Dirigibile Italia a Ciampino, 1926

UN NAPOLETANO AL POLO NORD

Umberto Nobile, ingegnere e costruttore aeronautico, comandò due spedizioni al Polo Nord. Nella seconda il dirigibile Italia precipitò sul pack durante una tempesta.

Era nato a Lauro, nei dintorni di Napoli, il 21 gennaio 1885. Apparteneva a una nobile famiglia borbonica. Il nonno era stato ciambellano di re Francesco II. Il padre Vincenzo Nobile delle Piane, rimasto fedele ai Borboni dopo il 1860, fu privato dei titoli nobiliari. Egli mantenne il solo cognome Nobile per rimarcare l’origine patrizia della famiglia.

Umberto studiò a Napoli, presso il liceo Giambattista Vico, poi, nel 1908, frequentò ingegneria meccanica presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Napoli laureandosi col massimo dei voti. Completò i suoi studi presso il Genio Militare Aeronautico a Roma dove si specializzò in costruzione di velivoli.

Nel 1919 fu nominato direttore dello stabilimento di Costruzioni Aeronautiche Militari dove progettò nuovi tipi di dirigibili con impalcatura semirigida. Venne chiamato negli Stati Uniti per collaborare alla costruzione del dirigibile N1. In America conobbe l’esploratore norvegese Roald Amundsen. Nel 1925 fu nominato tenente colonnello del Genio Aeronautico per i suoi meriti.

Umberto Nobile organizzò una prima spedizione al Polo Nord con il concorso di Roald Amundsen. Il 10 aprile del 1926 partì da Roma con il dirigibile Norge, attraversò l’Europa, toccando Oslo e Leningrado, per giungere alle isole Svalbard. Alla Baia del Re (Ny Alesund) era stata allestita una base di attracco per il dirigibile.

Nell’isola imbarcò l’esploratore norvegese Amundsen, che aveva promosso la spedizione attraverso finanziamenti del Club Aeronautico Norvegese, e l’americano di Chicago Lincoln Ellsworth, figlio di un grande industriale del carbone.

Roald Amundsen, nato a Borge in Norvegia il 16 luglio 1872, aveva già raggiunto il Polo Sud nel 1911, dove era rimasto bloccato dai ghiacci per tutto l’inverno, inoltre aveva aperto per primo la rotta di nord-ovest nel 1906, partendo dalla Baia di Baffin e raggiungendo lo stretto di Bering a bordo della nave Gjoa, dopo aver circumnavigato la costa nord del Canada.

Questa storia è tratta dal volume “NOVECENTO. Napoli e napoletani del XX secolo” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Lincoln Ellsworth aveva partecipato alla prima spedizione di Amundsen al Polo Nord a bordo di due aerei idrovolanti. La spedizione era fallita per un guasto a uno dei due aerei. I partecipanti tornarono in modo avventuroso alla base presso le isole Svalbard a bordo di un solo aereo.

L’11 maggio il dirigibile Norge prese il volo dirigendosi verso il Polo con a bordo Nobile, Amundsen, Ellsworth e un equipaggio formato da cinque italiani, sette norvegesi e uno svedese. Il 12 maggio del 1926 alle ore 1.30 (Greenwich time) sorvolarono il Polo Nord. Dopo una breve sosta sul cielo del polo proseguirono verso l’Alaska e il 14 maggio toccarono terra a Teller. Il previsto atterraggio a Nome non fu possibile a causa del maltempo che incontrarono sui cieli dell’Alaska.

Ci furono polemiche tra Amundsen e Nobile per chi avesse dovuto prendersi il merito della spedizione. Premesso che i finanziamenti furono tutti norvegesi e americani, ottenuti per l’interessamento dell’esploratore norvegese, fu Nobile ad avere avuto il comando della spedizione, riservando il ruolo di passeggeri ad Amundsen e a Ellsworth. Al ritorno dall’impresa artica Nobile fu promosso Maggior Generale.

Visto il successo della prima spedizione, il governo italiano, voglioso di intestare all’Italia fascista un alloro, sponsorizzò una nuova spedizione scientifica per esplorare il Polo Nord nel 1928.

Fu allestito il dirigibile semirigido Italia al cui comando si pose di nuovo Umberto Nobile. L’equipaggio di 13 persone, compreso il comandante, era formato tutto da italiani a cui si aggiunsero poi tre scienziati: Finn Malmgren (meteorologo), Francis Behounek (campi magnetici), Aldo Pontremoli (fisico). Fecero parte della spedizione anche due giornalisti, Francesco Tomaselli e Ugo Lago. Il primo fu sbarcato a Baia del Re. A bordo c’era anche la cagnetta di Nobile, Titina.

