Via Caracciolo, Napoli

NAPOLI E NAPOLETANI DEL XX SECOLO

L’inizio del rinnovamento di Napoli e il suo ingresso nella modernità del XX secolo può essere individuato, al di là delle date, con la legge del Risanamento della Città di Napoli del 1885. Quella legge segnò la fine della decadenza della città, che da capitale di un regno era diventata periferia, scomoda situazione in cui era stata trascinata dalla monarchia dei Savoia e della classe dirigente post-unitaria tesa solo alla speculazione e al drenaggio di ricchezze. Il Sud, sottratto ai Borbone da Giuseppe Garibaldi, divenne immeritata preda bellica degli speculatori, i quali, calpestando il benessere della piccola borghesia meridionale, accrebbero i loro patrimoni attraverso scandali e ruberie.

A seguito dell’epidemia di colera del 1884, portata a Napoli da alcuni marinai provenienti dalla Sardegna, si ebbero 8.000 morti in città. Causa di ciò furono le precarie condizioni abitative e la mancanza di un efficace sistema fognario. Il governo dell’epoca, guidato da Agostino Depretis, promulgò una legge, detta del “Risanamento della città di Napoli”, la quale si proponeva di eliminare le cause della diffusione epidemica che aveva provocato un numero di vittime superiore a ogni città europea.

Furono abbattuti una buona parte dei degradati quartieri centrali che erano posti a un livello inferiore a quello della superficie del mare, cosa che non consentiva un facile deflusso dei liquami delle fognature. Furono create, sopraelevando il terreno di alcuni metri, strade che collegavano piazza Municipio alla Stazione Centrale. Furono costruite le odierne via Guglielmo Sanfelice, via Depretis, piazza Bovio, corso Umberto, chiamato “Rettifilo”, corso Garibaldi che dalla stazione raggiungeva l’Albergo dei Poveri a piazza Carlo III. Inoltre ci furono interventi su piazza Municipio, con l’abbattimento dei vecchi edifici che contornavano la piazza. Ai lati di queste strade furono erette nuove e moderne costruzioni in sostituzione delle malandate abitazioni preesistenti. Poiché questi nuovi edifici erano destinati alla borghesia della città, si ebbe una migrazione di famiglie dei ceti più deboli in periferia.

Il XX secolo si aprì con l’Esposizione Nazionale d’Igiene del 1900 che si tenne a Napoli, nella Villa Comunale. Furono costruiti sette padiglioni provvisori. Alcuni furono poi trasformati nel Tennis Club Napoli, che si trova nell’attuale viale Dohrn. L’esposizione fu inaugurata a maggio dal re Umberto I e dalla regina Margherita. Fu innovativa poiché, per la prima volta, si metteva l’accento su igiene personale e su igiene del territorio come profilassi contro lo sviluppo di malattie epidemiche. La sfortuna volle che il 29 luglio del 1900 Re Umberto I fosse assassinato dall’anarchico Bresci. Questo tragico evento mise fine anticipatamente all’esposizione napoletana.

Questa storia è tratta dal volume “NOVECENTO. Napoli e napoletani del XX secolo” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

A inizio secolo il porto di Napoli era diventato la stazione marittima di collegamento tra l’Italia e le colonie africane e porta di uscita dei migranti meridionali alla ricerca di una nuova vita nell’America del nord e del sud: Stati Uniti, Venezuela, Brasile e Argentina. L’emigrazione, che fino al 1900 aveva interessato principalmente le regioni settentrionali di Veneto, Friuli e Piemonte, con partenze dal porto di Genova, a partire dai primi anni del nuovo secolo coinvolse in modo massiccio le popolazioni del sud. Furono circa 20 milioni le persone interessate al fenomeno in Italia, un numero pari alla popolazione del 1860. Tra il 1900 e il 1920 tre milioni di contadini meridionali, non avendo possibilità di sfuggire alla loro disperata situazione economica e sociale, si imbarcarono su navi dirette ai porti dell’America. Oggi i discendenti di quelle migrazioni costituiscono una parte importante delle popolazioni di quei luoghi.

