Ritorno in patria degli ostaggi dell'ambasciata americana in Iran, Don Koralewski, 1981

OSTAGGI AMERICANI IN IRAN

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Nel 1979 l’Ayatollah Khomeini conquistò il potere in Iran cacciandone definitivamente lo scià Reza Pahlavi che si rifugiò in Egitto. Il nuovo regime iraniano degli Ayatollah condannò a morte in contumacia l’imperatore Reza Pahlavi e la moglie Farah Diba.

Nell’ottobre del 1979 Reza Pahlavi si recò negli Stati Uniti per curarsi da una grave malattia. Gli Studenti Islamici, fazione seguace dell’Ayatollah Khomeini, temettero che si trattasse solo di una scusa e che il vero obiettivo degli Stati Uniti fosse rimuovere il nuovo capo di stato Khomeini per ripristinare la monarchia. Già nel 1953 gli americani avevano reinsediando sul trono di Persia Reza Pahlavi, cacciato nei mesi precedenti del primo ministro Mohammad Mossadeq.

Il 14 febbraio del 1979 si era verificato un primo tentativo di invadere l’ambasciata americana. Durante un confuso scontro tra l’Organizzazione dei Guerriglieri Fedai e i marines di guardia all’ambasciata, gli attaccanti riuscirono a catturare il marine Kenneth Kraus. L’ambasciatore americano contattò il ministro degli esteri iraniano e nel giro di tre ore l’edificio che ospitava la delegazione diplomatica fu liberato dai guerriglieri Fedai e riconsegnato agli Stati Uniti. Il marine catturato fu sottoposto a processo dai guerriglieri iraniani e condannato a morte. Nel giro di una settimana il presidente Jimmy Carter e l’ambasciatore Sullivan ottennero il rilascio del marine che era stato seriamente ferito durante e dopo la cattura. Kenneth Kraus rientrò in patria accolto come un eroe e fu insignito con la Purple Heart e la Navy Commendation Medal.

IRRUZIONE NELL’AMBASCIATA E CATTURA DEGLI OSTAGGI

Il timore di un intervento degli Stati Uniti indusse alcune organizzazioni di studenti islamici a fare irruzione nell’ambasciata americana, un vero fortino difeso dai marines, e prendere in ostaggio gli occupanti. In tal modo volevano impedire qualsiasi iniziativa contro il nuovo regime iraniano. Gli studenti che organizzarono l’attacco avevano intenzione di effettuare una operazione dimostrativa per attirare l’attenzione mondiale sulle loro richieste. L’occupazione dell’ambasciata doveva durare una settimana per poi essere ripristinati i normali rapporti diplomatici. Le cose andarono diversamente poiché gli studenti furono infiltrati da gruppi radicali islamici.

Dopo che gli organizzatori avevano studiato con attenzione dai tetti degli edifici circostanti le procedure di difesa dei marines in servizio all’ambasciata, il 4 novembre del 1979 diedero il via all’operazione pianificata. L’Ayatollah Komheini non fu informato delle loro intenzioni poiché gli studenti e le Guardie Rivoluzionarie Islamiche che li affiancavano temevano un suo intervento per impedire l’operazione. Il primo tentativo era stato infatti stroncato dall’intervento della più alta autorità dello stato islamico.

La giornata iniziò con una manifestazione studentesca fuori le mura dell’ambasciata. Si ebbe subito l’impressione che le forze di sicurezza americane non avrebbero aperto il fuoco contro la folla. Alcuni studenti riuscirono a forzare il cancello dell’edificio e penetrare nel giardino. In quel momento giunsero sul luogo della manifestazione alcuni autobus carichi di dimostranti. Questi presero il comando delle operazioni e la quasi pacifica manifestazione si trasformò nell’occupazione dell’ambasciata e nella cattura di tutti quelli che si trovavano all’interno della stessa.

