Fanteria napoletana in azione a Capri

UNA PICCOLA GUERRA A CAPRI

Alla fine del 1805 Napoleone nomina Giuseppe Bonaparte comandante della spedizione militare inviata alla conquista del Regno di Napoli. È la seconda volta che i francesi puntano sul Regno di Napoli.

Già nel 1799, mentre Napoleone era alle prese con la campagna d’Egitto, le truppe francesi avevano occupato Napoli. Re Ferdinando, accompagnato dalla regina e da tutta la corte, era fuggito a Palermo sulla nave dell’ammiraglio inglese Nelson. L’ammiraglio era reduce della vittoriosa battaglia di Abukir, dove la flotta inglese aveva distrutto la flotta francese che era servita a trasportare Napoleone e il suo corpo di spedizione in Egitto.

Ferdinando IV di Borbone e la moglie Maria Carolina, che regnano sull’Italia meridio­nale e sulla Sicilia, cercano invano di convin­cere Napoleone circa la loro neutralità nei con­fronti della Russia e dell’Inghilterra, nel fondato timore che l’imperatore francese voglia annettersi anche il loro regno. Nonostante l’asserita neutralità, non sono in grado di impedire alla flotta inglese di stanza nel Mediterraneo di fare il bello e il cattivo tempo attorno alle coste del regno. Gli inglesi sono particolarmente interessati alle miniere di zolfo della Sicilia. Lo zolfo viene trasformato in salnitro direttamente sull’isola. È il principale componente della polvere da sparo che gli inglesi utilizzano per le loro armi. La Royal Navy è uno dei maggiori consumatori di polvere da sparo dato il numero ingente di cannoni imbarcati sulle loro navi da guerra. Per questo motivo i francesi sospettano che gli inglesi abbiano intenzione di invadere la Sicilia. Le basi sull’isola darebbero ai britannici la possibilità di controllare tutti i movimenti navali verso l’Africa e il Vicino Oriente. A questo scopo già hanno occupato Malta, trasformandola in una loro base navale. Napoleone non crede nella sincerità del Borbone e della moglie austriaca. Inoltre a queste condizioni la loro neutralità non gli serve a niente. I francesi hanno la necessità di posi­zionarsi nel sud dell’Italia per tenere sul chi vive le forze inglesi dislocate nel Mediterraneo. Napoleone, che ha intenzione di invadere l’Inghilterra, vuole la Mediterranean Fleet impegnata nel Tirreno a contrastare la flotta napoletana, una forza navale di tutto rispetto, che potrebbe dedicarsi a punzecchiare le navi inglesi impegnandole in scontri e combattimenti.

Il corpo di spedizione francese, con alla testa Giuseppe Bonaparte, e con la guida militare del generale André Masséna, attraversa la penisola diretto ai confini del Regno di Napoli. I francesi si trovano ancora nel Lazio che Ferdinando IV già fugge in Sicilia a bordo della nave Archimede, raggiungendo Palermo. Porta con sé i beni della corona e una parte dei fondi del tesoro nazionale. Maria Carolina, più coraggiosa del marito, si trattiene a Napoli ancora un po’ per organizzare un governo locale. Dopo pochi giorni Ferdinando viene raggiunto a Palermo dalla moglie. Le truppe inglesi, sbarcano nel sud dell’Italia, attestandosi in Sicilia per difendere il Borbone. Il 15 febbraio del 1806 i francesi fanno ingresso a Napoli accolti con simpatia dalla popolazione e con entusiasmo da quel che resta del partito giacobino locale, superstite della Repubblica Napoletana del 1799. Le truppe d’oltralpe proseguono verso la Calabria dove sbaragliano l’esercito borbonico. Solo 4000 dei 15000 soldati napoletani schierati tra Cosenza e Catanzaro attraversano lo stretto di Messina a bordo di navi inglesi per ritirarsi in Sicilia. Gli altri preferiscono togliere la divisa e raggiungere le proprie famiglie.

La cittadella fortificata di Civitella del Tronto, in Abruzzo, si arrende il 21 maggio. La fortezza di Gaeta, comandata dal generale Luigi d’Assia-Philippsthal, cugino di Maria Carolina, resiste agli attacchi fino al 18 luglio del 1806, quando le truppe francesi, dopo aver liberato la Calabria, possono concentrarsi nell’assedio della fortezza.

