i suoi amici Pino Daniele con il quale, oltre all’amicizia, condivideva la malattia, anche Pino aveva un cuore “matto”, Roberto Benigni con il quale fece un film insieme, Maurizio Nichetti, Renzo Arbore, anche lui bandiera della napolitudine.

Nel 1984 Massimo Troisi, insieme a Roberto Benigni, girò il film “Non ci resta che piangere”. Il film racconta l’avventura di due amici, Mario e Saverio (rispettivamente Massimo e Roberto) che, trasportati a loro insaputa indietro nel tempo, si ritrovano a vivere alla fine del 1400 in un paesino toscano. Il film fu girato senza sceneggiatura scritta, la quale veniva creata giorno per giorno dai due comici. I due amici attraversano una serie di vicende comiche in cui Mario non riesce ad adattarsi alla vita del medioevo al contrario di Saverio che sembra a suo agio. Mario si innamora della bellissima Pia, interpretata da Amanda Sandrelli. Mitica la lettera che i due scrivono a Savonarola, a imitazione dell’omonima scena di “Totò, Peppino e la malafemmina”. I due tentano di raggiungere anche Cristoforo Colombo in Spagna per impedirgli di partire ed evitare la scoperta dell’America. La parte finale del film diverge tra la versione cinematografica in cui i due nel loro viaggio verso la Spagna incontrano Leonardo da Vinci e la versione televisiva del film in cui incontrano la bella Astriaha, che li accompagna nell’ultimo tratto del viaggio.

Dopo questo film si concluse la relazione sentimentale con Anna Pavignano; continuò comunque la collaborazione artistica con la sceneggiatrice. Durante le riprese di “Le vie del Signore sono finite”, che vinse un “nastro d’argento” per la sceneggiatura, Massimo iniziò una nuova relazione con l’attrice protagonista Jo Champa, con la quale convisse due anni. Oltre a brevi amori con Eleonora Giorgi e Anna Falchi, l’attore ebbe come compagna Clarissa Burt e in ultimo convisse con Nathalie Caldonazzo, che gli fu vicina fino alla fine.

Dopo i tre film girati con la regia di Ettore Scola: Splendor (1989), Che ora è? (1989), Il viaggio di Capitan Fracassa (1990), girò il suo ultimo film “Il postino” tratto dal romanzo “Il postino di Neruda” di Antonio Skarmeta. La regia fu dello stesso Troisi e di Michael Radford. Coprotagonisti furono Philippe Noiret nella parte di Neruda e Massimo Troisi nella parte del postino Mario Ruoppolo, mentre Maria Grazia Cucinotta, al suo esordio, interpretò la bella cameriera Beatrice. Il film, malinconico e sentimentale, parla dell’esilio di Neruda su un’isoletta italiana e del suo postino che, innamorato di Beatrice, cameriera della locanda, utilizza le poesie d’amore del grande poeta per far colpo sulla stessa. Il film fu girato tra le isole Pantelleria, Salina e Procida.

“Il postino” fece il miglior incasso di sempre per un film italiano, ebbe 5 nomination agli Oscar, vinse la statuina d’oro per la colonna sonora, vinse anche altri numerosi premi tra cui un “David di Donatello” e un “Nastro d’argento”.

Il giorno dopo la fine del montaggio della pellicola, Massimo Troisi, incalzato dalla malattia cardiaca e stroncato dalla stanchezza delle riprese, si spense nella casa della sorella a Ostia il 4 giugno 1994. Aveva 41 anni.

(foto in alto: Massimo Troisi in un fotogramma di Ricomincio da tre, 1981.)