Lo scoppio della grande guerra vide Napoli non coinvolta direttamente a causa della distanza dal fronte. Comunque molti napoletani furono arruolati e mandati al nord a combattere. Le industrie partenopee diedero il loro contributo allo sforzo bellico dedicandosi alla costruzione di armi e proiettili. Il 9 novembre del 1917, visto l’andamento catastrofico degli scontri in Friuli e in Veneto, con la disfatta di Caporetto e il rischio di un’invasione della pianura padana da parte degli austriaci, Re Vittorio Emanuele III sostituì il comandante delle forze armate Luigi Cadorna che, per nascondere le sue gravi responsabilità, non esitò a gettare la colpa della sconfitta sulla presunta viltà di alcuni reparti. Fu nominato comandante in capo il generale napoletano Armando Diaz, che condusse l’esercito italiano alla vittoria.

Durante la prima guerra mondiale Napoli fu oggetto di uno dei primi bombardamenti aerei della storia. La notte del 10 marzo del 1918 il dirigibile austriaco Zeppelin LZ104, decollato dalla base bulgara di Jambol, effettuò tre lanci di bombe sulla città. Ci furono 16 morti e 64 feriti. Solo dopo la guerra si capì che gli scoppi del 10 marzo erano stati causati da bombe lanciate da un dirigibile. I responsabili della difesa antiaerea della città, del tutto passivi durante il bombardamento, furono processati e condannati.

Nel dopoguerra ci furono le prime manifestazioni dei seguaci del fascismo, che ebbe a Napoli una delle sue basi più importanti. Il 24 ottobre 1922, durante una manifestazione fascista, preparatoria della marcia su Roma, un partecipante al corteo fu colpito in via Foria da un mazzo di fiori che nascondeva un sasso. Come reazione uno dei fascisti presenti impugnò una pistola sparando all’impazzata. Una anziana signora, che si trovava affacciata a una finestra, fu colpita da una pallottola vagante e morì. Il 28 ottobre partirono da Napoli migliaia di fascisti dirigendosi verso Roma. Fu quella “Marcia su Roma” a determinare la nascita del governo guidato da Mussolini.

Una figura prominente del Fascio fu il napoletano (nato a Portici) Aurelio Padovani che in città ebbe un seguito forse superiore anche allo stesso Mussolini. Aurelio Padovani fu il primo dissidente nel suo partito e ben presto fu estromesso dalle leve del potere per le sue idee legate al sindacalismo rivoluzionario. Morì in circostanze tragiche e sospette per il crollo di una balaustra di un balcone in via Generale Orsini dove si era affacciato per salutare la folla che lo inneggiava. Insieme a lui morirono anche altri otto esponenti del partito che erano con lui.

Durante il periodo fascista Napoli fu la base di partenza dell’espansione imperialista sull’altra sponda del Mediterraneo, in Libia e nell’Africa del nord. A questo proposito nel 1936 fu dato un grande sviluppo al porto con la creazione della nuova stazione marittima. La sua costruzione comportò l’abbattimento di alcuni edifici preesistenti e dell’antica “lanterna del molo”.

In concomitanza con la nascita del quartiere EUR di Roma, in un unico ambito progettuale teso alla celebrazione dell’impero africano dell’Italia, fu costruita la “Mostra d’Oltremare” nel quartiere di Fuorigrotta di Napoli. La creazione della Mostra comportò la riqualificazione di tutti i Campi Flegrei, che da zona agricola vennero trasformati nel nuovo centro direzionale della città. Fu costruito il viale Augusto, un falso rettilineo che unisce l’odierno tunnel delle Quattro Giornate con l’ingresso della Mostra d’Oltremare. Il viale Augusto ebbe, in anni più recenti, ideale prosecuzione con viale Giochi del Mediterraneo, collegandosi infine con viale Campi Flegrei, l’ultimo tratto dell’arteria che, dividendo in due il quartiere di Bagnoli, raggiunge il mare.