Pochi giorni dopo l’ingresso a Napoli dei francesi arriva il decreto, firmato dall’imperatore, che proclama Giuseppe Bonaparte re di Napoli. Napoleone intende spegnere le velleità del fratello di diventare suo erede, concedendogli la sovranità del regno più importante d’Italia. La moglie di Giuseppe, Giulia Clary, non segue il marito a Napoli. Preferisce rimanere nel palazzo di famiglia a Mortefontaine, nei pressi di Parigi, dove continua la sua vita mondana, tra feste e ricevimenti. Giuseppe, avendo realizzato che la moglie non ha alcuna intenzione di sistemarsi a Napoli, la sostituisce nel suo letto con Giulia Colonna, la bella e giovane contessa di Atri e Stigliano, moglie del duca Gian Girolamo Acquaviva d’Aragona.

Questa storia è tratta dal volume “RACCONTI DA CAPRI” di Silvano Napolitano. AMAZON.IT

Giuseppe Bonaparte, a ragione del suo carattere mite e delle sue grandi qualità diplomatiche, trova ben presto un accordo con l’establishment locale che gli permette di governare con relativa tranquillità. Asseconda la volontà del fratello che cerca l’omologazione sul modello francese dell’organizzazione statale dei territori dell’impero. Il Bonaparte, collaborato da Cristofaro Saliceti, conosciuto quando frequentava l’università di Pisa, dal parigino Francesco Miot e dal napoletano Marzio Mastrilli, intraprende immediatamente la riforma dell’amministrazione e del governo di Napoli, modernizzando la struttura amministrativa e cancellando i privilegi della nobiltà.

Nel 1806 forze anglo-borboniche occupano la Calabria, aiutate da bande di briganti al soldo del Borbone, il quale governa sulla Sicilia sotto la protezione delle truppe e della flotta inglese. Si distinguono nella resistenza antifrancese il brigante Michele Pezza di Itri, conosciuto come Fra Diavolo, e il brigante colon­nello Alessandro Mandarini di Maratea. La repressione in Calabria contro le bande di bri­ganti viene condotta dal generale Francese Masséna con metodi drastici. L’episodio più cruento è il massacro di Lauria avvenuto tra il 7 e il 9 agosto del 1806. La cittadina oppone resistenza alle truppe francesi con l’ausilio di truppe borboniche e bande di briganti. Dopo l’ingresso nell’abitato dei soldati d’oltralpe inizia una vera e propria strage di militari e di civili inermi. Si contano più di mille morti, uccisi dalle truppe regolari nelle quali la maggioranza dei soldati è di provenienza corsa. Tra i trucidati ci sono anche donne, bambini e infermi. Le donne subiscono per la maggior parte anche violenza carnale. Centinaia di abitanti sono stanati nelle grotte attorno all’abitato, dove si erano nascosti, e fucilati sul posto.

Nello stesso anno la flotta britannica sbarca un contingente di truppe a Capri occupando l’isola. Il re di Napoli Giuseppe Bonaparte subisce l’occupazione inglese di Capri senza reagire in modo deciso. Tenta comunque per ben due volte lo sbarco sull’isola ma si deve fermare di fronte all’efficace resistenza degli inglesi. Capri non ha una vera importanza strategica per i britannici, ma dà loro una base dalla quale condizionare le attività navali nel golfo di Napoli, infastidendo non poco i gover­nanti della città. La base è una presenza ingom­brante, in grado di limitare i traffici marittimi da e per il porto di Napoli, nonché condizionare l’attività dei cantieri navali di Castellammare dove vengono varate le navi della flotta partenopea, l’unica in grado di contrastare gli inglesi nel Tirreno. Capri è la bandierina britannica all’interno dell’impero napoleonico.

