Terremoto di Lisbona, incisione su rame, autore sconosciuto, 1755

TERREMOTO DI LISBONA

Il 1° novembre del 1755, poco dopo le 9 del mattino, Lisbona fu colpita da un violentissimo terremoto che raggiunse magnitudo 8.6 della scala Richter ed ebbe una durata di circa 6 minuti. Oltre alla capitale furono coinvolti nel sisma tutto il Portogallo, buona parte della confinante Spagna e l’Africa settentrionale. L’altissimo numero di vittime e i crolli che ne seguirono provocarono un profondo cambiamento della vita politica, economica e sociale del Portogallo.

Nel XVIII secolo l’economia del paese aveva conosciuto un forte sviluppo grazie alle colonie dove piantagioni e miniere portavano grandi profitti ai proprietari portoghesi. In Brasile erano stati trovati giacimenti d’oro che arricchivano la corona e la nobiltà. Il re del Portogallo era considerato il più ricco dei sovrani d’Europa. Questo benessere era abbastanza diffuso tra la popolazione che, tra grandi commerci e piccole botteghe, oltre ai diffusi mercati all’aperto, godeva di una intensa circolazione della ricchezza proveniente da oltremare.

Il re Giuseppe I era un sovrano senza particolari capacità politiche, in compenso si era attorniato di una classe politica preparata e lungimirante. Il primo ministro Sebastião José de Carvalho e Melo, che poi sarà nominato dal sovrano marchese di Pombal, era un abile amministratore seguace delle teorie illuministiche. Nel 1750 era stato il promotore dell’abolizione della schiavitù dei nativi delle colonie portoghesi. Il primo ministro trovava opposizione nel clero, un ceto miope e retrivo che con l’arretratezza sociale aveva modo di consolidare la sua presa sulla popolazione. Un suo acceso oppositore era il gesuita Malagrida, un nemico dello sviluppo sociale. Il gesuita godeva di grande ascolto tra i fedeli. I suoi seguaci lo consideravano un santo. Nel paese era operativo il tribunale dell’Inquisizione e nel pomeriggio di ogni festività religiosa si svolgeva nella piazza centrale di Lisbona, con grande partecipazione popolare, un “autodafé”, durante il quale venivano puniti e spesso arsi vivi i condannati del tribunale ecclesiastico.

Il 1° novembre, festività di Ognissanti, molti fedeli si erano recati ad ascoltare la prima messa mattutina. Terminata questa altri fedeli riempirono le chiese di Lisbona per partecipare alla seconda funzione di quel giorno festivo. Il sovrano, che si trovava nel giardino della sua residenza di Belen dove stava intrattenendo alcuni esponenti della nobiltà, si rese conto che qualcosa non andava nel verso giusto. Gli animali nel parco si agitavano in modo inconsueto. I cavalli scalpitavano e si impennavano non ascoltando gli ordini degli scudieri. Interruppe bruscamente la sua passeggiata, abbandonando gli ospiti, e si ritirò nel palazzo. Una decisione di cui poi si pentirà amaramente.

Poco dopo le nove del mattino di quel 1° novembre, quando tutte le chiese erano affollate di fedeli, una prima leggera scossa tellurica fu avvertita dalla popolazione. Questa però non bastò ad allarmare le persone che continuarono nelle loro faccende. Tra le 9 e 30 e le 9 e 40 si scatenò l’inferno. Un terremoto di eccezionale forza scosse dalle fondamenta tutti gli edifici. Un gran numero di case crollò immediatamente, compresi i tetti delle chiese che si abbatterono sui fedeli.

Il sisma durò circa 6 minuti e raggiunse l’11° grado della scala Mercalli, Fu poi valutato che la magnitudo era stata di 7,4 della scala Richter. Migliaia di persone perirono sotto le macerie durante la scossa. Una parte di quelle che erano riuscite a salvarsi corsero verso il porto cercando salvezza negli spazi antistanti i moli. Improvvisamente il mare si ritirò scoprendo i fondali e facendo insabbiare le navi ormeggiate. La gente non capiva cosa stesse succedendo ma immediatamente si rese conto che un’onda alta circa 15 metri si stava avvicinando alla riva. Furono calcolati in mille le persone che perirono a causa del maremoto scatenato dal movimento sismico il cui epicentro si trovava nell’Atlantico, a qualche decina di chilometri a sud della città. Tutte le persone presenti sul molo e nelle zone circostanti furono trascinate in acqua facendo una brutta fine.

Le prime due disgrazie furono seguite da una terza. Un gigantesco incendio si sviluppò subito dopo, provocato dai ceri delle chiese che erano stati accesi per onorare la festività. A causa delle fiamme la temperatura nelle strette strade cittadine raggiunse livelli insopportabili. Bastavano un paio di respiri per bruciare le vie aeree e i polmoni. Così perirono altre migliaia di persone. Si ritenne poi che il numero complessivo delle vittime fosse stato superiore a 100.000 persone. Andarono distrutti monumenti e opere d’arte. Il nuovo teatro dell’opera di Lisbona, inaugurato solo sei mesi prima, si consumò nell’incendio provocato dal sisma. Il palazzo reale in riva al Tago fu abbattuto dalle scosse telluriche e dalle onde dello tsunami che seguì. Quello di Belen, dove si trovava il re, crollò solo in parte. La famiglia reale fu salva. Si salvò anche il primo ministro Sebastião José de Carvalho e Melo, che si trovava a Lisbona.  

