Somerton man, foto Australian Police, 1948

SOMERTON MAN E IL MISTERO “TAMÀM SHUD”

Dopo la seconda guerra mondiale l’Unione Sovietica aveva dispiegato una rete di spionaggio per sorvegliare quelli che erano stati suoi alleati durante la seconda guerra mondiale, ma che si erano trasformati in avversari nel dopoguerra. Stati Uniti, Regno Unito e Francia erano i principali obiettivi da sorvegliare. La rete di spie comuniste copriva anche altri paesi che, per la loro stretta connessione con il Regno Unito e con gli Stati Uniti, erano anch’essi sotto l’attenzione dell’Unione Sovietica. L’Australia era uno di questi. Ai sovietici interessavano in particolare una miniera di uranio nei pressi di Adelaide e un istituto di ricerca gestito dalla Australian Air Force. L’istituto si trovava al centro di un’enorme area militarizzata, strettamente controllata dalle forze di sicurezza.

La presenza di spie sovietiche sul proprio territorio aveva spinto le autorità di Camberra a riorganizzare la propria rete di controspionaggio, riunendo le varie branche dei servizi di sorveglianza sotto la sigla ASIO (Australian Security Intelligence Organization). L’ASIO dedicò i propri sforzi a vanificare la rete spionistica comunista.

Un curioso particolare è il “fil rouge” che lega le vicende esposte di seguito i cui protagonisti vennero sospettati di essere spie al servizio dei sovietici. È sempre presente in qualche modo una copia del libro “Rubaiyat”, del poeta persiano Omar Khayyam (1048- 1131), nella traduzione inglese di Edward FritzGerarld, edizione tascabile pubblicata nel 1924 dalla Methuen Publishing. La popolarità del Rubaiyat era stata massima alla fine dell’ottocento, mentre nel secolo successivo era diventata una lettura riservata ai pochi appassionati di poesia persiana. Inoltre alcuni protagonisti di queste storie erano o erano stati frequentatori del Pakie’s Club di Sidney.

La morte sospetta di Joseph “George” Marshall

Joseph Marshall, conosciuto come George, era nato a Singapore, a quel tempo colonia inglese. Aveva avuto una vita travagliata, avendo trascorsi alcuni anni in manicomio a causa di un trauma cranico sofferto all’età di sette anni, che aveva lasciato importanti strascichi. Aveva anche cercato di suicidarsi per ben due volte senza successo. Poeta e filosofo, era fratello di David Marshall, che in seguito divenne un importante uomo politico del Labour Party di Singapore. Nel 1955 David Marshall fu anche primo ministro di quel paese. George viveva a Sidney dove frequentava ambienti bohemien. In particolare si ritrovava spesso al Pakie’s Club, un circolo fondato da Augusta “Pakie” Macdougall, frequentato da pittori, musicisti e letterati dell’avanguardia artistica australiana e internazionale. Il Pakie’s Club era il locale preferito anche di Hellmut Hendon e di Jessica Thomson. Marshall e Hendon erano di religione ebraica e la Thomson si convertì all’ebraismo durante il periodo in cui frequentava il Club.

Il 3 giugno del 1945 Joseph Marshall fu ritrovato morto ad Ashton Park. La polizia constatò che il corpo versava in uno stato avanzato di decomposizione. Sul petto del morto era appoggiato un libro, il Rubaiyat di Omar Khayyam. Era la settima edizione tascabile pubblicata circa venti anni prima dalla Methuen Publishing. Accanto al corpo fu ritrovato un barattolo contenente barbiturici. Le indagini della polizia si conclusero con una dichiarazione di suicidio per avvelenamento.

Due mesi dopo il suicidio di Joseph Marshall, la sua ex fidanzata, Gwenneth Dorothy Graham, che aveva reso testimonianza alcuni giorni prima sulla morte di Marshall, fu ritrovata morta nella vasca da bagno della sua casa con i polsi tagliati. Gwenneth era legata sentimentalmente con Hellmut Hendon, uno dei frequentatori del Pakie’s Club. Anche questa morte fu catalogata come suicidio dalla polizia di Sidney.    

Somerton Man

Era l’alba del 1° dicembre del 1948. Alcune persone, che facevano una passeggiata mattutina sulla spiaggia di Somerton Park a Glenelg, un centro della cinta urbana di Adelaide, si accorsero di una persona adagiata sulla sabbia, appoggiata con le spalle alla scogliera, che non dava segni di vita. Il corpo si trovava all’altezza dell’incrocio tra l’Esplanade e Bickford Terrace, nei pressi di una scala che collegava la spiaggia a un istituto per bambini con handicap.