Due anni dopo Giuseppe Bonaparte viene destinato dal fratello imperatore a ricoprire la carica di re di Spagna. La nomina viene accolta con grande disappunto dal Bonaparte. Si trova troppo bene a Napoli. Si sente benvoluto dalla popolazione e dalla nobiltà del regno. In città tiene anche una seconda famiglia. La bella e appassionata Giulia Colonna gli ha dato un figlio, Giulio Antonio, che di cognome fa Acquaviva d’Aragona, essendo la madre sposata col duca Gian Girolamo. Inoltre Giulia è incinta di nuovo. A settembre, quando Giuseppe si troverà in Spagna, darà alla luce una bambina, Maria Teresa, che morirà un mese dopo la nascita. Giuseppe Bonaparte è consapevole che nel paese iberico troverà un clima politico e sociale molto diverso da quello di Napoli. In Spagna i francesi sono odiati. Napoleone Bonaparte nomina re di Napoli Gioacchino Murat, marito di sua sorella Carolina. Nell’aprile del 1808 Giulia Clary viene inviata in tutta fretta nella città partenopea a sostituire il marito Giuseppe Bonaparte, che nel frattempo deve partire per la Spagna, poiché Murat potrà raggiungere Napoli solo dopo alcuni mesi. Giulia Clary governa il Regno di Napoli firmando gli atti a nome del marito. Napoleone teme che l’assenza a Napoli del re possa invogliare gli inglesi a occupare la città, pertanto la notizia della sua partenza deve restare assolutamente segreta. Gioacchino Murat arriva a Napoli il 6 settembre del 1808. Dopo qualche giorno lo raggiungono la moglie Carolina e i 4 figli della coppia. Prendono alloggio nel Palazzo Reale della città. Sono ben accolti dalla popolazione e dalla nobiltà locale. Una delle prime preoccupazioni di Murat è quella di liberare l’isola di Capri dagli inglesi. Il re, affacciandosi dal giardino pensile del palazzo reale, ha di fronte il golfo di Napoli e, in fondo, l’isola di Capri. Con un buon cannocchiale può osservare le manovre delle truppe britanniche sull’isola. Naturalmente lo stesso fanno gli inglesi che con i loro cannocchiali possono spiare la coppia reale attraverso le finestre del Palazzo Reale. Gioacchino Murat desidera consolidare il suo regno liberandolo dalla presenza degli inglesi e scacciando dalla Sicilia i Borbone. Nonostante la fedeltà all’imperatore cerca una piena indipendenza, per consolidare la posizione sua e della moglie Carolina con un riconoscimento internazionale che garantisca l’ereditarietà del trono di Napoli.

A Capri sono di guarnigione due reggimenti britannici con circa 2000 uomini, il Royal Malta e il Royal Corsican, comandati dal colonnello Lowe, che diventerà noto poiché sarà il carceriere di Napoleone sull’isola di Sant’Ele­na. Molti di questi britannici si sono fatti raggiungere sull’isola dalle proprie famiglie, altri hanno trovato una comoda sistemazione con le donne locali. Anche il colonnello Lowe ha la sua amante sull’isola, Graziella, una bella ragazza caprese.

La presenza britannica non dispiace agli abitanti dell’isola, che all’epoca conta circa 4000 residenti. I militari spendono i loro stipendi ravvivando l’economia locale che ancora non gode del benessere che giungerà in seguito al ricco movimento turistico che interesserà l’isola. La vita caprese è ben grama potendo contare solo su quel poco di agricoltura di sopravvivenza possibile sulla limitata estensione dell’isola e sulla pesca effettuata con piccole imbarcazioni nei pressi della costa. Era stato Carlo III di Borbone, che amava soggiornare sull’isola dove possedeva un casino di caccia, ad aver sollevato dalla miseria i capresi, coinvolti negli scavi voluti dal re per riscoprire le antiche ville imperiali.

L’isola partenopea è stata pesantemente fortificata dagli inglesi, tanto che è soprannominata la piccola Gibilterra. La riconquista di Capri non sarà una passeggiata. Murat, da militare qual è, organizza la spedizione nei minimi particolari. Nei giorni precedenti incarica Pietro Colletta, uno dei più brillanti ufficiali dell’esercito riorganizzato da Murat, che in seguito sarà l’autore di una “Storia del Reame di Napoli” tra le più complete e interessanti, di fare una ricognizione delle coste dell’isola.

Il Colletta era stato ufficiale di artiglieria dell’esercito borbonico. Nel 1798 aveva partecipato alla battaglia di Civita Castellana contro i francesi guidati dal generale Macdonald e alla difesa di Gaeta. Nel 1799 aveva aderito alla Repubblica Napoletana e, alla restaurazione dei Borbone, era stato imprigionato nel Castel dell’Ovo per sei mesi, ma era riuscito a dimo­strare la sua estraneità ai moti repubblicani grazie ad alcune false testimonianze a lui favorevoli. Nel 1806, dopo l’arrivo dei francesi, collabora alla rifondazione del “Monitore Napoletano” che riprende le pubblicazioni. Rientrato nell’esercito, viene promosso a tenente colonnello. È nominato anche giudice del Tribunale di Terra di Lavoro e dei due Principati, dove è impegnato a giudicare i colpevoli di un attentato dinamitardo al palazzo del ministro Saliceti. Il processo si conclude con sei condanne a morte.