Il 15 aprile 1928 il dirigibile Italia con il suo equipaggio decollò da Milano per raggiungere la base alle Svalbard, facendo tappa a Stolp, oggi città polacca affacciata sul mar Baltico, e a Vadso, all’estremo nord della Norvegia. Atterrò alla base di Ny Alesund (Baia del Re) il 6 maggio. Il governo italiano mandò a Baia del Re, a sostegno della spedizione, la nave appoggio militare Città di Milano. Al comando della nave c’era il capitano Giuseppe Romagna Manoja. A bordo era presente anche un drappello di Alpini guidati dal capitano Gennaro Sora.

Il 23 maggio il dirigibile Italia, con 16 persone imbarcate, di cui 12 di equipaggio: Nobile, Zappi, Mariano, Viglieri, Biagi, Cecioni, Trojani, Pomella, Arduino, Ciocca, Alessandrini, Caratti, i tre scienziati, il giornalista Lago più la cagnetta Titina, partì per raggiungere il Polo Nord. Era prevista una sosta sul pack per permettere rilevamenti di dati da parte dei tre ricercatori, il ritorno alle Svalbard o, in base alle condizioni meteorologiche, il prosieguo fino all’Alaska.

Il giorno successivo, il 24 maggio del 1928 alle ore 00.24 (Greenwich time), il dirigibile Italia raggiunse il Polo Nord. Non fu possibile effettuare il previsto atterraggio sul ghiaccio a causa di una tempesta in avvicinamento. Dopo alcuni rilievi scientifici e una sosta in cielo di due ore, l’aeronave prese la via del ritorno.

Il mal tempo continuò. Forti venti resero difficoltoso il volo di rientro alla Baia del Re. A poche ore dall’arrivo, quando erano in vista delle isole Svalbard, il dirigibile perse quota abbassandosi pericolosamente a causa della tempesta e di problemi tecnici sorti lungo il tragitto. Alle 10,30 del 25 maggio l’aeronave Italia impattò violentemente sul pack.

La cabina di pilotaggio si staccò dall’involucro, il quale, alleggerito, continuò la sua corsa riprendendo quota. Sei uomini rimasero a bordo del dirigibile: Arduino, Ciocca, Alessandrini, Caratti, il giornalista Lago e lo scienziato Pontremoli. Di questi uomini non si seppe più nulla. Nonostante tutte le ricerche che furono effettuate non fu trovata alcuna traccia dei dispersi. Si suppone che si fossero inabissati nel mare di Barents.

Sul ghiaccio si ritrovarono in nove: Nobile, ferito seriamente con fratture alle gambe e a un braccio, Zappi, Mariano, Viglieri, il marconista Biagi che aveva portato con sé, abbracciandola strettamente, la radio di emergenza, Trojani, Cecioni con una gamba fratturata, gli scienziati Malmgren e Behounek. Il decimo, Pomella, fu ritrovato morto poco lontano. Fu rinvenuta viva e vegeta sul ghiaccio la cagnetta Titina.

Arduino, rimasto nell’involucro del dirigibile che stava riprendendo quota, rendendosi conto di come lo stesso non fosse più governabile e che non sarebbe potuto tornare indietro, immediatamente gettò da uno squarcio tutto quello che poteva servire ai compagni caduti sul pack.

Gli uomini sbalzati sul ghiaccio, che erano in grado di muoversi, ritrovarono la piccola radio di supporto intatta, una sacca di emergenza con una colt e cento munizioni, una pistola lanciarazzi, un sacco a pelo e varie altre cose. Ritrovarono anche la tenda che avrebbe dovuto essere utilizzata per la sosta al Polo, dimensionata per ospitare quattro persone.

I due con gli arti fratturati furono steccati con i rottami e sistemati ambedue nell’unico sacco a pelo. Fu eretta la piccola tenda dove vennero ricoverati i due feriti e gli altri durante la notte. Per renderla più visibile, la tenda fu dipinta di rosso con dei flaconi di anilina ritrovati fra i rottami. La radio fu attrezzata con una antenna costruita con i resti della cabina e fu in grado di trasmettere. Per tutto il pomeriggio del 25 furono trasmessi messaggi di S.O.S. sulle frequenze della nave appoggio Città di Milano, con la speranza che gli stessi fossero ricevuti dalla radio di bordo della nave.