La polizia del South Australia non trovò alcun documento nelle sue tasche che ne permettesse l’identificazione, salvo un biglietto ferroviario inutilizzato valido per il tragitto urbano tra Henley Beach e la stazione centrale di Adelaide, e un ticket di autobus. Questi due particolari indicavano come l’uomo avesse avuto intenzione di recarsi ad Adelaide. Inoltre furono ritrovati, sempre nelle tasche del morto, un pettine, un sacchetto di gomme da masticare, un pacchetto di sigarette marca Army Club, che però conteneva sigarette Kensitas, e una scatola di fiammiferi Bryant & May. L’uomo appariva curato e ben vestito, con giacca doppiopetto grigia e marrone di taglio americano, pullover marrone, cravatta a strisce rosse blu, camicia bianca e pantaloni marroni. Le etichette dei suoi vestiti erano state tutte accuratamente tagliate. Questo non permise di identificare la provenienza degli abiti salvo la cravatta che era di un tipo che all’epoca veniva prodotto solo negli Stati Uniti. Il coroner non riuscì a stabilire la causa della morte, probabilmente un veleno non rilevabile dagli esami post-mortem. L’uomo aveva una età presunta di circa 40-45 anni. Era alto 180 centimetri, occhi grigi e capelli rossicci, mani lisce e curate, gambe affusolate con polpacci sviluppati e piedi con le dita a forma di cuneo. Tra le varie ipotesi si pensò che potesse essere, o essere stato, un ballerino. Ulteriori esami stabilirono che l’uomo aveva il cavo superiore dell’orecchio più grande del cavo inferiore, una caratteristica che si riscontra solo in una piccolissima percentuale delle persone caucasiche. Inoltre soffriva di ipodonzia degli incisivi laterali, anomalia genetica pochissimo diffusa. 

La polizia fece diffondere la foto del morto a mezzo stampa. L’immagine e le impronte digitali furono inviate anche all’estero dove vennero interessate alle indagini la polizia di Scotland Yard di Londra e il Federal Bureau of Investigation degli Stati Uniti. Nonostante ciò l’uomo non fu identificato.

Alcuni testimoni raccontarono alla polizia che la sera precedente il ritrovamento avevano scorto l’uomo adagiato nella posizione nella quale fu poi ritrovato ma, poiché aveva fatto alcuni movimenti con il braccio, avevano pensato che fosse un ubriaco che dormiva. Anni dopo, nel 1959, un testimone raccontò agli inquirenti che la sera del 30 novembre del 1948 si trovava sulla spiaggia con alcuni amici. Egli aveva visto una persona, distinta nel vestire e nel portamento, camminare lungo la riva portando un corpo esamine sulle spalle. Aveva pensato che si trattasse di una persona ubriaca trascinata verso casa da un amico.

Il 10 dicembre del 1948 la salma fu imbalsamata per permettere un successivo riconoscimento. Nel gennaio del 1949 il personale della stazione ferroviario di Adelaide rintracciò, tra i bagagli non ritirati dal deposito della stazione, una valigetta che poteva ritenersi di proprietà dell’uomo il cui corpo era stato ritrovato a Somerton Beach. La valigia conteneva una vestaglia rossa, pantofole anch’esse rosse, ricambi di biancheria, un pantalone marrone, forbici, un cacciavite da elettricista e un coltello corto e affilato. Inoltre era presente un pennello per stencil, di quelli usati dai marinai per contrassegnare le casse del carico. Nella valigia c’era anche un rocchetto di filo cerato di marca Barbour. Su alcuni capi di biancheria era presente un’etichetta su cui era indicato il nome “T. Keane”. Un soprabito ritrovato in valigia era di origine statunitense. Poiché quel tipo di soprabito non era mai stato importato in Australia, si ritenne che fosse stato acquistato in Nord America.

A questo punto la polizia controllò il transito dei convogli nella stazione di Adelaide del giorno precedente al ritrovamento di “Somerton Man”, come era stato soprannominato il morto dal luogo dove era stato trovato. Si ipotizzò che egli fosse giunto in treno proveniente da Melbourne, Sidney o Port Augusta. A ragione dell’aspetto curato la polizia ritenne che, giunto ad Adelaide, avesse fatto una sosta in un bagno pubblico per rimettersi in ordine.

