Forche Caudine, Acquaforte del '700

ROMANI CONTRO SANNITI, LE FORCHE CAUDINE

I romani avevano stretto un’alleanza con i sanniti attraverso il trattato di pace del 341 a.C. Trattato che fu stipulato a conclusione della prima guerra contro quella gente, combattuta per la difesa di Capua, città sotto l’influenza di Roma. Questa pace cementò l’alleanza tra i due popoli contro i Latini nella guerra del 340 a.C., vinta agevolmente dai due eserciti contro il comune nemico.

I romani comunque avevano l’obiettivo di espandersi verso l’Italia meridionale, cosa che confliggeva con le mire espansionistiche che i sanniti avevano sullo stesso territorio.

I romani, conoscendo la forza di quel popolo, intrapresero una politica di alleanze con le città campane, onde costituire una testa di ponte ai confini del Sannio che all’epoca comprendeva quasi tutta la Campania interna, l’Abruzzo, il Molise, parte della Puglia settentrionale e della Basilicata.

Essi fecero anche accordi con Alessandro il Molosso di Taranto, per tener impegnato l’esercito sannita verso la Puglia, avendo così mano libera in Campania. Fondarono la città di Cales, vicino la sannita Teano, e la nuova Flegellae, vicino l’odierna Ceprano, invadendo il nord della Campania che era sotto il controllo dei sanniti.

Intanto anche Neapolis (Napoli) si schierò con i romani, o almeno la parte di abitanti di origine Greca della città, poiché gli osci, presenti nella stessa, erano per una alleanza con i sanniti. Gli osci approfittando di un festeggiamento in onore di un dio venerato dalla parte greca della città, fecero entrare nelle mura un esercito sannita forte di 6000 uomini. La popolazione greca chiese l’intervento delle legioni romane per ripristinare il proprio potere.

Roma raccolse l’invito e nel 326 a.C. mandò in Campania i consoli Lucio Cornelio Lentulo e Quinto Publilio Filone con le loro legioni. Il primo si schierò lungo il Volturno, mentre Publilio Filone riuscì a entrare in città dove acquartierò i suoi uomini, cacciando le forze sannite presenti. La nuova alleanza tra Neapolis e Roma determinò la rottura del trattato di pace tra romani e sanniti. Questo portò a una serie di scaramucce tra i due eserciti che si conclusero con una umiliante sconfitta delle truppe sannite nel 322 a.C.

Questa storia è tratta dal volume “NAPOLI AL TEMPO DI … Episodi e personaggi della storia partenopea” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Due legioni romane, ai cui comandi c’erano i consoli Tito Veturio Calvino e Spurio Posturio Albino Caudino, erano accampate a Calatia, nei pressi dell’odierna Caserta, in attesa che venissero svolte le trattative per stilare la pace a seguito della sconfitta sannita. Ogni legione contava su circa 5.000 uomini divisi in centurie e manipoli e 300 cavalieri. I legionari erano armati per lo più di “asta”, che era una lancia abbastanza lunga e pesante che non veniva lanciata ma usata nello scontro diretto con gli avversari, e di uno scudo rotondo di derivazione greca.

I sanniti, comandati da Gaio Ponzio, figlio di Erennio Ponzio, valoroso e saggio capo che si era ritirato a vita privata a causa dell’età avanzata, saputo delle legioni accampate a Calatia, fecero pervenire ai romani la falsa notizia che Luceria (in Apulia, nord della Puglia), città alleata degli stessi, era stata attaccata e posta sotto assedio da truppe sannite.

Le due legioni mossero in aiuto di Luceria, cadendo nella trappola tesa dai nemici. Infatti, per guadagnare tempo, i romani attraversarono la valle che oggi è delimitata da Arienzo e da Arpaia ed è attraversata dalla via Appia, anziché percorrere la strada più sicura, che avrebbe portato le truppe sull’Adriatico, da dove puntare verso sud, per raggiungere la cittadina che loro ritenevano in pericolo.

La località della trappola sannita non è stata mai individuata con precisione. Ogni luogo preso in considerazione presenta delle dissonanze con la descrizione dei luoghi fatta da Tito Livio nel suo “Ab urbe condita libri”, dove descrive una stretta vallata con due valichi, uno all’ingresso e uno all’uscita della stessa. Gli storici sono abbastanza concordi nel riconoscere nella descrizione la valle tra Arpaia e Arienzo.

Le due legioni, entrate nella gola della valle, trovarono il passo, all’uscita della stessa, sbarrato da alberi e massi, con l’esercito sannita schierato in loro attesa. Avvedutisi della trappola i due consoli ordinarono il dietrofront alle truppe, ma anche l’ingresso della valle era stato nel frattempo ostruito. Le legioni si trovarono completamente circondate dai sanniti che si erano posizionati sulle alture attorno alla gola dove esse si trovavano.