Il 3 ottobre del 1808 il tenente colonnello Colletta, fingendosi pescatore, fa il giro dell’isola con un gozzo sorrentino, accompagnato da veri pescatori, per individuare un punto di sbarco alternativo a Marina Grande e a Marina Piccola, che sono fortemente presidiate dagli inglesi. Un luogo, che sembra adatto allo scopo, viene individuato sulla scoscesa costa occidentale dell’isola, poco lontano dall’abitato di Anacapri. Quel punto, caratterizzato da un’alta scogliera con antistante una piccola spiaggia che permette lo sbarco dei soldati pochi per volta, sicuramente non sarà presidiato dai militari francesi. Il giorno seguente iniziano le operazioni militari. Partono da Napoli e da altre località costiere 60 imbarcazioni sulle quali sono imbarcati 2.000 soldati francesi, 200 carabinieri napoletani e 100 granatieri del Regno d’Italia, comandati dal generale Jean Maximilien Lamarque, coadiuvato da Pietro Colletta. Il piano è semplice ed efficace. Il corpo di sbarco viene suddiviso in tre gruppi. Il primo, il più numeroso e agguerrito, è comandato dal generale Detrès. Ha il compito di sbarcare nel luogo individuato il giorno precedente dal Colletta, che non è sorvegliato, per attaccare la guarnigione inglese, formata dal reggimento Royal Malta, di stanza ad Anacapri. Il secondo gruppo, comandato dal generale Chavardès, che comprende carabinieri napoletani e granatieri italiani oltre alle truppe francesi, ha il compito di attaccare le forze britanniche che difendono Marina Grande e tenerle occupate in combattimento per non permettere che le stesse vadano in aiuto ai loro commilitoni di Anacapri. Il terzo gruppo, il meno numeroso, prevalentemente formato da militari napoletani e italiani, è comandato dal generale Monserras e dovrà tenere occupati in combattimento i militari britannici dislocati a difesa di Marina Piccola. Il vero sbarco sarà quello del primo gruppo diretto ad Anacapri. I tentativi di sbarco di Marina Grande e Marina Piccola serviranno per ingannare gli inglesi e tenerne un gran numero occupati a difendere le due località. La piccola flotta si dirige, che ancora il sole deve sorgere, verso Capri. Nel frattempo Gioacchino Murat si trasferisce in una villa situata nei pressi di Punta Campanella, nella penisola sorrentina, che offre una spettacolare vista sull’isola. Segue le operazioni dei suoi uomini dal terrazzo della villa.

Le imbarcazioni che trasportano il primo gruppo si dirigono verso il punto individuato, che è particolarmente scosceso e, come previsto dal Colletta, non è presidiato dai britannici. Al momento dello sbarco ci si accorge che alcuni scogli che affiorano rendono pericoloso avvicinarsi, pertanto il naviglio si sposta di pochi metri, nei pressi della Grotta Azzurra, dove gli uomini sbarcano, pochi per volta, su una spiaggetta. I soldati, con l’aiuto di lunghe scale, requisite ai lampionai di Napoli, riescono a risalire il costone a strapiombo. È quasi sera quando un contingente di 500 uomini sono sul pianoro soprastante la costa. Hanno avuto il tempo di schierarsi a difesa del punto di sbarco quando sono scoperti e attaccati dagli inglesi. Il sopraggiungere della notte permette ai francesi di consolidare la loro posizione e consente ai restanti militari di raggiungere il luogo dove sono schierati i loro commilitoni. Facilitati dal chiarore della luna piena che attenua le tenebre, sottopongono le truppe britanniche a continue scariche di fucileria. Approfittando delle zone più buie, due piccole colonne di militari francesi si dispongono ai lati della postazione inglese. Il giorno dopo i francesi attaccano il forte di Anacapri, dove sono riparati gli inglesi, da tre lati. La resistenza del forte dura poco. Gli uomini di Murat hanno velocemente la meglio. A metà mattinata il reggimento dei Royal Malta è fuori combattimento. Sono 700 i prigionieri inglesi che verranno imbarcati e spediti a Napoli nei giorni seguenti. Nel frattempo un gruppo di militari francesi ha sbarrato l’accesso alla Scala Fenicia, l’unica via verso l’abitato di Capri. Alcuni soldati inglesi tentano la fuga cercando di raggiungere il valico del Passetiello, uno stretto sentiero tra rocce scoscese che conduce verso l’abitato di Capri. Ma i francesi, avvertiti dai residenti dell’esistenza del viottolo lo hanno sbarrato all’altezza dell’eremo di Cetrella. Chiusa l’ultima via di fuga, ai pochi inglesi che ancora cercano di sottrarsi alla cattura non resta che arrendersi.