Il terremoto fu avvertito in tutta l’Europa occidentale e fece gravi danni su una larga fascia di territorio. Ci furono migliaia di morti e numerosissimi crolli in tutto il Portogallo. In particolare l’Algarve, la regione più meridionale del paese, fu colpita in pieno dallo tsunami provocato da sisma. Le rive, dopo le gigantesche onde che avevano colpito la costa, si presentavano con un altissimo numero di abitazioni distrutte e tante vittime. Ma le distruzioni non si limitarono al paese lusitano. In Marocco si contarono 10.000 morti sia a seguito dei crolli che delle onde anomale che colpirono il paese nordafricano. Lo tsunami interessò anche il Mediterraneo, dove giunse fino alla Turchia, e l’America, con onde anomale che colpirono dalla Groenlandia alla Patagonia.

Il marchese di Pombal non si perse d’animo. Fece arrivare tutto gli uomini disponibili dell’esercito e li dislocò nelle strade di Lisbona. L’ordine era “seppellire i morti e occuparsi dei vivi”. Squadre di vigili del fuoco volontari spensero gli incendi. Becchini improvvisati raccolsero i cadaveri su carri per seppellirli nei cimiteri appositamente creati per ospitare in fosse comuni quel numero impressionante di vittime.

Nei giorni seguenti iniziò lo sgombero delle macerie. Il marchese creò delle squadre di architetti che in poco tempo ridisegnarono con linee razionali la città. Le nuove costruzioni dovevano essere antisismiche. Il primo ministro dispose che fossero fatti collaudi con l’aiuto di reparti militari che battendo i piedi all’unisono, simulavano un terremoto.

Re Giuseppe I soffrì gravi conseguenze psicologiche per il sisma che aveva vissuto tra le mura del palazzo di Belen. Queste avevano ondeggiato paurosamente durante il terremoto, lesionandosi con enormi crepe e minacciando di seppellirlo vivo. Da quel giorno non volle più alloggiare in un palazzo. Fece allestire il suo alloggio sotto delle tende poste ad Alto da Ajuda. Il lussuoso accampamento era chiamato Real Barraca da Ajuda. A fine ‘700 fu costruito il palazzo reale di Ajuda sul luogo dove il Giuseppe I aveva vissuto nella Real Barraca.

Dopo un anno la ricostruzione della città era a buon punto. Furono create delle grandi piazze e dei larghi viali che attraversavano la città. Ai commenti ironici sulla utilità della larghezza delle strade voluta da Pombal, egli rispondeva che un giorno i posteri le avrebbero considerate strette. Inviò anche un questionario a tutte le parrocchie del regno con delle precise domande sui danni provocati dal sisma. In poco tempo ebbe un quadro completo della situazione del paese. I soldi necessari alla ricostruzione furono recuperati con l’aumento delle tasse sullo sfruttamento dei giacimenti auriferi del Brasile. Questo provocò un malcontento nella colonia oltremare che sfociò in due tentativi di sedizione chiamati “inconfidências” e alla espulsione della “Compagnia di Gesù” dal Brasile.

Nell’anno che seguì il sisma Pombal si scontrò violentemente con il Malagrida e con i Gesuiti che, alleati con la nobiltà, approfittavano dello smarrimento dei fedeli per predicare il loro pentimento. Quello che era accaduto, secondo i religiosi, era una punizione divina per le malefatte dei portoghesi. Nobiltà e clero si opponevano alle riforme sociali promosse dal primo ministro, che aveva acquisito poteri assoluti. Il re Giuseppe I aveva delegato tutta l’azione politica e amministrativa al Pombal.

Il 13 gennaio del 1759 il primo ministro ordinò l’arresto dei padri gesuiti Gabriel Malagrida, Juan Mattos e Juan Alexandre. Inoltre furono imprigionati 32 nobili. Erano accusati di attentato al re. Tutti vennero condannati dal tribunale dell’Inquisizione che era diretto dallo stesso Pombal. Malagrida finì al rogo. Gli altri due gesuiti morirono in carcere in circostanze oscure. In quello stesso anno i gesuiti vennero espulsi dal paese. Trovarono accoglienza in vari conventi del Lazio e delle Marche.

L’espulsione e le condanne dei tre gesuiti furono il motivo di un violento contrasto tra papa Clemente XIII e il governo del Portogallo. Questo indusse alcuni portoghesi residenti a Roma a lasciare la città nel timore di vendette nei loro confronti. La famiglia de Fonseca Pimentel, della quale faceva parte la piccola Eleonora che poi fu una martire della Repubblica Partenopea del 1799, abbandonò Roma trasferendosi a Napoli per evitare che i propri beni venissero requisiti dalla Stato Pontificio.

Nonostante gli sforzi ci vollero decenni per completare la ricostruzione. Il Portogallo, grazie all’opera rinnovatrice del governo guidato da Pombal, ebbe modo di modernizzare le sue strutture economiche, amministrative, politiche e sociali, abbandonando il modello medioevale che aveva caratterizzato il paese prima del sisma. 

(Immagine in alto: Terremoto di Lisbona, incisione su rame, autore sconosciuto, 1755)