Alcuni dei diplomatici dislocati nella sede consolare, che era situata in un edificio separato da quello principale, riuscirono a fuggire attraverso un ingresso posteriore che incredibilmente non era sorvegliato dagli assalitori. Nei giorni successivi quasi tutti quelli che erano sfuggiti in un primo momento alla cattura furono rintracciati e riuniti agli altri ostaggi. Sei americani riuscirono a raggiungere non visti l’ambasciata inglese e quella svedese. Alcuni giorni dopo, poiché gli iraniani erano sul punto di scoprire i loro nascondigli, lasciarono l’ambasciata di Regno Unito e Svezia per raggiungere l’abitazione dell’ambasciatore canadese e di altri diplomatici della stessa delegazione che li ospitarono. Le loro abitazioni erano ritenute più sicure dai blitz degli studenti iraniani.

Tre diplomatici, che al momento dell’irruzione si trovavano negli uffici del ministero degli esteri iraniani, furono trattenuti in quegli uffici. Vissero nella sala da pranzo del ministero, dove dormivano, usufruendo dei vicini bagni destinati agli ospiti del ministero. Dopo marzo divennero anch’essi dei prigionieri poiché le porte dei locali dove erano ospitati furono bloccate con delle catene.

Il presidente Komheini fu informato a cose fatte. In un primo momento non si pronunciò sull’occupazione dell’ambasciata. Mostrò una certa ritrosia consapevole delle conseguenze che tale atto avrebbe provocato. L’entusiasmo popolare verso l’azione degli studenti costrinse infine l’Ayatollah Komheini a pronunciarsi a favore dell’operazione. Nell’occasione definì l’ambasciata “un covo di spie americane”.

L’Iran chiese agli Stati Uniti la consegna dello scià Reza Pahlavi, che si trovava in quel momento a New York per curarsi da una grave malattia che ne avrebbe poi provocato il decesso l’anno successivo, in cambio del rilascio degli ostaggi americani. La risposta del presidente Carter, che naturalmente rifiutò il ricatto, fu considerata debole poiché, al posto di un ultimatum che analisti americani della politica iraniana pensavano potesse risolvere la situazione in breve tempo, indirizzò un messaggio al presidente Komheini, facendo appello al senso di umanità dello stesso nel chiedere il rilascio degli ostaggi.

Il 19 novembre gli iraniani rilasciarono tre ostaggi: due afroamericani e una donna. Il 20 novembre lasciarono l’ambasciata altre quattro donne e sei afroamericani. Era stato l’intervento di Yasser Arafat, che si era personalmente recato in Iran, a determinare la liberazione dei 13 ostaggi. L’unico altro prigioniero rilasciato fu Richard Queen, un bianco americano gravemente ammalato. Tutti questi furono rimpatriati con l’assistenza dell’organizzazione palestinese dell’OLP. Rimasero 52 ostaggi ancora prigionieri nell’ambasciata. A fine dicembre del 1979 Reza Pahlavi lasciò gli Stati Uniti e raggiunse Panama dove continuò le cure prescritte dai sanitari americani.

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OPERAZIONE CANADIAN CAPER

La CIA fu incaricata di portare in salvo i sei diplomatici che si erano rifugiati presso le abitazioni dei diplomatici canadesi. Fu elaborata l’operazione “Canadian Caper”. Il funzionario della CIA Tony Mendez, uno specialista nelle esfiltrazioni di agenti da paesi ostili, collaborato dall’agente “Julio”, organizzò con l’aiuto di alcuni cineasti di Hollywood una fantomatica produzione di un film dal titolo “Argo”. Era basato sul romanzo fantascientifico “Lord of light” di Roger Zelazny che aveva una ambientazione mediorientale. La finta produzione prevedeva che il regista, lo sceneggiatore e alcuni attori facessero un sopralluogo sulle location situate in Iran dove avrebbero dovuto essere girate diverse scene del film. Il ministero degli esteri del Canada, ottenuto il consenso del parlamento riunito in seduta segreta, inviò alla sua ambasciata a Teheran diverse serie di passaporti falsi da utilizzare per far uscire dall’Iran gli americani rifugiati presso di loro. Essi si dovevano accodare alla delegazione di cineasti di Hollywood e, come componenti della stessa, ripartire insieme agli attori e al regista rientrando in patria. Fu organizzato anche un ufficio all’interno di uno degli “Studios” di Hollywood che doveva essere presieduto giorno e notte per rispondere a eventuali telefonate provenienti dalle autorità iraniane tese a ottenere conferma sulla produzione cinematografica del film “Argo”.