Una colonna franco-napoletana, al cui comando è Pietro Colletta, scende la Scala Fenicia per sorprendere alle spalle i britannici che, a Marina Grande e a Marina Piccola, cercano di impedire l’attracco del naviglio napoletano. I reparti appartenenti al reggimento Royal Corsican si ritirano prontamente dalle due località per raggiungere il resto del reggimento e rifugiarsi all’interno delle antiche mura di Capri e nel forte del Castiglione. I francesi sistemano nel frattempo due cannoni, sottratti agli inglesi, sul monte Cetrella da dove prendono a bersagliare la fortezza con ripetute salve di artiglieria. I capresi si sono messi in salvo sulle alture che circondano l’abitato per non essere coinvolti negli scontri. Il colonnello Lowe, con il reggimento superstite, conta di opporre resistenza fino all’arrivo di rinforzi inglesi.

Liberato il porto di Marina Grande, è possibile sbarcare i rinforzi e i pezzi di artiglieria giunti da Napoli, necessari per attaccare la fortezza del Castiglione. L’isola, a eccezione dell’abitato di Capri e del Castiglione, è sotto il controllo franco-napoletano. Il colonnello Lowe ha intenzione di resistere in attesa che la flotta inglese intervenga in suo aiuto. Aspetta di vedere apparire all’orizzonte da un momen­to all’altro la Royal Navy. E infatti alcune navi della flotta raggiungono effettivamente Capri nei giorni immediatamente successivi, ma non riescono a far danni tra le fila dei francesi a causa della scarsa portata dei loro cannoni. Devono ritirarsi con l’avvicinarsi di navi da guerra francesi e napoletane. Le forze di Murat tentano di stanare gli inglesi attaccando con l’artiglieria le mura di Capri. Nel frattempo altri uomini vengono sbarcati sull’isola, mentre alcune navi della Mediterranean Fleet si avvicinano all’isola provenienti dalla Sicilia. La fortuna aiuta gli uomini del generale Lamarque poiché le navi inglesi incontrano venti contrari che fermano la loro navigazione a metà strada. Il 14 ottobre i francesi tentano di superare le mura. L’artiglieria apre una breccia da dove le truppe d’oltralpe e quelle napoletane procedono all’assalto entrando nell’abitato per stanare gli inglesi che si rintanano nel Castiglione. Si fermano solo in seguito alla richiesta di trattare avanzata dal colonnello Lowe. Gli inglesi chiedono che tutti i militari britannici possano lasciare Capri e raggiungere la Sicilia, quale condizione per una resa onorevole. In quel frangente giungono inaspettatamente alcune navi inglesi che riescono a sbarcare a Marina Grande circa 350 uomini. Vengono evitati ulteriori scontri poiché Murat accetta le richieste di Lowe. Gli inglesi lasciano l’isola imbarcandosi sulle loro navi, mentre i francesi prendono possesso di Capri. Le perdite inglesi ammontano a 56 uomini, quelle franco-napoletane a 300 tra deceduti e feriti.

La presenza dei francesi cambia le condizioni di vita degli abitanti dell’isola che fino ad allora erano sopravvissuti con la pesca e quel poco di agricoltura possibile sugli scoscesi terrazzamenti dell’isola. Il governatore francese di Capri, Jean Thomas, distribuisce le terre demaniali tra i contadini e porta a termine la costruzione di alcune strade. I monaci vengono scacciati da Capri e la Certosa viene acquisita al patrimonio demaniale. La presenza francese prima e il ritorno dei Borbone poi segneranno l’inizio della fortuna turistica dell’isola che porterà un diffuso benessere alla popolazione.

Murat, in meno di tre mesi dal suo arrivo a Napoli, è riuscito a liberarsi dalla presenza britannica nel golfo che condizionava la libertà di navigazione delle navi del regno e limitava i commerci marittimi. Finalmente Carolina e Gioac­chino non si sentono più spiati dai cannocchiali inglesi.

(Immagine in alto: Fanteria napoletana in azione a Capri)