Fine ‘800 e inizi ‘900 furono anni fecondi per la musica in città. In quel periodo nacque la “canzone classica napoletana” ad opera di intellettuali che inserirono nei testi e nelle musiche elementi che riportavano alle correnti artistiche e letterarie del tempo.

La canzone napoletana aveva avuto origine ai tempi di Federico II, quando le donne allietavano il loro lavoro ai lavatoi con il canto di filastrocche. La canzone più antica di cui conosciamo alcuni versi, “Jesce sole”, probabilmente del 1200, è una invocazione alle belle giornate delle lavandaie dell’Arenella.

Contribuì allo sviluppo e alla diffusione della musica e della canzone partenopea la presenza in città dell’antico conservatorio musicale di San Pietro a Majella, dove si formarono numerosi musicisti, maestri d’orchestra e compositori, tanto che la città di Napoli può essere considerata, a buon titolo, una delle capitali della musica classica.

Nei primi del novecento la rinomanza nazionale e internazionale della canzone napoletana superava di gran lunga quella della canzone italiana. Essa fu interpretata dai più famosi cantanti lirici dell’epoca e fu suonata dalle orchestre di tutto il mondo. Enrico Caruso, Tito Schipa, Beniamino Gigli, Mario Del Monaco furono solo alcuni dei cantanti che fondarono parte della loro popolarità sul canto classico napoletano. Poeti e musicisti partenopei come Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Ernesto Murolo, Vincenzo D’Annibale, Salvatore Cardillo, Ernesto De Curtis, E. A. Mario (Giovanni Gaeta) dedicarono la loro vena poetica e musicale alla scrittura di versi e melodie che segnarono la storia musicale italiana.

La seconda guerra mondiale vide Napoli pesantemente coinvolta. Essa fu fronte e prima linea insieme a tante città europee che pagarono un alto prezzo di distruzioni e di vite umane. Tedeschi e Alleati, prima di scontrarsi sui campi di battaglia, si scontrarono nelle città: Londra, Parigi, Roma, Berlino, Dresda. Napoli sopportò un altissimo numero di bombardamenti aerei. Molte famiglie, seguendo i consigli delle autorità, si erano trasferite nei paesi e nelle campagne circostanti prima che i bombardamenti sulla città avessero inizio. Altre famiglie seguirono le prime solo a bombardamenti iniziati. Molti napoletani, non avendone la possibilità, cercarono rifugio negli anfratti naturali e nei tunnel cittadini.

Dal novembre del 1940 iniziarono a cadere bombe su obiettivi strategici cittadini. I primi a fare raid aerei furono gli inglesi. Proseguirono gli americani con i cosiddetti bombardamenti a tappeto, che non facevano differenza tra obiettivi militari, edifici di abitazioni e purtroppo anche ospedali. Bombardamenti che avvenivano in pieno giorno mentre la popolazione era intenta alle proprie attività giornaliere. Ci furono migliaia di morti tra i civili. Industrie, depositi, stazione ferroviaria, porto e palazzi furono colpiti e distrutti.

La sollevazione popolare tra il 27 e il 30 settembre del 1943, ricordata come “Le Quattro Giornate di Napoli”, con la cacciata dei tedeschi dalla città e l’arrivo degli alleati il 1° ottobre, non segnò la fine della guerra a Napoli. I bombardamenti continuarono per alcuni mesi da parte dell’aviazione tedesca. Napoli era diventata la retrovia alleata del fronte di Cassino.