La finta troupe arrivò a Teheran e fece i sopralluoghi sulle location arrivando anche a promettere a degli esponenti delle guardie rivoluzionarie, che si erano proposti, la partecipazione ad alcune scene del film. Il 27 gennaio del 1980, terminato il sopralluogo, la troupe, con i sei diplomatici americani forniti di passaporti canadesi che nel frattempo si erano accodati alla delegazione partecipando ai sopralluoghi, arrivarono all’aeroporto di Teheran per far ritorno in America. I controlli aeroportuali furono superati senza particolari difficoltà. Tutta la finta troupe si imbarcò sul volo di linea Swissair 363 diretto a Zurigo. Dopo il decollo e dopo aver lasciato lo spazio aereo dell’Iran i sei festeggiarono insieme agli altri componenti del gruppo la sospirata liberazione.

I canadesi, temendo vendette per il loro ruolo attivo nel rimpatrio dei sei americani, chiusero la loro ambasciata a Teheran. I loro diplomatici si erano messi al sicuro da eventuali vendette iraniane. Avevano lasciato il paese nei giorni immediatamente precedenti o lo stesso giorno della partenza degli americani.

L’operazione doveva essere mantenuta segreta per non danneggiare le trattative per il rilascio degli altri ostaggi. Ma il giorno seguente il quotidiano in lingua francese di Montreal “La Presse” che, seppur a conoscenza dell’operazione, aveva fino ad allora mantenuto il segreto sulla stessa senza pubblicare alcuna notizia, uscì con un titolo in prima pagina dove veniva narrata l’operazione. Lo scoop fu ripreso e pubblicato da tutta la stampa mondiale.

I diplomatici canadesi che avevano corso gravi rischi pur di salvare gli americani furono decorati con lo “Order of Canada” e l’ambasciatore Taylor fu insignito anche con la “Congressional Gold Medal” concessa dal Congresso degli Stati Uniti.

TENTATIVI DI LIBERAZIONE

Nell’aprile del 1980 si ipotizzò un’operazione militare per salvare gli ostaggi e trasportarli al sicuro. Il 10 aprile il presidente Carter diede il suo assenso all’operazione, in un giorno che il segretario di stato Cyrus Vance, contrario all’intervento, non aveva potuto partecipare per motivi di salute alla riunione nella quale venne presa la decisione. Il suo sostituto non ritenne di informarlo e per tale motivo Vance, nei giorni seguenti, diede le sue dimissioni.

Il giorno 24 aprile iniziò l’operazione Eagle Claw. Era prevista la creazione di una base operativa nel Gran Deserto Salato nell’Iran orientale, nei pressi della città di Tabas, che fu denominata “Desert one”. Lì, su una strada abbandonata, avrebbero dovuto atterrare gli elicotteri che partecipavano all’operazione e diversi aerei C-130. Gli elicotteri avrebbero poi proseguito verso Teheran, toccando terra nelle immediate adiacenze dell’ex ambasciata americana dove erano trattenuti gli ostaggi. L’operazione prevedeva l’assalto all’edifico e la liberazione degli ostaggi, il trasferimento degli stessi con gli elicotteri fino alla base nel deserto. Da lì, con i c-130, gli ostaggi sarebbero stati poi trasportati su suolo amico.

Otto elicotteri RH-53D Sea Stallion decollarono dalla portaerei USS Nimitz con l’ordine di mantenere un completo silenzio radio. I piloti incontrarono lungo il tragitto una violenta tempesta di sabbia che danneggiò due dei velivoli che partecipavano all’operazione. I due elicotteri furono abbandonati nel deserto e gli occupanti accolti su altri velivoli. Era stabilito che il numero minimo necessario per portare a termine il blitz era di sei elicotteri. Sfortunatamente un terzo elicottero fu costretto a tornare indietro a causa della visibilità zero provocata dalla tempesta di sabbia e per la mancanza di un ausilio a bordo per il volo cieco. A questo punto il comandante sul campo dell’operazione, il colonnello Charles Alvin Beckwith, chiese di rinunciare all’operazione. L’annullamento fu autorizzato dal presidente Carter in persona. Durante le operazioni di rifornimento nella base “Desert one”, uno degli elicotteri si scontrò con un aereo cisterna C-130. Ci furono otto morti e diversi feriti tra i militari americani.