I legionari furono presi dalla disperazione, intuendo che non c’era modo di sfuggire a quella trappola e che i sanniti, più numerosi e meglio posizionati, li avrebbero facilmente sconfitti. I comandanti ordinarono comunque l’acquartieramento notturno delle legioni. Pertanto i soldati costruirono l’accampamento dove avrebbero trascorso la notte, con lo scavo del vallo e il relativo terrapieno, erigendo le tende dei consoli e quelle delle truppe, tra gli schiamazzi dei nemici. Nel buio si potevano osservare i grandi fuochi chiamati “ndocce”, accesi dai sanniti sulle alture circostanti.

Gaio Ponzio, capo dei sanniti, che per primo si era meravigliato della ingenuità dei romani nel cadere in trappola, mandò dei messaggeri all’anziano padre Erennio per chiedere consiglio sul da farsi. Erennio Ponzio gli consigliò di fare una onorevole pace con i romani, ma Gaio non accettò il consiglio. Sollecitato di nuovo il padre, questi gli rispose di ucciderli tutti. Le due soluzioni prospettate da Erennio erano ambedue sagge. La prima metteva in conto la riconoscenza dei romani per la mancata umiliazione e quindi la possibilità di una pace duratura. La seconda, con la distruzione dell’esercito, avrebbe impedito ai romani qualsiasi reazione di vendetta per molti anni a venire.

Nel frattempo i consoli romani mandarono messaggeri per contrattare una resa e permettere al loro esercito di tornare a Roma indenne. Gaio Ponzio non accettò i consigli del padre. Scegliendo la soluzione peggiore, fece una pace con i romani che ripristinava il trattato del 341, prevedendo nello stesso tempo l’umiliazione dei vinti con il disarmo dei legionari, 600 giovani ostaggi romani a garanzia della pace e il passaggio di tutti i legionari sotto un giogo di lance, le cosiddette “Forche Caudine”.

Gli storici latini, tra cui Tito Livio, furono abbastanza riluttanti nel descrivere l’episodio delle Forche Caudine. Tutti, comandanti in testa, furono costretti a passare sotto il giogo di lance tra due enormi ali di soldati sanniti. Ecco come descrive l’umiliazione Tito Livio nel suo “Ab urbe condita libri”:

«Furono fatti uscire dal terrapieno inermi, vestiti della sola tunica: consegnati in primo luogo e condotti via sotto custodia gli ostaggi. Si comandò poi ai littori di allontanarsi dai consoli; i consoli stessi furono spogliati del mantello del comando … Furono fatti passare sotto il giogo innanzi a tutti i consoli, seminudi; poi subirono la stessa sorte ignominiosa tutti quelli che rivestivano un grado; infine le singole legioni. I nemici li circondavano, armati; li ricoprivano di insulti e di scherni e anche drizzavano contro molti le spade; alquanti vennero feriti ed uccisi, sol che il loro atteggiamento troppo inasprito da quegli oltraggi sembrasse offensivo al vincitore.» (Tito Livio, Ab urbe condita libri, IX, 5 – 6, Mondadori, Milano, Trad. G. Vitali) 

Quello che Livio non racconta fu che tutti i soldati romani furono sodomizzati, e quelli che si ribellavano vennero uccisi senza pietà.

Lasciate libere, le due legioni si ritirarono verso Capua, ma i soldati non ebbero il coraggio di entrare in città, tale la vergogna per quello che avevano subito. La popolazione andò loro incontro, li rivestì e li rifocillò. Vennero loro fornite armi e perfino gli stendardi consolari. Anche a Roma le legioni si accamparono fuori le mura cittadine. Roma si vestì a lutto, le botteghe furono chiuse, il senato sospese i lavori, tutti si tolsero di dosso gioielli e amuleti in segno di lutto. Consoli e centurioni si chiusero in casa rifiutandosi di uscire. Furono nominati dal senato due nuovi consoli: Quinto Publilio Filone e Lucio Papirio Cursore, che dovettero ricostruire l’esercito ex novo.

Fu allora che si diffuse tra i romani il motto, a tutt’oggi largamente diffuso, che mette in relazione la fortuna con la misura del didietro: quei soldati che avevano un gran didietro erano stati più fortunati in confronto agli altri. Gli scontri tra romani e sanniti continuarono con fortune alterne protraendosi fino al 305 a.C. quando, nella battaglia di Boviano, le legioni romane, condotte dal console Quinto Fabio Massimo Rulliano, sconfissero duramente i sanniti che l’anno seguente stipularono una onerosa pace mettendo fine alla seconda guerra sannitica.