I messaggi furono lanciati con la radio Ondina 33 anche nei giorni seguenti. Captati dalla Città di Milano, non furono presi in considerazione, poiché il capitano Romagna non li giudicò attendibili, convinto della morte di tutti i partecipanti alla spedizione. In tale situazione di emergenza si registrò una assoluta inerzia della nave italiana e del suo comandante, cosa che ritardò di molti giorni i soccorsi.

Il 29 maggio un orso polare si avvicinò all’accampamento. Fu ucciso a colpi di Colt da Malmgren che così procurò abbondante cibo ai sopravvissuti. Il giorno seguente la deriva del ghiaccio portò Nobile e i suoi compagni in vista di un’isola a nord delle Svalbard. Mariano, Zappi e Malmgren decisero, in accordo con Nobile, di raggiungere a piedi la terraferma, Malmgren morì durante la marcia.

Solo il 3 giugno un radioamatore russo della città di Arcangelo captò i segnali radio lanciati dalla tenda rossa e allertò, via radio, la comunità internazionale. A seguito della segnalazione scattarono i soccorsi a cura dei tanti esploratori artici: norvegesi, con Amundsen in prima linea, finlandesi, svedesi, francesi e russi. Il famoso pilota italiano Umberto Maddalena partecipò alle ricerche con l’idrovolante Savoia-Marchetti S55. I fondi necessari per finanziare la spedizione di Maddalena furono raccolti dall’Autoclub di Milano. Anche il pilota Pier Luigi Penzo partecipò alle ricerche dei dispersi sul pack con un Dornier Wal Marina 2.

Il 18 giugno, durante un volo di ricognizione, Roald Amundsen e cinque uomini dell’equipaggio si inabissarono nel mar Artico con l’aereo francese Latham 47. Lo stesso giorno il capitano degli alpini Gennaro Sora, che si trovava sulla nave Città di Milano, decise di organizzare con le slitte una spedizione di ricerca verso la parte più a nord delle isole Svalbard insieme agli esploratori Varming e Van Dogen. Furono recuperati da un aereo svedese il 14 luglio.

Il 22 giugno i due idrovolanti italiani con Maddalena e Penzo più due aerei svedesi, individuati i superstiti, sganciarono viveri e rifornimenti. Il giorno dopo il pilota svedese Lundborg riuscì ad atterrare nei pressi della tenda rossa. Nonostante i dinieghi di Nobile che voleva che fosse imbarcato subito Cecioni, bisognoso di cure, Lundborg si impuntò nel voler trasportare per primo il comandante, forse a causa di sollecitazioni della società assicuratrice che aveva stipulato con Nobile una polizza sulla vita di ingente importo. Trasferito Nobile e la cagnetta Titina alla Baia del Re, Lundborg riprese subito il volo per andare a soccorrere Cecioni, durante l’atterraggio sul pack l’idrovolante si capotò e il pilota rimase bloccato insieme agli altri.

Nel frattempo la nave rompighiaccio sovietica Krassin, che il 16 giugno era salpata da Leningrado, si avvicinò al luogo del disastro, il 12 luglio avvistò e prese a bordo Mariano e Zappi, lo stesso giorno alle 20 avvistò i superstiti della tenda rossa prendendoli a bordo, Lundborg era stato già soccorso il 6 luglio, da un De Havilland Moth pilotato da Schyberg che non riuscì ad effettuare altri soccorsi.

Il ritorno in patria di Nobile fu pieno di polemiche, a causa del fatto di essere stato il primo a far ritorno alla base. Egli si dimise dall’Aeronautica Militare. Uno dei maggiori avversari di Nobile fu Italo Balbo che non aveva visto di buon occhio la spedizione del dirigibile Italia. Balbo aspirava a succedere a Mussolini, ma la notorietà di Nobile, oscurando la sua figura, rendeva più difficoltosi i suoi propositi politici.

Nel 1930 Umberto Nobile andò in Unione Sovietica dove partecipò al locale programma di costruzione di dirigibili, poi si trasferì negli Stati Uniti. Alla fine della seconda guerra mondiale ritornò in Italia dove fu reintegrato nell’aeronautica e nominato generale. Umberto Nobile fu anche eletto all’Assemblea Costituente per il Partito Comunista.

Il generale Nobile si ritirò a vita privata dedicandosi alla scrittura di alcuni libri in cui raccontò la sua versione delle due spedizioni al Polo Nord a cui aveva partecipato. Morì a Roma il 30 luglio 1978.

(Foto in alto: Dirigibile Italia a Ciampino, 1926)