Le condizioni di pulizia in cui si trovavano le scarpe dell’uomo fecero escludere che lo stesso avesse camminato tutto il giorno per le strade di Glenelg. Si era probabilmente fermato in qualche casa, dove forse era stato avvelenato, per poi essere condotto a spalla sulla spiaggia. A parere del medico legale il medicinale utilizzato dall’assassino era “digitale” o “ouabaina”, due cardenolidi che, assunti in quantità elevata, determinano il decesso per collasso della funzione cardiaca.

Il 14 giugno del 1949 la salma dello sconosciuto fu sepolta a cura dell’Esercito della Salvezza in uno dei cimiteri di Adelaide. Prima della sepoltura la polizia fece riprodurre le sembianze del volto e del tronco in un calco in gesso per facilitare una eventuale identificazione. Anni dopo fu notato che fiori freschi venivano deposti regolarmente sulla tomba.

Mistero del “Tamàm Shud”

Alcuni mesi dopo il ritrovamento del corpo la polizia si accorse che in una delle tasche dell’abito indossato dal deceduto c’era un pezzetto di carta con sopra stampato la scritta “Tamàm Shud”. In lingua persiana tale frase ha il significato di “è finito”. Dopo una ricerca presso esperti bibliotecari fu scoperto che era una scritta dell’ultima pagina del Rubaiyat di Omar Khayyam. In seguito alla pubblicazione sulla stampa di questo particolare si presentò alla locale stazione di polizia un uomo che affermava di essere in possesso della copia del libro da cui era stato strappato il pezzetto di carta con la scritta “Tamàm Shud”. Raccontò di aver parcheggiato la sua auto il 30 novembre del 1948, con gli sportelli non chiusi a chiave, in Jetty Road, una strada di Glenelg. Il giorno seguente si era accorto che un libro era stato lasciato sul divano posteriore dell’auto. L’aveva conservato non dando importanza all’episodio. Si era ricordato del libro leggendo i giornali che riportavano di quel pezzo di carta ritrovato nella tasca del morto. Il libro era una copia della settima edizione tascabile del Rubaiyat, la stessa edizione ritrovata sul petto di Joseph “George” Marshall, morto nel 1945 a Sidney. Gli investigatori poterono constatare che i bordi frastagliati del pezzetto di carta con la scritta “Tamàm Shud” corrispondevano esattamente a quelli del foro nell’ultima pagina del volume lasciato nell’auto.

Il libro fu attentamente esaminato. Sul retro presentava dei segni che, esaminati, risultarono quattro righe di scritte criptate:

  1. WRGOABABD
  2. MLIAOI
  3. WTBIMPANETP            
  4. *MLIABOAIAQC ITTMTSAMSTGAB

Sulle pagine fu anche trovato un numero telefonico scritto a penna, appartenente alla infermiera Jessica Harkness Thomson, originaria di Sidney, residente nella Moseley Street di Glenelg, a una distanza di circa 400 metri dal luogo dove era stato ritrovato esamine Somerton Man.

L’infermiera fu rintracciata e le fu mostrato il calco in gesso con le sembianze dell’uomo morto trovato sulla spiaggia. Jessica Thomson dichiarò di non conoscere quell’uomo e di non sapere il perché fosse in possesso del suo numero telefonico. Uno degli investigatori presenti notò come la Thomson, alla vista del cadavere, fosse impallidita fin quasi a svenire e avesse distolto lo sguardo senza più rivolgere lo stesso al calco. In sede di formale interrogatorio affermò che, in un giorno di cui non ricordava la data, un suo vicino le aveva raccontato di uno sconosciuto che l’aveva cercato presso il suo indirizzo mentre lei era assente.

Durante l’interrogatorio Jessica Harkness, che in seguito al matrimonio utilizzerà il cognome Thomson, disse anche che nel 1945, quando era infermiera presso un ospedale di Sidney, per coincidenza lo stesso anno e la medesima località della morte di Joseph Marshall, aveva regalato una copia del Rubaiyat, sempre la settima edizione tascabile come quelle di Marshall e di Somerton Man, al suo amico Alf Boxall. Questo regalo avvenne in un incontro avuto con Boxall al Clifton Gardens Hotel di Sidney, a pochi passi da Ashton Park dove era stato ritrovato il corpo di Joseph Marshall. Jessica Thomson e Alf Boxall erano frequentatori abituali del Pakie’s Club.

La polizia rintracciò Alf Boxall a Sidney. Lo stesso aveva ancora il libro regalatogli da Jessica Thomson. L’ultima pagina del libro, esaminata dalla polizia, si presentava integra. Boxall dichiarò di non conoscere il morto ritrovato a Somerton Park. Ulteriori indagini stabilirono che durante gli anni della seconda guerra mondiale l’uomo aveva prestato servizio presso un’unità dell’esercito che si occupava di controspionaggio, dove aveva avuto una veloce progressione di carriera fino a essere promosso tenente dell’esercito.