Intanto Benedetto Croce, in villa Tritone di Sorrento, dove abitò durante il periodo bellico, incontrava le personalità politiche italiane e i rappresentanti delle forze alleate in qualità di presidente del Partito Liberale e in forza della sua reputazione internazionale. Gli incontri erano finalizzati alla formazione di un governo di unità nazionale che potesse guidare il paese in quei tragici giorni della liberazione. Il 18 giugno del ‘44, come risultato dei colloqui, nacque il governo Bonomi, nel quale Croce fu ministro senza portafoglio. Con la nascita della repubblica gli fu proposto di diventare capo provvisorio dello stato, ma lo storico rifiutò per dedicarsi ai propri studi.

Napoli divenne il luogo dove i militari alleati venivano in licenza dal fronte per riposarsi. Si sviluppò in città un fiorente commercio illegale di tutto quello che necessitava alla popolazione. Numerosi contrabbandieri facevano la spola tra la campagna circostante, dove si procuravano cibi e beni di consumo, e la città, dove rivendevano a prezzi di gran lunga maggiorati. Napoli fu invasa da numerosi “sciuscià”, bambini e ragazzi che si offrivano di lucidare le scarpe ai militari americani. Tante “segnorine” vendevano il loro corpo in cambio dei pochi dollari necessari alla propria sopravvivenza e a quella dei loro familiari.

Con il boom economico che investì l’Italia negli anni ‘60, Napoli vide la nascita e lo sviluppo di numerose industrie e attività economiche. Esse nacquero anche grazie all’ISVEIMER e alla Cassa per il Mezzogiorno, istituti che avevano la missione di finanziare la nascente industria nel meridione d’Italia. Nel 1910 a Bagnoli era nato lo stabilimento siderurgico ILVA. Nell’immediato dopoguerra fu creato, accanto all’ILVA, lo stabilimento della Cementir, per la produzione di cemento e conglomerati. Negli anni ‘60 si creò la colmata a mare. La battigia antistante lo stabilimento siderurgico, che da ILVA era diventato Italsider, fu colmata di terreno di risulta di una collinetta che era situata all’interno del perimetro della fabbrica, dal lato di Bagnoli, che risultò completamente spianata. Furono anche create delle passerelle sul mare, vicino alle quali le navi ormeggiavano per scaricare i minerali ferrosi.

A Castellammare di Stabia, pochi chilometri dalla città, sorge un antico e glorioso cantiere di costruzioni navali. Il cantiere nacque nel 1783 per volere di Ferdinando IV, su suggerimento del primo ministro Giovanni Acton, già comandante della flotta del Granducato di Toscana nonché amante della regina Maria Carolina. In quel cantiere fu costruita l’intera flotta militare del regno. A Castellammare, nel 1931, fu varata anche l’attuale nave scuola della Marina Militare Italiana, l’Amerigo Vespucci, la più bella nave scuola al mondo. Nel 1966 i cantieri navali di Castellammare furono inseriti nella società di proprietà pubblica Italcantieri, che comprendeva anche i cantieri Ansaldo di Genova e i cantieri dell’Adriatico di Trieste.

Oltre alle navi militari il cantiere curò la costruzione di numerosi traghetti: Boccaccio, Carducci, Manzoni, Leopardi e Pascoli. Negli anni novanta la Fincantieri, che aveva acquisito le attività cantieristiche di Italcantieri, adottò un piano industriale che prevedeva un ridimensionamento dello stabilimento di Castellammare.

Nel 1953 Adriano Olivetti diede incarico all’architetto Luigi Cosenza di costruire una fabbrica a Pozzuoli da adibire alla costruzione di macchine calcolatrici. Nacque così una “factory” con uno splendido panorama sul golfo di Pozzuoli, dove gli operai potevano godere di retribuzioni sopra la media nazionale e dell’assistenza che la Olivetti prestava ai propri dipendenti e alle loro famiglie. L’Olivetti di Pozzuoli ebbe il suo tramonto alla fine degli anni ‘90 con lo sviluppo dell’industria elettronica cinese.

