Totò in Fermo con le mani, di Gero Zamputi, 1937

TOTÒ, IL PRINCIPE DELLA RISATA

Antonio Clemente nacque a Napoli il 15 febbraio 1898 in un vicolo del popolare quartiere della Sanità. La madre, Anna Clemente, aveva una relazione con Giuseppe De Curtis. Solo quando Antonio aveva 23 anni il De Curtis sposò Anna riconoscendo il figlio che da quel momento si chiamò Antonio De Curtis. Fu la madre a dargli il soprannome di Totò.

Questa situazione di figlio illegittimo lo dovette tormentare, anche perché a quei tempi essere illegittimo comportava tante umiliazioni, in primo luogo a scuola, dove si veniva bollato come figlio di N.N. Per questo, durante tutta la sua vita, cercò una rivalsa affermando una sua nobile discendenza. In effetti il padre, che si dichiarava marchese pur non essendolo, apparteneva effettivamente a un ramo cadetto di una antica famiglia di marchesi.

Il piccolo Antonio a scuola non era una cima ma si faceva voler bene da tutti per la sua indole artistica che lo portava a fare imitazioni e piccole scenette molto divertenti.

Durante il ginnasio ebbe un incidente, fu colpito involontariamente al volto da un professore. Da quel momento ebbe quella caratteristica conformazione del viso e del naso. Abbandonato gli studi ginnasiali, la madre voleva fargli seguire la carriera ecclesiastica, ma presto si stancò di frequentare la chiesa come chierichetto e si dedicò alla recitazione. In quegli anni era solito partecipare a piccole recite fatte in casa, molto diffuse a Napoli, che venivano chiamate “periodiche”.

Già a 15 anni, col nome di Clerment, iniziò a recitare in buie salette nelle quali si esibiva con alcune sue macchiette, tra le quali quella del burattino che si muoveva a scatti, che continuò poi a interpretare per molti anni. In questi teatrini conobbe i De Filippo e altri artisti che poi divennero famosi.

Questa storia è tratta dal volume “NOVECENTO. Napoli e napoletani del XX secolo” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Raggiunta l’età del servizio militare si trovò arruolato nella fanteria. Erano gli anni della prima guerra mondiale. L’Italia mandava contingenti sul fronte francese, nell’ambito dell’alleanza tra Italia, Francia e Inghilterra. Antonio venne destinato a raggiungere la Francia ma, per un attacco epilettico, fu ricoverato in ospedale. A guarigione avvenuta fu mandato in un reggimento di stanza a Livorno dove passò il resto della naia. Nacque in questo contesto la sua celebre frase “siamo uomini o caporali”.

Congedato dall’esercito, Totò tornò a Napoli dove riprese l’attività di attore comico-brillante nella compagnia dell’impresario Eduardo D’Acierno, nella modesta Sala Napoli. Avendo poco successo e pochi guadagni, nel 1922 si trasferì a Roma con la madre e il padre che finalmente si erano sposati.

A Roma, fece esperienza nei teatri minori al soldo della compagnia di Umberto Capece, da dove fu cacciato per aver osato chiedere un piccolo aumento di paga. Decise di specializzarsi nel repertorio di Gustavo De Marco. Dopo aver provato innumerevoli volte da solo a casa sua, si presentò al teatro Ambra Jovinelli per sostenere un provino. Fu assoldato nella compagnia di varietà dal titolare del teatro Giuseppe Jovinelli. Debuttò con le macchiette di De Marco “Il bel Ciccillo”, “Vipera” e “Paraguay”, riscuotendo un notevole successo.

Tramite il suo barbiere riuscì a conoscere Salvatore Cataldi il quale, dopo un provino, lo scritturò nella compagnia di varietà di cui era titolare con Wolfango Cavaniglia. Il comico debuttò alla Sala Umberto I dove riscosse un grande successo. Da qui ebbe inizio la sua carriera attraverso i maggiori teatri italiani. Iniziò anche il suo successo di donnaiolo per il suo aspetto e la sua simpatia. Ogni sera dedicava lo spettacolo alla bella di turno presente in sala, spesso veniva raggiunto dalla stessa nel camerino, dove nascevano amicizie e avventure con le ballerine e le cantanti di avanspettacolo.