Nel 2004 un detective in pensione riuscì, in parte, a risolvere il mistero della scritta criptata ritrovata sulla copia del libro abbandonata nell’auto. Secondo lo stesso l’ultima parte della scritta, ITTMTSAMSTGAB, era formata dalle iniziali delle parole della seguente frase:

“It’s Time To Move To South Australia Moseley STreet Glenelg Adelaide B…” (È giunto il momento di andare in South Australia, Moseley Street, Glenelg, Adelaide, B…).

Nel 2010 fu fatto un confronto tra la foto del figlio di Jessica Thomson, Robin, morto l’anno precedente, e la foto di Somerton Man. Venne riscontrata una notevole somiglianza tra i due. Inoltre si constatò che il figlio di Jessica Thomson aveva la stessa particolare forma dell’orecchio con il padiglione superiore più grande di quello inferiore e che soffriva di ipodonzia come l’uomo il cui corpo era stato ritrovato a Somerton Beach. Fu calcolata che una coincidenza tra queste caratteristiche, che non fosse legata a fattori genetici, avesse una probabilità su 20.000.000 di verificarsi. Fu quindi ipotizzato che Robin potesse essere figlio di Somerton Man.

Nel 2013 Kate, figlia di Jessica Thomson (deceduta nel 2007), rilasciò un’intervista nella quale affermò che la madre le aveva confessato di aver mentito alla polizia dicendo di non conoscere l’identità dell’uomo il cui corpo era stato ritrovato a Somerton. Inoltre le aveva detto che era una simpatizzante comunista e che conosceva la lingua russa. La stessa Kate suggerì l’ipotesi che la madre e lo sconosciuto di Somerton potessero essere delle spie.

La vicenda della famiglia Mangnoson

A fine maggio del 1949 Keith Waldemar Mangnoson, un residente della cittadina di Largs Bay, distante circa 20 chilometri da Glenelg, si era presentato alla polizia per rendere una deposizione. Aveva dichiarato di aver riconosciuto, dalla foto del corpo ritrovato sulla spiaggia di Somerton, Carl Thompsen, suo collega di lavoro nel 1939 presso una ditta di Renmark.

Pochi giorni dopo la signora Roma Mangnoson denunciò la scomparsa del marito Keith Mangnoson e del figlio Clive di due anni. Il 6 giugno del 1949 Keith fu ritrovato nei pressi di Largs Bay privo di sensi e in gravi condizioni con accanto il figlio Clive morto. Il coroner ipotizzò che la morte del bambino fosse avvenuta 24 ore prima del ritrovamento. Gli esami autoptici non riuscirono a determinare la causa del decesso, anche se furono escluse cause naturali. Keith Mangnoson, dopo le prime cure, fu ricoverato in un ospedale psichiatrico a causa di uno stato mentale compromesso.

Il ritrovamento dei due era stato fatto da Neil McRae, un residente di Largs Bay, che raccontò alla polizia di aver avuto un sogno la notte precedente nel quale gli erano apparsi padre e figlio adagiati nel luogo dopo poi li aveva rinvenuti.

Nei giorni seguenti un uomo a bordo di un’auto cercò di investire la signora Roma Mangnoson. Dopo il fallito tentativo si fermò accanto alla donna e, con il viso coperto da un fazzoletto, la minacciò invitandola a non immischiarsi nella vicenda del riconoscimento fatto dal marito. Le minacce contro la signora Mangnoson continuarono nei giorni seguenti attraverso telefonate giunte al segretario della Largs North Progress Association e al sindaco di quella località. La polizia sospettò che le minacce pervenissero dalla stessa persona non identificata che aveva terrorizzato anche un’altra donna il cui marito era morto tragicamente.

Il mistero di Somerton Man persiste tuttora. Le indagini non sono riuscite ad appurare con certezza l’identità del corpo ritrovato in spiaggia. I familiari del figlio di Jessica Thomson hanno richiesto all’autorità giudiziaria di eseguire l’esame del DNA sui resti di Somerton Man. Desiderano accertare, attraverso il test, se Robin Thomson, deceduto nel 2009, fosse figlio di quell’uomo. Nel maggio del 2021 si è proceduto all’esumazione del cadavere. Non è stato comunicato il risultato del test sul DNA estratto dalla salma esumata.

(Foto in alto: Somerton Man, foto South Australia Police, 1948)