L’Alfa Romeo, che da decenni aveva uno stabilimento a Pomigliano d’Arco, progettò la creazione di una nuova fabbrica per la costruzione di un’auto con le caratteristiche tipiche dell’Alfa Romeo, ma con un prezzo che ne favorisse la grande diffusione. La fabbrica Alfasud venne costruita accanto agli stabilimenti Alfa Romeo Avio di Pomigliano. l’Alfa Romeo Avio, una fabbrica di motori aeronautici, era stata creata nel 1938 accanto a un piccolo aeroporto. Annessi allo stabilimento era sorto un quartiere di villette dove abitavano gli operai e un grande albergo per ospitare lavoratori e tecnici provenienti da altre parti d’Italia.

Già nei primi anni sessanta la pista dell’aeroporto era stata utilizzata per costruire una fabbrica automobilistica, antesignana dell’Alfasud. In quello stabilimento veniva prodotta, in seguito ad accordi con la casa francese, il modello R4 della Renault destinato al mercato italiano. La prima vettura Alfasud fu consegnata nel 1972. la vettura ebbe grande successo, aveva trazione anteriore e motore boxer a cilindri contrapposti che favoriva una grande elasticità nei vari regimi. La produzione della vettura continuò fino al 1984.

Fu sostituita dall’Alfa 33 che riprendeva alcune delle soluzioni più innovative dell’Alfasud. Sempre nel 1984 iniziò la produzione dell’ARNA, una vettura costruita in collaborazione con la giapponese Nissan, nei nuovi stabilimenti di Pratola Serra. Alcuni elementi meccanici, derivati dall’Alfasud, venivano prodotti nello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Nel 1986 l’Alfa Romeo fu acquistata dal gruppo Fiat e fusa con la Lancia. Gli anni novanta videro una profonda ristrutturazione della fabbrica che iniziò a produrre anche auto con marchio Fiat.

Nell’agosto del 1973 una partita di cozze contaminate con il vibrione del colera, proveniente dalla Tunisia, provocò un’epidemia a Napoli e in Campania, in alcune città del meridione e anche in alcune città europee, in particolare Barcellona. Il 24 agosto si registrarono dei casi che misero in sospetto le autorità sanitarie. La conferma si ebbe alcuni giorni dopo, mentre l’epidemia cominciava a diffondersi in città. Le autorità cittadine, memori delle tante epidemie che avevano colpito Napoli, presero provvedimenti drastici per bloccarne la diffusione.

I cittadini napoletani, ben consci della gravità della situazione, avevano già iniziato a prendere le massime precauzioni igieniche. L’acqua potabile distribuita dall’acquedotto venne utilizzata per cucinare solo dopo un’adeguata bollitura, per bere si utilizzò acqua minerale in bottiglia. Furono eliminati i cibi crudi e la frutta fu consumata solo dopo accurati lavaggi. Tutte le case, le suppellettili, i capi di biancheria vennero lavati e disinfettati. Distinti signori e signore provvedevano persino a lavare i marciapiedi antistanti i negozi e i portoni.

Le autorità organizzarono in pochissimi giorni vaccinazioni di massa in tutti i presidi sanitari della città. Anche i medici di famiglia e le farmacie iniettavano il vaccino. Nel palazzetto dello sport di viale Giochi del Mediterraneo il comando della base militare americana organizzò, con i medici della base, la vaccinazione della popolazione utilizzando avveniristiche pistole spara vaccino, senza necessità di siringhe. In tre, quattro giorni tutta la popolazione si sottopose volontariamente alla vaccinazione. In città e in Campania, grazie alla mobilitazione di tutti i cittadini, l’epidemia fu superata in 15, 20 giorni. In tutto si contarono un migliaio di infettati con un numero molto limitato di decessi. Si contarono tra le 15 e le 20 vittime, la maggior parte erano persone che già soffrivano di serie patologie.