Tra il 1927 e il 1929 si esibì nelle compagnie di Isa Bluette e Angela Ippaviz, dove conobbe Mario Castellani che poi fu la sua spalla per molti anni. Fu notato anche dall’impresario del Teatro Nuovo di Napoli che lo ingaggiò per una serie di spettacoli dove recitò insieme a Titina De Filippo in “Miseria e Nobiltà” di Eduardo Scarpetta e in “Messalina” di Kokasse, alias Mario Mangini. Nel 1929, durante le sue recite al Teatro Nuovo, venne a Napoli una famosa ballerina e cantante del varietà, Liliana Castagnola, ingaggiata dall’impresario del teatro.

Liliana era stata l’amante di nobili, industriali e militari. Era stata espulsa dalla Francia per aver provocato un duello mortale tra due marinai. Un suo giovane amante, figlio di un industriale, fu costretto dalla famiglia a lasciarla, poiché stava andando in rovina a causa delle spese pazze che il giovane faceva per Liliana. Il giovane, preso dalla disperazione, sparò due colpi di pistola alla sciantosa e poi si suicidò. Liliana fu ferita al volto da un frammento di pallottola, che rimase conficcato nella calotta cranica senza poter essere rimosso. Questa ferita le causava degli insopportabili mal di testa che curava con il “Veronal”.

Totò si invaghì di Liliana che divenne la sua amante. Liliana lo amava sinceramente e voleva che Totò le rimanesse accanto facendosi ingaggiare dalla compagnia dove lavorava. Invece Totò, che non aveva capito la sincerità dell’amore di Liliana, per la quale nutriva anche violenti attacchi di gelosia, trovò una scrittura con un’altra compagnia che si esibiva a Padova. Liliana disperata per l’abbandono si uccise, ingerendo una dose massiccia di Veronal, il 3 marzo del 1930. L’attore, sconvolto da questa tragedia, fece seppellire Liliana nella sua tomba di famiglia nel cimitero di Napoli. Conservò fino alla fine un fazzolettino della povera cantante intriso di rimmel e lacrime.

Un anno dopo, nel 1931, Antonio De Curtis conobbe durante uno spettacolo a Firenze Diana Bandini Lucchesini Rogliani. Diana era nata a Bengasi il 27 ottobre 1915, figlia illegittima di Selica Bandini e di Ferdinando Lucchesini. A 16 anni Diana fuggì di casa per raggiungere Totò. I due nel 1933 ebbero una figlia a cui Totò diede il nome di Liliana in ricordo della Castagnola. Nel 1935 i due si sposarono.

Nel 1933 l’attore, in cerca di una promozione sociale attraverso un titolo nobiliare che il padre, sedicente marchese, non gli aveva dato, si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, che di titoli ne aveva a bizzeffe. Il marchese, in cambio di un vitalizio, nominò Antonio De Curtis erede di tutti i suoi titoli nobiliari.

Nel 1936 iniziarono i primi contrasti tra i coniugi De Curtis a causa delle attenzioni che l’attore riservava alle sue colleghe ballerine. I due fecero dichiarare nullo in Ungheria il loro matrimonio, la nullità fu registrata in Italia nel 1939. Nonostante ciò, la coppia rimase unita per un patto che li voleva insieme fino alla maggiore età della figlia Liliana.

In questo periodo Totò fu scritturato per alcuni film che non ebbero molto successo: “Fermo con le mani” prodotto da Gustavo Lombardo e “Animali Pazzi” diretto da Carlo Ludovico Bragaglia. Seguì una lunga tournée in Etiopia ed Eritrea con Eduardo Passarelli (fratellastro dei De Filippo), Clely Fiamma e la moglie Diana Rogliani con lo spettacolo “50 milioni … c’è da impazzire” scritto insieme a Guglielmo Inglese. Ritornato in patria interpretò il film “San Giovanni Decollato” di Cesare Zavattini che ebbe un’ottima accoglienza da parte dei critici, un po’ meno da parte del pubblico, seguito da “L’allegro fantasma” nel quale l’attore interpretò tre ruoli differenti.

In teatro, finito il tempo dell’avanspettacolo, si andava affermando la moda della rivista. Nel 1944 Totò mise in scena al Quattro Fontane di Roma la rivista “Quando meno te l’aspetti” di Michele Galdieri con Carlo Castellani e Anna Magnani, a cui seguì “Che ti sei messo in testa”, riferendosi ai tedeschi che avevano occupato l’Italia, con una parodia di Hitler. Per questa parodia fu costretto a nascondersi dai tedeschi. Durante tutta l’occupazione militare di Roma rimase nascosto nell’abitazione romana dei genitori senza mai uscire di casa. In questo periodo si dice che Totò non fece mancare il suo appoggio economico ai partigiani in lotta contro gli occupanti tedeschi.