Il tentativo di liberazione fu rivelato al pubblico da Carter in un discorso del 25 aprile. Questo fallimento fu decisivo nella sua mancata rielezione nel novembre del 1980. La popolarità di Komheini crebbe a dismisura nel suo paese. L’Ayatollah affermò che il fallimento degli americani era dovuto all’intervento divino.

Fu preparato un secondo tentativo di liberazione degli ostaggi con l’utilizzo di tre aerei C-130 Hercules modificati. Su questi aerei fu montato un sistema di razzi frenanti che avrebbe consentito l’atterraggio degli stessi sul campo di calcio dello stadio Shahid Shiroudi di Teheran che si trovava vicino all’edifico dell’ambasciata. Durante le prove di atterraggio uno degli aerei, a causa del malfunzionamento dei razzi, perse un’ala e si incendiò. Nell’incidente non ci furono vittime. Dopo le elezioni presidenziali e la mancata rielezione di Carter, anche il secondo tentativo di liberare gli ostaggi fu abbandonato.

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LA LIBERAZIONE DOPO 444 GIORNI DI PRIGIONIA

Dopo il fallito blitz per tentare la liberazione degli ostaggi i loro sequestratori ritennero più sicuro lasciare l’edificio dell’ambasciata e disperdere i prigionieri americani sul territorio. Solo dopo l’ottobre del 1980 gli ostaggi furono riuniti di nuovo a Teheran nel palazzo Teymur Bakhtiar dove poterono usufruire di una certa libertà di movimento. Il vitto e la sistemazione logistica migliorarono di molto.

I prigionieri avevano trascorso mesi molto difficili. Erano stati sottoposti a percosse e a torture psicologiche molto dure, nonostante che il governo iraniano affermasse che erano trattati come ospiti. Almeno uno di essi fece lo sciopero della fame e altri due tentarono il suicidio. Quattro cercarono di evadere ma furono ripresi e tenuti in isolamento per alcuni mesi. Alcuni ambasciatori di paesi occidentali ebbero la possibilità di visitare i prigionieri riferendo poi al governo americano le condizioni in cui erano detenuti.

Le trattative per la liberazione degli ostaggi si presentarono subito molto difficoltose a causa delle due fazioni al governo in Iran: la moderata, rappresentata dalla burocrazia e da alcuni ministri e quella estremista appoggiata dai Guardiani della Rivoluzione, diretta emanazione dell’Ayatollah Komheini. Il governo algerino divenne il tramite nei contatti, molto complessi e laboriosi. Le trattative furono complicate dall’elezione di Ronald Reagan alla presidenza nel novembre del 1980. Reagan nel suo primo discorso affermò che non avrebbe pagato riscatti per la liberazione degli ostaggi. Il nuovo parlamento iraniano stabilì le condizioni con le quali potevano essere liberati gli ostaggi. Le trattative a questo punto si fecero più serrate. L’accordo prevedeva che fossero restituiti all’Iran i fondi congelati nelle banche statunitensi, circa 7,5 miliardi di dollari. Inoltre fu stabilito un fondo di un miliardo di dollari a cui far riferimento nelle eventuali cause che le aziende USA, danneggiate dal nuovo corso iraniano, avessero intentato contro quel governo. Il 20 gennaio del 1981, lo stesso giorno in cui terminava il mandato del presidente Carter, gli ostaggi furono imbarcati su un aereo della Air Algeria. A mezzogiorno, dopo che Ronald Reagan aveva prestato giuramento come presidente, avvenne il decollo. Carter si trovava in Germania, incaricato dal nuovo presidente di accogliere i prigionieri. Dopo alcune ore l’aereo algerino atterrò nella base americana di Reno-Meno. Subito dopo furono trasferiti all’ospedale dell’aeronautica americana a Wiesbaden.  Dopo essere stati sottoposti a visita medica ripartirono diretti alla base aerea di Newburgh, nei pressi di New York. Da lì furono trasferiti in autobus a Westpoint dove dovevano incontrare i familiari e le autorità. Durante il trasferimento due ali di folla acompagnarono gli autobus lungo tutto il percorso. Gli americani osannarono gli ex ostaggi come eroi.

(Foto in alto: Ritorno in patria degli ostaggi dell’ambasciata americana in Iran, Don Koralewski, 1981)