Erano le 19 e 34 di domenica 23 novembre del 1980, una scossa di terremoto di 6,9 gradi della scala Richter, X grado della scala Mercalli, della durata di 90 secondi, con epicentro tra le località di Conza e Teora, una zona situata tra le province di Avellino e Salerno, colpì e distrusse gran parte dell’Irpinia, del Salernitano e del Potentino. Si ebbero gravissime conseguenze anche a Napoli e in tutta la Campania. La gente si riversò per strada. Napoli rimase completamente bloccata dalle persone che occupavano piazze e strade per mettersi al riparo da eventuali crolli.

Subito dopo la scossa la città fu avvolta da una nube causata dalle lesioni nelle murature dei palazzi dalle quali si sprigionò polvere che si diffuse nell’atmosfera. Dopo poche ore iniziarono a diffondersi notizie sui danni del terremoto che subito apparve disastroso. La gravità della situazione non fu immediatamente percepita dalle autorità. Solo il martedì successivo, in seguito al grido di aiuto lanciato da “Il Mattino”, principale quotidiano cittadino, che uscì con la prima pagina occupata da due sole parole, “FATE PRESTO”, e con articoli che parlavano di migliaia di morti, la nazione tutta si mobilitò. Colonne di automezzi dell’esercito, vigili del fuoco, forze di polizia, privati cittadini, carichi di generi di prima necessità, medicine, medici, infermieri, tende, attrezzi per rimuovere le macerie, si diressero verso i luoghi della tragedia. Da molti paesi stranieri partirono aiuti di tutti i tipi, l’Austria mandò un intero ospedale da campo completo di attrezzature e personale sanitario.

Quello che era successo vicino all’epicentro del terremoto era inenarrabile. Tutte le abitazioni erano crollate, migliaia di persone si trovavano, vive o morte, sotto le macerie. A Napoli crollò un palazzo in via Stadera. In quel palazzo c’era una festa di compleanno, morirono 52 persone. Altri crolli parziali si ebbero in città. La statua della madonna sulla basilica del Buon Consiglio a Capodimonte cadde sul piazzale antistante la chiesa. I muri perimetrali di alcuni palazzi crollarono lasciando i pilastri nudi. Tutte le abitazioni della città subirono danni più o meno gravi. Fortunatamente per la maggior parte dei casi furono danni che non interessarono la stabilità degli edifici. Per molte notti i napoletani sostarono nelle strade per paura di scosse di replica. I morti in Campania furono circa 3.000, i feriti 10.000, gli sfollati 300.000. la ricostruzione, durata vari decenni, può dirsi conclusa solo da pochi anni.

Nel 1984 si iniziò la costruzione del nuovo Centro Direzionale di Napoli. Già negli anni ‘60 il Comune aveva individuato un’area completamente priva di costruzioni, tra il Corso Malta, i binari ferroviari della stazione centrale, il carcere di Poggioreale e il Rione Luzzatti, dove costruire un polo direzionale con lo scopo di decongestionare il centro cittadino. Nel 1982 fu dato incarico all’architetto giapponese Kenzo Tange di progettare il complesso urbanistico del CDN (Centro Direzionale di Napoli).

Dopo due anni il progetto era pronto e ne fu iniziata la costruzione. Poiché quel suolo era stato nel passato una palude, fu necessario innalzare il livello di alcuni metri. Tra gli edifici fu creata una enorme piattaforma pedonale attrezzata di giardini, sotto la quale fu prevista la viabilità con i parcheggi. Nel 1995 il CDN si presentava completo di 13 torri e vari edifici che ospitano alberghi, facoltà universitarie, e sedi di enti pubblici e privati. Inoltre il Centro ospita la nuova città giudiziaria in un grande complesso a ridosso del Carcere. Nel CDN è presente una fermata della ferrovia Circumvesuviana e una della Metropolitana Linea 1. Il XX secolo si chiuse felicemente con la conquista di due scudetti, vinti dalla squadra del Napoli nei campionati del 1986/87 e 1989/90.

(Foto in alto: Via Caracciolo, Napoli)