Nel 1945, a seguito di una annosa causa civile tesa al riconoscimento dei titoli nobiliari ereditati dal marchese Focas, come risultato di una perizia araldica presentata in tribunale, gli furono riconosciuti tutti i titoli del defunto marchese: Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirigenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero e, a seguire, un’altra decina di titoli.

Diana lasciò definitivamente Totò nel 1950 per risposarsi con un suo nuovo amore. Totò le dedicò nel ’51 la canzone “Malafemmena” poiché non aveva mantenuto la parola data di restare insieme fino alla maggiore età della figlia. Nello stesso anno la figlia Liliana si sposò con il produttore cinematografico Gianni Buffardi, figliastro di Carlo Ludovico Bragaglia, dal quale ebbe i figli Antonello e Diana. Diana è deceduta nel 2011 dopo una lunga malattia. Riposa accanto al nonno nella cappella di famiglia nel cimitero di Napoli. Dopo il divorzio da Gianni Buffardi, Liliana si risposò con Sergio Anticoli da cui ha avuto nel 1969 la figlia Elena.

Nel 1952 l’attore conobbe una giovanissima ragazza di 21 anni, Franca Faldini. Franca era appena tornata dall’America dove aveva vinto il concorso di Miss Cheesecake ed era stata scritturata per una particina nel film “Attente ai marinai” dove baciava il protagonista Jerry Lewis. Tornata in Italia, le fu dedicata una copertina del settimanale Oggi. La foto fu notata da Totò, che le mandò un fascio di fiori accompagnato da una frase romantica. Incominciarono a frequentarsi e sbocciò un grande amore tra il maturo attore e la giovane attrice. Per placare le malelingue finsero un matrimonio a Lugano. Nello stesso anno, il 1954, Franca ebbe un bambino a cui fu dato il nome di Massenzio. Il neonato, a causa di un parto particolarmente difficile, per il quale la stessa Franca stava per rimetterci la vita, morì poche ore dopo la nascita.

Dopo la guerra Totò abbandonò quasi del tutto il teatro per dedicarsi al cinema. Interpretò circa cento film nella parte del protagonista. I suoi film furono sempre accolti da un gran successo di pubblico, ma la critica fu particolarmente severa nei suoi confronti e considerava i lavori di Totò come film di serie B. I registi che girarono più pellicole con Totò furono Mario Mattoli, Camillo Mastrocinque e Steno. È inutile fare l’elenco dei titoli poiché ognuno ne conosce un gran numero. Vengono continuamente riproposti dalle varie reti televisive e sempre, nonostante siano visti e rivisti, strappano sorrisi e risate.

Nel 1957 si aggravò la sua malattia agli occhi che già da anni l’affliggeva. Mentre recitava in teatro a Palermo, improvvisamente, perse quasi del tutto la vista. Si avvicinò alla Faldini che recitava con lui e le sussurrò che non ci vedeva più. Con l’aiuto di Franca riuscì a portare a termine lo spettacolo senza che il pubblico si accorgesse di niente. Solo dopo mesi di riposo e di cura riuscì a recuperare parzialmente la vista.

Riprese a lavorare. In quel periodo fu chiamato in RAI per partecipare a Studio Uno come ospite d’onore, partecipazione di cui si ricorda un famoso duetto tra il comico e Mina. Alberto Lattuada lo volle nel suo film “La Mandragola” del 1965. Uno degli ultimi lavori di Totò fu la partecipazione come protagonista in “Uccellacci e uccellini” di Pier Paolo Pasolini con il quale, con il favore unanime della critica, vinse il Nastro d’Argento. Concluse la carriera con “Operazione San Gennaro” con Nino Manfredi, “Le Streghe” di Pasolini e “Capriccio all’italiana” di Steno. Girò anche alcuni sketch per la televisione che furono trasmessi postumi. Morì, dopo una lunga malattia, il 15 aprile del 1969 nella sua casa ai Parioli, circondato dall’affetto di Franca Faldini e dei suoi cari. Il funerale fu celebrato a Roma nella chiesa di Sant’Eugenio con la partecipazione commossa di tutto il mondo del cinema. Il 17 aprile la salma fu trasportata a Napoli dove venne accolta da una gran folla, che lo accompagnò fino alla chiesa di S. Eligio dove venne celebrato un secondo funerale, presenti tutti gli artisti napoletani. Totò fu tumulato nella cappella di famiglia nel cimitero di Santa Maria del Pianto, tra le tombe del figlioletto Massenzio e di Liliana Castagnola.

(Foto in alto: Totò in Fermo con le mani, di Gero Zamputi, 1937)